Il 24 maggio un’autobomba è esplosa mentre passava un treno militare vicino a Quetta, la capitale della provincia pachistana del Belucistan, uccidendo più di venti persone. Poche ore dopo il capo delle forze armate pachistane era a Teheran per mediare tra gli Stati Uniti e l’Iran. La contraddizione riflette il momento decisivo che sta vivendo il Pakistan. L’Esercito di liberazione del Belucistan (Bla) non è più la minaccia marginale che i funzionari pachistani hanno a lungo cercato di dipingere. Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio il Bla ha realizzato attacchi sincronizzati e su più fronti in almeno dodici località, colpendo le forze di sicurezza con autobombe, assalti a postazioni militari e sabotaggi di infrastrutture critiche.
La risposta militare del Pakistan è stata altrettanto imponente. Secondo i dati ufficiali, nel 2025 le forze di sicurezza hanno condotto più di 78mila operazioni basate su informazioni di intelligence in tutto il Belucistan. Gli stessi funzionari però ammettono che nello stesso periodo queste operazioni hanno provocato la morte di 202 agenti delle forze di sicurezza e 280 civili. L’intensità delle operazioni non si è tradotta in vittorie risolutive.
Il quadro della sicurezza è complicato anche dalle alleanze del Bla in continua evoluzione. Le valutazioni dei servizi segreti e dell’esercito indicano il rafforzamento della collaborazione tra il Bla e i Tehrik-i-taliban Pakistan (Ttp, i taliban pachistani), due gruppi con ideologie incompatibili uniti da un avversario comune. Questo ha coinciso con decisi miglioramenti nella precisione operativa, nella logistica condivisa e nella tempistica coordinata degli attacchi. I taliban afgani, dal canto loro, mantengono un’ambiguità strategica: non sostengono formalmente il Bla, ma non ne disturbano i movimenti nelle province meridionali dell’Afghanistan, trattando i ribelli come una leva utile contro Islamabad. Il deterioramento delle relazioni tra il Pakistan e Kabul aggrava ognuna di queste minacce. Lo scorso ottobre il ministro degli esteri indiano Subrahmanyam Jaishankar ha tenuto il primo vertice bilaterale di alto profilo tra l’India e i taliban, dopo il quale New Delhi ha alzato il livello della sua presenza diplomatica a Kabul da missione tecnica ad ambasciata vera e propria. È facile capire come l’India stia cercando di sfruttare le divisioni tra Islamabad e Kabul.
Ora l’Afghanistan è più allineato con New Delhi che con Islamabad. Questo ha un’importanza enorme per il Belucistan, che condivide una lunga frontiera con l’Afghanistan e ha storicamente funzionato da corridoio di transito per la logistica della ribellione. Il miglioramento dei legami tra Pakistan e Iran, che stanno attraversando una delle fasi più costruttive degli ultimi decenni nelle loro relazioni bilaterali, è solo un contrappeso parziale. Un coordinamento migliore sul confine tra Iran e Pakistan potrebbe impedire i movimenti del Bla su quel versante. Ma con la rotta afgana aperta e l’alleanza con il Ttp attiva, non sarebbe sufficiente.
Soluzione politica
Nel frattempo gli sforzi diplomatici in Asia occidentale hanno dato al Pakistan un enorme prestigio internazionale. Il paese ha mediato un cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran l’8 aprile, ha ospitato a Islamabad i colloqui con il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance e ha mandato il capo di stato maggiore Asim Munir a Teheran come diplomatico non ufficiale. Questo prestigio però poggia su una stabilità interna vacillante. Il Belucistan si trova nel preciso punto di intersezione tra Asia meridionale, Asia occidentale e Asia centrale. È qui che si concentrano gli investimenti cinesi nell’ambito del corridoio economico Cina-Pakistan (Cpec), dove il confine con l’Iran è più poroso, la ribellione è più radicata e il Pakistan sta cercando gli investimenti sauditi per costruire una raffineria di petrolio. Se uno stato non sa stabilizzare il suo cuore strategico la sua credibilità di forza stabilizzatrice regionale finirà per essere messa in discussione.
Un bisogno di rottura
Il Pakistan ha sempre trattato il Belucistan come un problema di sicurezza che richiedeva una soluzione militare. Ma il problema è sostanzialmente politico, non risolvibile solo con operazioni di sicurezza. Un approccio diverso dovrebbe partire da un bilancio onesto dei risultati ottenuti in decenni di dominio militare: una ribellione che è diventata sempre più interconnessa e radicata nel tessuto sociale. Servirebbe poi un impegno concreto sulle questioni che hanno alimentato l’ostilità della popolazione: la fine delle sparizioni forzate, che in più di vent’anni hanno colpito migliaia di famiglie e sono una delle fonti più potenti di radicalizzazione; una condivisione delle risorse derivanti dall’estrazione di rame, gas e oro dal sottosuolo invece di accordi in cui le comunità locali si fanno carico dei costi ambientali mentre i ricavi finiscono altrove; una significativa autonomia politica che dia ai rappresentanti locali un’autorità reale sul futuro della loro provincia e una smilitarizzazione graduale che sostituisca la logica del controllo con quella dell’amministrazione. Riconoscere come legittime le richieste dei beluci invece di ridurle a una ribellione fomentata dall’estero richiede una rottura con decenni di narrazione ufficiale.
Per ora le cose stanno andando diversamente. Il Bla sta ampliando la sua base sociale, sta formalizzando le sue strutture e sta approfondendo le sue relazioni esterne in un ambiente geopolitico sempre più favorevole alla sua causa. Per il Pakistan la finestra di una soluzione politica non resterà aperta all’infinito. Se Islamabad continuerà a governare il Belucistan con le armi, potrebbe scoprire che le armi sono l’unica cosa che le rimane. ◆ _gim _
Salman Rafi Sheikh è un politologo pachistano.
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Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 35. Compra questo numero | Abbonati