Nel mondo del giornalismo politico statunitense stanno prendendo forma due storie apparentemente contrapposte che sono l’incubo delle femministe. La prima riguarda la persona che Joe Biden, candidato del Partito democratico alle presidenziali di novembre, sceglierà eventualmente per il ruolo di vicepresidente: visto che il mondo è sottosopra a causa della pandemia e che a marzo Biden si è assicurato la nomination, la girandola di ipotesi su chi sarà al suo fianco è cominciata prima del solito.

La seconda storia riguarda alcune scelte e comportamenti di Biden che risalgono a tanti anni fa, e che in questi giorni sono tornati d’attualità. In passato il candidato è stato criticato dalle femministe per via del suo sostegno a un emendamento che vieta l’uso dei fondi federali per aiutare le donne ad abortire; per il fatto che nel 1991, da presidente della commissione giustizia del senato, contribuì a sminuire le accuse di violenza sessuale di Anita Hill contro il giudice della corte suprema Clarence Thomas; e perché alcune donne lo hanno accusato di averle molestate.

Durante la sua carriera Biden ha cercato di far dimenticare questi precedenti promuovendo il Violence against women act, una legge del 1994 contro la violenza di genere, cambiando posizione sui fondi federali e chiedendo scusa a Hill. Dopo che si è candidato alle elezioni presidenziali del 2020 ha promesso, se sarà eletto, di nominare un’afroamericana come giudice della corte suprema e di scegliere una donna per la vicepresidenza. Oggi non è possibile prevedere chi sarà.

Quello che è certo è che il comportamento ambiguo di Biden nei confronti delle donne non è acqua passata. Nel 2019 almeno otto donne si sono fatte avanti per accusare l’ex vicepresidente di averle toccate in un modo che le ha fatte sentire a disagio. Tra loro c’era Tara Reade, che lavorò nell’ufficio di Biden dal 1992 al 1993. A marzo di quest’anno Reade ha aggiornato la sua testimonianza, affermando che Biden la penetrò con le dita contro la sua volontà e che quando lei protestò con il capo del personale fu demansionata.

Biden e i suoi ex collaboratori hanno respinto l’accusa, ma i giornalisti d’inchiesta stanno lavorando per chiarire la vicenda. Due settimana fa è venuta fuori una telefonata del 1993 trasmessa in diretta durante lo show televisivo di Larry King in cui una donna racconta che sua figlia ha avuto un problema con un noto politico ed è stata punita dopo essersi lamentata. Secondo Reade quella donna era sua madre, che è morta nel 2016.

Columbia, South Carolina, 29 febbraio 2020 (Maddie McGarvey, the new york times/contrasto)

Questa accusa è confermata dal New York Times, secondo cui due persone che all’epoca erano nello staff di Biden come stagisti ricordano che improvvisamente Reade smise di supervisionare il loro lavoro. Il 27 aprile Linda LaCasse, una ex vicina di casa di Reade e sostenitrice di Biden, ha dichiarato che negli anni novanta Reade le parlò nel dettaglio dell’aggressione di Biden. Un’altra ex collega ha confermato che Reade le aveva detto di essersi lamentata delle molestie di un noto politico e di essere stata punita per questo. Queste conferme potrebbero mettere in discussione la candidatura di Biden alla presidenza, anche se resta da vedere – con la crisi del covid-19 e con tutti gli altri concorrenti fuori gioco – se il suo partito è disposto a farlo.

Una cosa è chiara, purtroppo: se Biden sarà confermato come il candidato del Partito democratico, qualunque donna sarà scelta per stare al suo fianco finirà per bere da un calice avvelenato, perché sarà costretta a rispondere di continuo del suo comportamento nei confronti delle donne, comprese le gravi accuse lanciate da Tara Reade.

Baluardo contro Trump

Questo doppio vincolo è sembrato evidente la settimana scorsa, quando la deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez ha confermato che voterà per Biden nonostante le loro forti differenze politiche. Ocasio-Cortez, che ha idee progressiste su molti temi, denuncia da tempo le molestie e le violenze sessuali contro le donne. Nel 2018 ha detto che le molestie sessuali “sono una delle accuse peggiori per un politico, perché sono un abuso di potere. E sono sempre le donne a pagare. Le stagiste. Le immigrate. Le persone transgender. Sono sempre le persone più a rischio, perché sono le meno ascoltate dalla società”.

Ocasio-Cortez è stata anche una delle prime persone a dichiarare che era “legittimo discutere” delle affermazioni di Rea­de e che le sue accuse meritavano ulteriori indagini. Ma quando ha confermato che voterà per Biden, Reade si è detta delusa dal fatto che Ocasio-Cortez aveva deciso di “rigare dritto”. E il 26 aprile ha scritto su Twitter : “Chi tace è complice degli stupri”, taggando alcune importanti esponenti del Partito democratico: l’ex deputata della Georgia Stacey Abrams, le senatrici Kamala Harris, Elizabeth Warren ed Amy Klobuchar, Ocasio-Cortez e l’ex first lady Michelle Obama.

Uno dei tristi paradossi di questa situazione è che molte di quelle persone hanno lottato con tutte le loro forze per evitare che Biden diventasse il candidato democratico. Ma, ora che l’ex vicepresidente ha vinto le primarie, pensano che sia l’unico baluardo contro Donald Trump, un presidente pericoloso e incompetente che, se dovesse essere rieletto, provocherebbe ulteriori disastri e il collasso dell’ambiente, del sistema sanitario, della giustizia e della democrazia, con conseguenze gravi soprattutto per le donne, e in particolare per le donne meno benestanti. Per evitare un secondo mandato di Trump, Biden e i suoi sostenitori faranno appello alle donne – soprattutto a quelle che lo hanno contestato in passato, per motivi legati ai loro ideali femministi – chiedendogli di invitare altre donne a votare per lui. Chiederanno alle donne di mettere da parte il disgusto e lo sgomento provocato dalle accuse di molestie contro un potenziale presidente.

Da sapere
Testa a testa
Sostegno ai candidati delle elezioni di novembre, media dei sondaggi nazionali (Fonte: Real Clear Politics)

Reputazione in pericolo

Che brutta situazione. Chi critica Biden da sinistra dovrebbe sperare che scelga una candidata alla vicepresidenza progressista ed energica. Una donna che magari, un giorno, potrebbe prendere il suo posto. Ma tutte le donne con questi requisiti – Elizabeth Warren, Stacey Abrams o anche le deputate Barbara Lee o Ayanna Pressley – saranno necessariamente persone che in passato hanno preso una posizione decisa sulle molestie e sulle violenze contro le donne. Da una parte, quindi, le femministe statunitensi dovrebbero sperare che Biden scelga una donna con l’ambizione di guidare il paese e renderlo più progressista. Alcune, soprattutto Abrams, hanno espresso esplicitamente questo desiderio.

Tuttavia, facendosi avanti per Biden, legandosi a lui e ai suoi errori passati, queste donne finiranno per mettere in pericolo la loro reputazione proprio sui temi che le hanno spinte a fare politica. Probabilmente gli verrà rinfacciata la loro storia di militanza per farle apparire ipocrite. Le criticheranno per aver accettato di collaborare con un uomo contro cui ci sono accuse credibili di comportamenti da loro sempre condannati, e per essere succubi di un sistema che in realtà si stanno impegnando a cambiare. I voltafaccia sono una costante dei politici maschi (anche Bernie Sanders è stato criticato per aver sostenuto Biden dopo che le accuse di Reade erano state rese pubbliche). Ma quando si tratta di uomini l’opinione pubblica è più tollerante nei confronti di questa ipocrisia, probabilmente perché ne abbiamo secoli di esperienza alle spalle e, in questo caso, perché l’argomento del contendere – l’iniqua distribuzione del potere tra i sessi – non è proprio al centro della questione.

L’altra possibilità è che Biden scelga una donna che non si è mai distinta come femminista o progressista e che quindi non potrà essere accusata di ipocrisia. Questa è proprio una delle possibilità da temere di più. Se la versione di Reade sarà confermata da altri elementi e i sostenitori di Biden nel partito cominceranno a rendersi conto della gravità delle accuse, il candidato potrebbe modificare i suoi calcoli sulla vicepresidente, e scegliere una donna che possa aiutarlo a sminuire le affermazioni di Reade. Il prezzo da pagare è la scelta di una persona che deluderebbe molte femministe di sinistra. Anche a lei chiederanno cosa ne pensa delle accuse di Reade, e qualsiasi tentativo di difendere o proteggere Biden la renderà corresponsabile degli errori di un uomo mediocre al quale si è legata pubblicamente.

Da sapere
Accusa e difesa

◆ A fine marzo Joe Biden, candidato del Partito democratico alle elezioni presidenziali statunitensi di novembre, è stato accusato di violenza sessuale da Tara Reade, una donna che lavorò nel suo ufficio nel 1992 e nel 1993. Reade sostiene che Biden la spinse contro un muro, le infilò la mano sotto la gonna e la penetrò con le dita. La donna afferma inoltre che quando provò a lamentarsi con i suoi superiori fu demansionata.

Le sue accuse non sono confermate da testimoni oculari, ma nelle ultime settimane sono state corroborate da altri elementi. Nel video di una puntata di uno show televisivo del 1993 una donna al telefono racconta che sua figlia ha avuto un problema con un importante politico e che è stata punita per aver protestato. Reade sostiene che la donna che chiamò durante lo show era sua madre, che nel frattempo è morta. Inoltre una ex vicina di casa di Reade ha detto che nel 1995 la donna le raccontò nel dettaglio l’aggressione. Reade dice che all’epoca presentò un reclamo all’ufficio del personale.

Secondo Biden questi fatti non sono mai avvenuti. L’ex vicepresidente ha chiesto ai funzionari del senato di cercare il reclamo che Reade dice di aver presentato. Il 4 maggio il segretario del senato ha detto di non avere il potere giuridico per divulgare i documenti. Biden si è invece rifiutato di consentire l’accesso all’archivio dell’università del Delaware, che custodisce i documenti relativi alla sua attività da senatore.

Al momento le inchieste condotte dai principali quotidiani statunitensi non hanno trovato prove dell’aggressione, e alcuni ex collaboratori di Biden hanno detto che non ricordano di suoi comportamenti scorretti nei confronti delle donne dello staff.


La soluzione peggiore

Anche prima che venissero fuori le accuse di Reade, considerazioni di questo tipo hanno spinto molte persone (me compresa) a sperare che Biden non vincesse le primarie democratiche. Spesso gli abusi commessi dagli uomini di potere vanno oltre le persone che sono state molestate. Coinvolgono tutti quelli che per qualche motivo dipendono dalla persona accusata: i lavoratori, a causa della loro dipendenza economica; i familiari, per via della dipendenza economica e affettiva; gli elettori, a causa della loro dipendenza politica. Uno dei tratti tipici della disuguaglianza di genere è che le donne finiscono per pagare per le malefatte degli uomini potenti cui sono associate, e questo fa sentire gli uomini ancora più autorizzati a continuare gli abusi e a trarne profitto.

Le donne di sinistra se ne sono già rese conto quando sono emerse le accuse di molestie sessuali contro il senatore Al Franken. Mentre lui respingeva le accuse e chiedeva un’indagine, politici di entrambi gli schieramenti hanno chiesto alle sue colleghe di partito di condannarlo. Se non lo avessero fatto avrebbero dimostrato di criticare chi è accusato di molestie solo se appartiene al partito avversario, quindi sarebbero passate per ipocrite. Le donne democratiche – comprese alcune di quelle che oggi Biden sta prendendo in considerazione per la vicepresidenza, come Kamala Harris ed Elizabeth Warren – alla fine hanno chiesto a Franken di dimettersi.

La senatrice del Minnesota Kirsten Gillibrand, che da tempo lotta contro le molestie sessuali e le violenze nell’esercito e nelle università, sta ancora pagando il prezzo di essere stata la prima a chiedere le dimissioni di Franken. L’estate scorsa è stata la prima delle sei donne che si sono chiamate fuori dalle primarie democratiche ed è ancora considerata un’opportunista, anche se sfidare uomini molto amati e potenti non ha mai portato fortuna alle donne nella vita pubblica, in nessuna epoca storica. Di recente, quando ha sostenuto la candidatura di Biden e lo ha definito un “paladino delle donne”, è stata molto criticata. Queste critiche saranno anche giuste, ma sono un esempio del triste prezzo che ci si aspetta che le donne paghino quando sfidano uomini più potenti di loro. Non possono mai contestare la loro autorità senza essere messe alla gogna, e dovrebbero sempre riflettere e mai commentare le loro opinioni.

Nessuna buona scelta

E credetemi: se Biden dovesse perdere contro Trump, indipendentemente da chi avrà scelto come candidata alla vicepresidenza, le femministe – anche quelle accusate di non averlo criticato – e le donne in generale saranno incolpate della sua sconfitta, per aver creato un’atmosfera in cui le accuse di molestie sessuali vengono prese tanto sul serio da danneggiare un politico. Le femministe e le persone di sinistra, comprese quelle che non hanno mai pensato che alla fine il candidato sarebbe stato Biden, sono in una situazione molto difficile. Sperare che scelga una donna debole come eventuale vicepresidente non è una buona strategia, perché renderebbe impossibile spostare a sinistra la sua amministrazione, anche se ci sono ragionevoli dubbi su quanta influenza una vicepresidente progressista potrà avere su quel governo.

Dovremmo augurarci di avere la voce giusta al fianco di Biden piuttosto che nessuna voce. Ma se l’avremo, quella voce progressista sarà subito danneggiata dalla sua vicinanza. Purtroppo negli Stati Uniti non c’è una cultura che le consentirebbe di dire: “Sono molto preoccupata per le accuse convincenti lanciate contro il mio collega Joe Biden, e vorrei che non vivessimo in un mondo in cui dobbiamo scegliere tra un presidente accusato di stupro e molestatore confesso e uno che è già stato accusato di molestie e ora è sospettato di violenza sessuale. Ma questo è il risultato del patriarcato capitalista e io sono qui proprio per cambiare le cose”.

Dovremmo poter dire queste cose. Se parte del lavoro da fare in vista delle elezioni è spingere per ottenere una politica più giusta, dovremmo insistere perché le donne – comprese quelle a cui sarà chiesto di sostenere Biden all’interno del suo partito e chi sarà candidata alla vicepresidenza – siano libere di denunciare il sessismo. L’ex vicina di Reade, Lynda LaCasse, ne ha dato un buon esempio: ha detto di essere una sostenitrice di Biden e che voterà per lui, ma non ha potuto fare a meno di aggiungere che “Reade sta facendo una cosa molto coraggiosa e qualcuno dovrebbe prendere le sue difese”.

Purtroppo è quasi impossibile immaginare che le dirigenti democratiche più in vista possano dare voce a questo stato d’animo e nello stesso tempo riuscire ad avere un qualche potere all’interno di un’eventuale amministrazione Biden. Perciò, mentre ci avviciniamo all’orlo dell’abisso, ricordatevi che molte donne non avrebbero mai voluto trovarsi in questa situazione. E ora che siamo qui, non abbiamo nessuna buona scelta davanti a noi. ◆ bt

Rebecca Traister è una giornalista statunitense. In Italia ha pubblicato _All the single ladies. Il potere delle donne single _(Fandango 2016).

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Questo articolo è uscito sul numero 1357 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati