Nell’agosto del 2016 Douglas Mcgowan è arrivato davanti a una modesta casa di mattoni vicino alla stazione centrale di Nashville con un contratto in mano e la flebile speranza di incontrare di persona la misteriosa inquilina dell’abitazione.

Mcgowan, uno scopritore di talenti della Numero Group, l’etichetta discografica che ristampa vecchie incisioni dimenticate, era alla ricerca di Jackie Shane, una cantante soul molto apprezzata ma incompresa, che non appariva più in pubblico da quasi cinquant’anni. Tre anni prima era riuscito a ottenere il numero di telefono di Shane tramite un amico della cantante, instaurando con lei una sorta di amicizia a distanza. La coinvolgeva in lunghe telefonate in cui parlavano di attualità, evitando sempre domande troppo personali o indiscrete. Lei lo prendeva in giro chiamandolo “labbra calde” e gli diceva che dalla voce se lo immaginava piuttosto basso.

Jackie Shane nel settembre del 1967 (per gentile concessione di Numero Group, 3)

Mcgowan sperava di poter incontrare Shane a casa sua. Ma non è mai successo.

“Non sono pronta”, gli ha gridato Shane dall’altra parte del muro. Dopo due ore di discussione nell’afa estiva lui si è arreso e ha lasciato il contratto (una proposta da parte della Numero Group di ripubblicare il catalogo di Shane) davanti alla porta.

Per la felicità di Mcgowan alla fine lei lo ha firmato.

La ristampa, un doppio album con lunghe note di copertina intitolato Any other way, è uscita il 20 ottobre del 2017. È la prima edizione integrale della musica di Shane, un’artista particolarmente amata dal pubblico canadese. Nel 1963 la canzone che dà il titolo all’antologia – una pastosa cover di William Bell – a Toronto fu un incredibile successo alla radio e si piazzò al secondo posto nella classifica dei singoli canadesi, prima di The end of the world di Skeeter Davis e dopo _He’s so fine _delle Chiffons.

Poi, nel 1971, Jackie Shane abbandonò la scena senza dare spiegazioni. Nei decenni successivi è diventata una curiosità di internet e una figura di culto tra gli amanti della musica soul, che hanno messo in circolo teorie folli su di lei.

Questo autunno Shane, che oggi ha 77 anni, ha parlato al telefono con il New York Times in quella che è la sua prima vera e propria intervista, oltre che la sua prima dichiarazione pubblica dalla sua uscita di scena, 46 anni fa. Era impaziente di rompere il silenzio.

La foto per la copertina dell’antologia uscita quest’anno

“L’ho detto a Sam e Doug. Se volete che vi dica roba fasulla, avete sbagliato persona”, ha dichiarato Shane riferendosi al suo ufficio stampa e a Mcgowan.

Nata a Nashville nel 1940, Jackie era nera e transgender in un’epoca in cui entrambe le cose significavano una vita di costrizioni e compromessi. Prima ancora che mettesse piede su un palcoscenico, la sua vita era già un esercizio di equilibrio su una fune tesa tra i tabù del sud, allora dominato dalle leggi Jim Crow sulla segregazione razziale.

Pur avendo dichiarato di sentirsi una donna nel corpo di un uomo già all’età di tredici anni, a volte Shane si è definita gay con gli amici, molti decenni prima che il movimento per i diritti dei transgender modificasse i termini del discorso sul genere e la sessualità. Per tutta la sua carriera però è stata considerata un uomo.

“Ero semplicemente me stessa”, ha detto. “Non sentivo il bisogno di spiegare agli altri chi ero: nessuno lo faceva con me”.

Temperamento schivo

Verso il 1959 si trasferì a Toronto, dove si truccava e indossava parrucche, in genere abbinate a pellicce, abiti di seta e lustrini. Davanti al pubblico rapito dei nightclub, quando cantava con voce rauca e vibrante o trasformava monologhi intimi in febbrili sermoni laici, esibiva una sorta di trasparenza radicale.

Jackie Shane si è formata con Little Richard e gli Upsetters e ha condiviso il palco con icone del blues e del soul come Etta James, Jackie Wilson e gli Impressions. Eppure non aveva mai inciso un album in uno studio di registrazione, in parte a causa dello stato ancora embrionale dell’industria musicale canadese, in parte per la sua sfiducia nei confronti delle case discografiche.

Negli anni la stella di Shane, come quella di molti musicisti pop semifamosi del dopoguerra, si è offuscata nel silenzio.

Shane ha passato molti anni a Los Angeles, dove si era trasferita inizialmente per essere vicina alla madre, Jessie Shane. Il patrigno di Shane era morto nel 1963 e la cantante ha detto di sentirsi colpevole per aver inseguito una carriera a migliaia di chilometri di distanza dalla madre. Così nel 1971 è tornata da lei e l’ha accudita fino alla morte, nel 1997.

A Nashville, dove Shane è tornata una decina d’anni fa e vive da sola, ha cercato di lasciarsi alle spalle il passato.

È piuttosto schiva e si avventura fuori casa raramente: una volta al mese, per fare provviste (compreso il cibo per il suo gatto di nome Sweetie) o semplicemente per fare due passi. Non ha voluto dire come si mantiene, ma ha chiarito di non aver mai lavorato al di fuori della musica.

Quando esce di casa, indossa un cappello e occhiali da sole per paura di essere riconosciuta. È convinta che i vicini l’abbiano vista solo “tre o quattro volte” da quando si è trasferita.

“Non socializzo”, ha detto, perché “qui al sud intromettersi e spettegolare è pane quotidiano”.

Non cerca di nascondere la sua misantropia e la riconduce agli anni della sua infanzia a Nashville. All’epoca Shane dava nell’occhio perché parlava e si vestiva in modo femminile. Disarmava i bulli con la sua sicurezza e con un innato istinto di conservazione che poteva renderla feroce.

Quando era in quarta elementare, un bullo fece l’errore di colpirla con un sasso nel cortile della scuola. “Voleva tormentarmi, ma non glielo avrei mai permesso”, ricorda ancora sprezzante. Jackie lo picchiò con una corda per saltare e, furiosa, diede una frustata anche a un insegnante che voleva intervenire.

I recenti progressi nel campo dei diritti gay e transgender non sono riusciti a darle molta speranza, neanche per la decisione della corte suprema del 2015 in favore dei matrimoni gay. “Sarebbero dovuti essere legali da subito”, ha detto. “Abbiamo combattuto per cose che sarebbero dovute essere scontate”.

Oggi la sua vita domestica è decisamente tranquilla. Non ha mai imparato a cucinare (“Sono un disastro in cucina, tesoro, potrei far bruciare anche l’acqua”), si fa portare da mangiare a casa quattro o cinque volte alla settimana e ama vedere vecchi successi di Hollywood.

Mcgowan spera che il rinnovato interesse nei suoi confronti spinga Jackie a riapparire in pubblico.

Lei non ha fatto promesse ma, dopo aver esaminato il panorama della musica pop di oggi, l’idea non le dispiacerebbe. “Questa gente ha bisogno di una lezione”, ha detto. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1235 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati