I democratici avevano dimenticato il sapore di certe serate felici. “L’America è tornata!”, ha esclamato sorridendo il 3 novembre Hakeem Jeffries, prossimo speaker della camera dei rappresentanti. Ma il risultato non significa che gli elettori abbiano ritrovato fiducia nel Partito democratico.

I suoi leader sbaglierebbero a credere di poter arrivare alle presidenziali del 2028 facendo leva solo sull’opposizione a Trump. La vittoria del 3 novembre non va letta come un assegno in bianco, così come gli 81 milioni di voti ottenuti da Joe Biden nel 2020 non erano il segno di un vero entusiasmo nei suoi confronti.

Certamente il Partito democratico ha beneficiato di un elettorato deluso dalle politiche di Donald Trump, ma ha anche saputo lasciarsi alle spalle le ossessioni identitarie e vittimistiche per tornare a parlare di questioni sociali ed economiche. Il senatore Bernie Sanders e la deputata Alexandria Ocasio-Cortez avevano indicato la strada nel 2025 con una tournée di comizi intitolata “Combattere l’oligarchia”, che aveva riscosso un grande successo di pubblico.

In campagna elettorale tutti i candidati democratici hanno preso le distanze dalle questioni che hanno affossato l’amministrazione Biden: le difficoltà nel gestire i flussi migratori, la sottovalutazione dei danni provocati dall’inflazione e l’incapacità di mettere un freno al governo Netanyahu in Israele. Sono questioni che torneranno presto sul tavolo dei democratici che avranno la maggioranza al congresso a partire dal gennaio 2027. Si avvicina il momento di rispondere a tre domande: quale strategia adottare al congresso, tradizionalmente fabbrica del compromesso della politica statunitense? Quale linea seguire, tra un socialismo ambizioso e una gestione più tradizionale della cosa pubblica? E chi dovrà rappresentare il partito nella corsa alla Casa Bianca del 2028, mentre i possibili candidati alle primarie si affollano e, per ora, nessuno riesce davvero a imporsi?

Una nuova generazione

Proprio per l’enormità della vittoria del 3 novembre, la sinistra faticherà a convergere su una linea politica comune, dato che ciascuna corrente può sentirsi confermata nelle proprie posizioni. Le tensioni interne sono già evidenti, in particolare su Israele. Lo ha dimostrato in Michigan l’incredibile decisione di Haley Stevens, sconfitta alle primarie democratiche, di sostenere il candidato repubblicano Mike Rogers due giorni prima del voto, per regolare i conti con il suo avversario alle primarie, Abdul El-Sayed.

L’ascesa di una nuova generazione di candidati apertamente di sinistra, come El-Sayed e James Talarico in Texas, ha provocato un certo disagio tra i dirigenti democratici, ancora legati all’idea che un’elezione nazionale si possa vincere solo conquistando il centro. Idealisti contro realisti: una battaglia eterna. Il 22 ottobre Brian Schatz, senatore delle Hawaii che dovrebbe diventare il numero due del gruppo democratico al senato nel nuovo congresso, aveva indicato obiettivi modesti in caso di vittoria alle elezioni di metà mandato. La priorità, diceva, sarebbe stata “stabilizzare” il paese, rimandando al 2028 i “cambiamenti politici più audaci”. Negli ultimi due anni la base democratica ha chiesto soprattutto due cose: rinnovare il partito e mostrare più combattività. Hakeem Jeffries e Chuck Schumer, leader dei democratici alla camera e al senato, sono tra le figure meno popolari del partito. Comunicatori poco efficaci, sono criticati soprattutto per la loro debolezza di fronte agli eccessi dell’amministrazione Trump. La buona notizia per Jeffries è che la nuova maggioranza dovrebbe disporre di un margine abbastanza ampio da ridurre il potere di ricatto dei nuovi eletti più radicali. La sinistra progressista, tuttavia, sente di avere il vento in poppa. Vuole ricostruire il rapporto con i lavoratori promuovendo progetti ambiziosi, come una maggiore tassazione dei grandi patrimoni e l’assistenza sanitaria universale.

La prima cosa che ci si aspetta dai democratici è che esercitino una delle funzioni tradizionali del congresso: controllare l’operato dell’esecutivo.

“Prendetevi un avvocato”, ha scritto la sera del 3 novembre il deputato democratico Robert Garcia. Con il controllo della camera, i democratici potranno aprire inchieste su molti aspetti dell’amministrazione Trump: dai conflitti d’interesse ai rapporti con i finanziatori, dalle criptovalute agli affari della famiglia presidenziale. L’elenco dei possibili filoni è lungo. Ma dovranno scegliere con attenzione dove concentrare gli sforzi. Le quattro incriminazioni contro Trump nel 2023 avevano avuto un effetto opposto a quello sperato: molti suoi sostenitori le avevano interpretate come la prova di un complotto politico e giudiziario, e le indagini avevano finito per rafforzarlo. Stesso discorso per le due procedure di impeachment. Una strategia alternativa suggerirebbe di concentrarsi sui suoi collaboratori più controversi, come il segretario alla salute Robert Kennedy Jr, il segretario al commercio Howard Lutnick e il segretario alla difesa Pete Hegseth, e su figure esterne all’amministrazione come Elon Musk. I giganti della tecnologia potrebbero diventare uno dei principali bersagli della nuova maggioranza. Su questo terreno i democratici potrebbero trovare un alleato inatteso in una parte della base Maga, diffidente verso il potere delle grandi aziende tecnologiche. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1690 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati