“Credo che continuerò”, mi scrive mio marito su WhatsApp e io vorrei lanciare il telefono contro il muro. Abbiamo appena finito le quattro settimane di “veganuary”, il mese di gennaio dedicato alla dieta vegana. È solo un esperimento, pensavo, e già pregustavo la ricompensa: una ricca lasagna con ragù, besciamella e mozzarella. Un premio per tutte le rinunce fatte nel corso del mese. Ma no. Mio marito mi dice che intende continuare a cibarsi solo di piante per prendersi cura della sua salute e di quella del pianeta.

Intanto però crea un problema a me. Perché a casa nostra sono io che cucino, mentre lui si dedica ad altre faccende: stende i panni, pulisce la cucina e cambia la lettiera del gatto, tra le altre cose. In molte famiglie la gestione dei pasti resta una responsabilità femminile: secondo le statistiche dell’ufficio federale tedesco le donne passano quasi il doppio del tempo degli uomini in cucina. A me non ha mai dato fastidio: sono una giornalista che scrive di cibo e mi piace mangiare bene. Amo ricercare ingredienti rari e pregiati. E sono felice di riunire ogni sera tutta la famiglia davanti a un piatto preparato da me. Uno solo, intendiamoci. E ora come faremo?

Cucinare per una famiglia è qualcosa di più che stare ai fornelli. Bisogna sempre pianificare. E poi sapere cosa è rimasto in frigo e cosa va consumato; cosa va comprato; a che ora cominciare a cucinare perché non si faccia troppo tardi per i bambini. Quindi, sarò ancora in grado di trovare un piatto che piaccia a entrambi e che contenga pure qualche vitamina? All’inizio me la sono cavata bene, ma poi ho cominciato ad agitarmi.

Dopo due settimane arriviamo a un punto critico: ho preparato una cena con quattro pietanze diverse (insalata con feta e uova per me, wurstel e purè per i bambini, cotoletta vegana per mio marito) e mi asciugo il sudore dalla fronte. Ho fatto la spola tra i fornelli e la tavola, consegnando e ritirando piatti come una cameriera stressata. Poi ho messo gli avanzi in frigo facendo un tetris. E poiché non tutte le pentole e le padelle vanno in lavastoviglie, ho dovuto lavare a mano la metà dei piatti. Ho oltrepassato la soglia della mia pazienza: non dovrebbe essere la persona che cucina a scegliere il menù?

“Non ho più voglia di prepararti alternative vegane”, inveisco contro mio marito quando i bambini sono a letto. Lui ribatte che non vuole convertire nessuno, e che le nostre esigenze a tavola sono semplicemente cambiate.

Il carico mentale dei pasti

Ovviamente anche per me è importante mangiare sano, rispettare gli animali e non sovraccaricare inutilmente l’ecosistema. Ma la sua scelta alimentare ha di colpo trasformato i nostri pasti in un problema e, se non vogliamo cucinare quattro cose diverse, ci impone di ridurre tutto al minimo comune denominatore.

Ma io non voglio mangiare vegano, e nemmeno i nostri figli. Mi pare uno sforzo eccessivo dover controllare tutti i nutrienti per supplire a eventuali carenze con degli integratori. Trovo più pratico mangiare in abbondanza frutta, verdura, legumi, cereali, pesce, uova, latticini e, solo di tanto in tanto, un po’ di carne. Prima andava bene anche a mio marito.

Ma lui boccia la mia proposta di cucinare un po’ vegano e un po’ no. Dice che è più facile rinunciare completamente che fare una via di mezzo. Così, mi ritrovo accanto un vegano convinto. Ora ispeziona ogni minima porzione di carne sul mio piatto, come gli ex fumatori che si mettono a tossicchiare appena qualcuno si accende una sigaretta. Almeno promette di impegnarsi a preparare i suoi piatti.

Il risultato, il giorno dopo, è che il latte per la pappa di semolino di mio figlio trabocca dal pentolino, e io non me ne sono accorta perché ero troppo impegnata a mostrare a mio marito come fare le polpette di tofu. “Insomma quando mangiamo?”, chiede mio figlio mentre estraggo dal forno all’ultimo secondo uno sformato di pasta e carne macinata prima che si bruci. Mio marito passa freneticamente la spugna sul piano cottura finendo per spargere il latte invece di pulirlo. In cucina regna il caos. Mentre fino a poco tempo fa filava tutto liscio.

So che mio marito non ha preso questa scelta alla leggera. Ha il colesterolo alto per predisposizione e, secondo gli studi scientifici, le persone come lui possono significativamente ridurre il rischio di malattie cardiovascolari se adottano una dieta a base vegetale. La sua scelta è anche un gesto di cura per sé. Ma questo non risolve il mio problema.

Non resta che trovare dei compromessi. Mio marito comincia a occuparsi di più della cucina, diventando più autonomo. Ha capito che bisogna avere già in mente cosa servirà prima di fare la spesa e che a volte è necessario pianificare i pasti anche con un paio di giorni d’anticipo. Ora inserisce le sue cose nella nostra lista della spesa online o se le compra da solo, per esempio le cotolette di soia. Le ripassa in padella mentre le verdure si cuociono nel forno. Per me e per i bambini c’è un filetto di salmone. Un pasto per tutti, cucinato insieme: così va benissimo per me. E il suo sguardo critico mi aiuta anche a rinunciare più spesso alla carne.

Chapati fatto in casa e un curry di verdure, e un normale sabato sera diventa una festa. Oppure quando lui prepara la nostra nuova ricetta preferita: i funghi orecchioni – che nostra figlia adora – passati nella pastella e cotti in forno finché non sono croccanti. Nel frattempo io sto seduta sul divano con un bicchiere di vino a giocare a carte con i bambini.

Ormai mio marito cucina regolarmente, fa la spesa e partecipa alla pianificazione. Il carico mentale della gestione dei pasti è suddiviso in modo più equo. Noto solo adesso quanti momenti liberi si sono creati nella mia giornata. E anche per i bambini l’atmosfera a tavola è più rilassata.

Dopo due anni mio marito non è più un vegano intransigente. Rinunciare a un piatto solo perché c’è una scaglia di parmigiano alla lunga non gli sembra più tanto giusto, se qualcuno (io!) l’ha cucinato con amore. Vegani quando si può, altrimenti vegetariani. Forse è questo il vero compromesso della nostra cucina: meno princìpi, più libertà e considerazione. E ogni tanto a tavola rispunta una lasagna, con ragù di lenticchie e parmi­giano. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1684 di Internazionale, a pagina 100. Compra questo numero | Abbonati