A quanto pare nessuno è stato in grado di far ragionare Khalifa Haftar. Se il piano era di ricorrere a un impressionante spiegamento di personalità mondiali per mettere in riga il comandante militare libico, possiamo dire che non ha funzionato.
Alla vigilia del vertice internazionale a Berlino sulla Libia del 19 gennaio Haftar ha messo in atto una minaccia che ripeteva da mesi: ha fermato le esportazioni di petrolio, bloccando metà della produzione nazionale di greggio. Neanche una settimana prima aveva abbandonato i colloqui in corso a Mosca, che avrebbero dovuto portare alla firma di un cessate il fuoco duraturo nella sempre più intricata guerra civile libica.
Nella capitale tedesca leader e diplomatici hanno trovato un terreno comune su cui lavorare. Haftar e il primo ministro libico Fayez al Sarraj, capo del governo di accordo nazionale (Gna), dovranno nominare cinque persone ciascuno per formare un comitato militare incaricato di vigilare sul rispetto del cessate il fuoco, in vista di un prossimo incontro a Ginevra. Il comportamento di Haftar è tuttavia imprevedibile. La sua riluttanza a scendere a patti è particolarmente frustrante per la Russia e la Turchia, che stanno fornendo aiuti militari ai due opposti schieramenti. Il presidente russo Vladimir Putin ha sostenuto Haftar, che controlla l’est della Libia e sta cercando di prendere il controllo della capitale Tripoli. La sua controparte turca Recep Tayyip Erdoğan appoggia il governo di Al Sarraj, riconosciuto dalla comunità internazionale.
Riempire il vuoto
I due leader hanno sfruttato il vuoto creato dal ritiro degli Stati Uniti dal Medio Oriente per ritagliarsi delle nuove sfere d’influenza. Sulla Libia sembrano essere giunti a un accordo conveniente per entrambi: se convinceranno i due avversari a firmare un cessate il fuoco, Mosca e Ankara potranno dividersi il bottino geopolitico e commerciale, nel territorio che ha le più grandi riserve petrolifere dell’Africa. Ma le cose non stanno andando come previsto.
Al Sarraj ha firmato, Haftar no. Un diplomatico occidentale ha commentato che il generale vuole sempre sentirsi trattato come la sposa al matrimonio.
Poche settimane prima Erdoğan minacciava di dare una lezione al generale libico inviando le sue truppe in Nordafrica, una mossa che ha rapidamente cambiato le carte in tavola di quella che è diventata una complessa guerra per procura, anche se a quanto pare la decisione ha impressionato più Putin che Haftar.
L’irruente ingresso di Erdoğan nella mischia ha spinto la Libia in cima all’agenda diplomatica internazionale. Come ha commentato Jalel Harchaoui, esperto di Libia del Clingendael institute nei Paesi Bassi, “alla fine il bubbone è scoppiato”. Di sicuro è diventato ancora più urgente per gli europei, a loro volta divisi su come risolvere il conflitto, dare l’impressione di voler fare qualcosa, a quasi dieci anni di distanza dagli attacchi aerei guidati da Francia e Regno Unito che aiutarono i ribelli a rovesciare il dittatore Muammar Gheddafi.
Francia e Germania vogliono impedire agli estremisti islamici e ai flussi di migranti di attraversare il Mediterraneo ed entrare nell’Unione europea. La Turchia, che al momento sta svolgendo un ruolo di primo piano in Siria e in Libia, è in grado di controllare i flussi, mentre Haftar è considerato di fondamentale importanza nella lotta contro i jihadisti.
Questo è il contesto che ha fatto decidere alla cancelliera tedesca Angela Merkel di accelerare i tempi, convocando i contendenti libici a Berlino. Ma l’incontro era destinato all’insuccesso fin dall’inizio. Haftar e Al Sarraj non s’incontrano di persona da un anno e sono stati tenuti a debita distanza anche a Berlino, dove hanno partecipato a vertici separati e hanno alloggiato in alberghi diversi. Negli ultimi tempi i tentativi di farli incontrare sono falliti troppe volte.
I due sono molto diversi tra loro sia per provenienza sia per carattere. Haftar, 76 anni, è un veterano dell’esercito che è stato al servizio di Gheddafi negli anni settanta, poi è caduto in disgrazia e per vent’anni, in esilio negli Stati Uniti, ha cercato di rovesciarlo. Al Sarraj ha studiato da architetto.
Il primo ministro libico ha apertamente espresso il suo disappunto per l’abbandono della Libia da parte degli europei, che l’ha costretto a rivolgersi alla Turchia. “Dov’eravate?”, ha detto in un’intervista a Berlino. “Perché non vi siete fatti avanti? La strada era aperta”.
◆ Il 19 gennaio 2020 a Berlino non è stato firmato un accordo, ma i rappresentanti dei paesi invitati alla conferenza sulla Libia (Algeria, Egitto, Francia, Russia, Turchia, Congo, Italia, Regno Unito, Germania ed Emirati Arabi Uniti) hanno pubblicato un comunicato in cui sostengono gli sforzi delle Nazioni Unite per una tregua duratura, per far rispettare l’embargo sulle armi e per smantellare le milizie. Secondo il quotidiano algerino **El Watan, **non si può comunque parlare di un fallimento totale, perché il conflitto in Libia ha ormai raggiunto le dimensioni di una guerra per procura che rischia di destabilizzare tutto il Nordafrica.
L’unico risultato chiaro della conferenza, scrive il giornale panarabo Al Araby al Jadid, è che bisogna “restituire un ruolo centrale all’Onu, anche se per rilanciare la missione dell’inviato Ghassan Salamé occorrerà molto più di un accordo tra i leader di Europa, Russia, Turchia e Stati Uniti”. Il quotidiano ricorda che l’embargo sulle armi in Libia è in vigore dal 2011, ma l’Onu non ha ancora i mezzi per farlo rispettare. A questo proposito, l’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Unione europea, Josep Borrell, ha parlato di un ritorno delle navi dell’operazione Sophia nel Mediterraneo per assicurare la tenuta dell’embargo. Per superare la logica militare che ha prevalso finora, scrive il quotidiano tedesco Handelsblatt, bisognerà garantire una divisione equa dei ricavi del petrolio, “perché è questa la vera posta in gioco. L’economia può essere la chiave per sbloccare l’impasse politica”.
L’imprevedibilità di Haftar nel frattempo ha colto di sorpresa tutti gli altri. La sua decisione di strangolare il settore petrolifero libico ha fatto schizzare il prezzo del greggio sui mercati asiatici. Con i porti di Brega, Ras Lanuf, Zueitina e Al Sidra bloccati, il 22 gennaio la produzione libica è calata a 400mila barili al giorno, contro gli 1,3 milioni di barili dei giorni precedenti all’intervento di Haftar, perché la compagnia petrolifera nazionale libica è stata costretta a fermare buona parte della produzione nei giacimenti di Al Sharara ed El Feel.
Riposino pomeridiano
La presenza di Haftar a Berlino si sentiva anche quando lui non c’era. Mentre il segretario di stato statunitense Mike Pompeo si preparava a partire, si è diffusa la voce che anche Haftar aveva lasciato Berlino. Poi si è scoperto che era ancora in città, ma l’episodio la dice lunga sulla suspense generata dall’uomo che ha osato sbattere la porta in faccia a Putin quando è stato convocato a Mosca il 13 gennaio.
A un certo punto Haftar, che a quanto pare fa sempre un pisolino nel tardo pomeriggio, ha lasciato la sede dei colloqui ed è tornato in albergo. Al momento di aggiornarlo, racconta un diplomatico occidentale, i funzionari si sono sentiti rispondere che stava “riposando”.
È stato altrettanto poco disponibile nei confronti dell’Egitto, che gli fornisce assistenza militare, e degli Emirati Arabi Uniti, che conducono attacchi con i droni per conto suo, e che hanno cercato a loro volta di convincerlo a firmare l’accordo.
Gli ospiti tedeschi, per non far salire troppo le aspettative, hanno dichiarato che né Haftar né Al Sarraj avrebbero ufficialmente preso parte al vertice. Merkel li ha incontrati entrambi nella mattinata del 19. Gli statunitensi non sono apparsi particolarmente colpiti: a detta di un alto funzionario di Washington, il fatto di non essere riusciti a far incontrare i due rivali mostra che nulla può davvero cambiare. A Berlino il senso d’impotenza e frustrazione era evidente.
“Questa cosa è durata anche troppo”, ha dichiarato in tv il primo ministro britannico Boris Johnson al suo arrivo all’aeroporto. “È un disastro. È vero, nel 2011 ci siamo sbarazzati di Gheddafi, ma è ora di superare la cosa e voltare pagina”. La stessa Merkel nella conferenza stampa finale ha dichiarato di “non nutrire illusioni” e “che la strada da fare è ancora molto difficile”. Sergei Lavrov, il capo della diplomazia russa e ministro degli esteri per sedici anni, è stato molto diretto: “È evidente che non è ancora possibile stabilire un dialogo serio tra le due parti. Il loro atteggiamento è troppo diverso”. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1342 di Internazionale, a pagina 12. Compra questo numero | Abbonati