Forse pensate di ricordare di aver fatto una gita a Disneyland quando avevate 18 mesi o di aver avuto la varicella a due anni, ma quasi sicuramente non è così. Per quanto reali possano sembrare, i nostri primi preziosi ricordi sono stati probabilmente impiantati nella nostra memoria da qualche foto o dai racconti dei nostri genitori. Richiamarli alla mente più e più volte li consolida nel nostro cervello, rendendoli vividi come quelli delle nostre ultime vacanze estive.

Di solito le persone non ricordano nulla del periodo precedente ai tre anni di età e la memoria non si sviluppa del tutto fino a sette anni circa. “In un certo senso è un paradosso”, afferma il neuroscienziato Flavio Donato dell’università di Basilea, in Svizzera. “Nel momento in cui il cervello impara a un ritmo che non raggiungerà più per tutta la vita, sembra che non riesca a registrare i ricordi”.

Per molti anni i ricercatori hanno ipotizzato che il cervello dei bambini non fosse abbastanza maturo per formare ricordi permanenti. Esistono varie ipotesi sul fatto che si tratti di un’immaturità biologica o di qualcosa di più psicologico, come la mancanza di un senso di sé in quanto individui o della capacità di usare il linguaggio. Sigmund Freud, invece, credeva che i bambini formassero ricordi, ma che il cervello li rimuovesse per fargli dimenticare l’esperienza psicosessuale della nascita. La definiva “amnesia infantile”. Nuove ricerche fanno pensare che Freud avesse ragione sul meccanismo, anche se non sul suo scopo. Sembra che il cervello infantile sia in grado di creare ricordi prima dei tre anni, anche se in modo diverso da quello degli adulti, e che quei ricordi possano durare. Ma non siamo in grado di accedervi in modo conscio.

Nessuno è sicuro del perché esista l’amnesia infantile, ma diversi studi hanno dimostrato che il fenomeno riguarda molti altri mammiferi, suggerendo che non sia legato al linguaggio o alla consapevolezza di sé. Probabilmente la cancellazione serve invece a qualche scopo evolutivo, che si tratti di aiutare i giovani cervelli a imparare ad attribuire la giusta importanza agli eventi o di sviluppare un’impalcatura per i sistemi di memoria che useranno per il resto della vita. “Abbiamo accettato l’amnesia infantile come una semplice conseguenza dello sviluppo del cervello”, mentre in realtà potrebbe avere un ruolo essenziale, dice il neuroscienziato Tomás Ryan del Trinity college di Dublino. Qualunque sia il suo scopo, osserva, “dev’essere qualcosa che riguarda la maggior parte dei mammiferi”.

Per studiare questo processo naturale, i ricercatori stanno sottoponendo alcuni bambini a dei test sulla memoria e manipolando i ricordi dei roditori con strumenti moderni come l’optogenetica, che può attivare selettivamente i neuroni usati nella codifica di un certo ricordo. Sperano così di trovare la chiave per capire come si dimenticano i primi ricordi, se le loro tracce possono influenzare le nostre vite in seguito, se le infezioni, lo stress durante l’infanzia e altri fattori possono modificare la nostra capacità di memoria e se i ricordi inaccessibili possono essere riattivati.

Trova il peluche

Il laboratorio di Sarah Power all’Istituto Max Planck per lo sviluppo umano a Berlino, in Germania, è un posto colorato con giungle magiche, deserti e paesaggi marini proiettati sulle pareti. Bambini di età compresa tra i 18 e i 24 mesi sgambettano tra le scatole sparse in giro, cercando di ricordare in quale si trova il peluche che hanno visto l’ultima volta che sono stati nella stanza della giungla o in quella del deserto.

Christopher Anderson, Magnum/Contrasto

Power sta conducendo il primo studio che misurerà lo sviluppo della capacità dei bambini di ricordare le informazioni. Molti studi retrospettivi hanno esaminato in che modo le persone rievocano i loro primi ricordi, ma questi possono essere fortemente influenzati da fattori come la cultura e i racconti dei genitori. Inoltre alcune ricerche suggeriscono che la capacità dei bambini di datare i ricordi si sviluppa in un momento diverso rispetto a quella di ricordare, per questo è difficile individuare il “primo” ricordo.

Power ha intenzione di seguire i 360 bambini coinvolti nello studio per sei mesi, e possibilmente molto più a lungo. Osserverà lo sviluppo della loro capacità di ricordare durante l’infanzia e misurerà la loro attività cerebrale con l’elettroencefalografia (eeg). I genitori compilano lunghi questionari sui fattori che potrebbero influenzare lo sviluppo del cervello, per esempio che tipo di asilo nido il bambino frequenta, le sue abilità linguistiche e se la madre ha avuto il covid-19 durante la gravidanza. L’obiettivo principale, dice Power, è capire esattamente quando il cervello attiva la capacità di formare ricordi accessibili a lungo termine. I suoi primi dati indicano che succede intorno ai venti mesi. I bambini di quell’età che hanno imparato ad associare un giocattolo a una certa posizione in una stanza possono ricordare le informazioni anche per sei mesi, mentre i più piccoli le dimenticano entro un mese.

Lo studio di Power è una versione adattata degli esperimenti usati per testare la memoria nei roditori. Topi e ratti adulti possono imparare rapidamente ad associare un certo segnale – una stanza colorata – a una piccola scossa alle zampe. Per il resto della loro vita si fermeranno davanti a quel segnale. Un cucciolo invece non ricorderà il segnale per più di un giorno o due, non importa quante volte subisca la scossa.

Curiosamente, l’amnesia infantile sembra influire solo su alcuni tipi di ricordi, in particolare quelli contestuali, che collegano dei segnali, come la disposizione di un ambiente, agli eventi che vi succedono. Negli esseri umani la rimozione riguarda i ricordi episodici, cioè memorie coscienti di dove e quando è avvenuto un evento specifico. Al contrario, i cervelli giovani possono richiamarne bene altri tipi, per esempio la memoria semantica del significato delle parole e quella motoria legata ad abilità come disegnare un cerchio. “C’è probabilmente un calendario neurale per lo sviluppo delle varie parti del sistema ”, afferma Nora Newcombe, una psicologa della Temple university di Filadelfia, negli Stati Uniti. Fino a poco tempo fa la spiegazione più semplice era che l’ippocampo, il principale sito di elaborazione dei ricordi episodici e contestuali del cervello, non può immagazzinarli o addirittura non può formarli.

Eppure gli psicologi hanno trovato prove del fatto che i primi ricordi possono persistere, anche se non possiamo accedervi consapevolmente. In una serie di esperimenti, i ricercatori hanno insegnato ad alcuni dei bambini che potevano far muovere una giostrina sopra la culla scalciando. I bambini di due mesi lo dimenticavano dopo pochi giorni, ma quelli dai tre ai sei mesi si ricordavano di scalciare se i ricercatori gli davano un suggerimento, come far muovere la giostrina, il che fa pensare che il ricordo fosse ancora lì, ma meno accessibile.

In un altro studio, Newcombe ha scoperto che i bambini di tre anni non riescono a ricordare esplicitamente una serie di immagini di animali tre mesi dopo averla vista. Ma quando ha sfocato le immagini e poi le ha rimesse lentamente a fuoco, i bambini sono stati più veloci nell’identificare l’animale visto mesi prima. Secondo Newcombe questi risultati fanno pensare che i bambini piccoli possono trattenere informazioni specifiche al livello subconscio o implicito.

La ricerca su ratti e topi giovani suggerisce che con un piccolo aiuto anche questi animali possono accedere ai ricordi rimossi. In uno studio del 2016 la neuroscienziata Cristina Alberini e i suoi colleghi hanno sottoposto dei ratti giovani a una scossa quando entravano in uno scomparto buio all’interno di una scatola bianca. I giovani hanno imparato a stare fuori dalla zona pericolosa, ma presto se ne sono dimenticati. Una volta che gli animali sono cresciuti, i ricercatori hanno scoperto che potevano rinfrescargli la memoria mostrandogli la scatola bianca e inviandogli la scossa in una scatola di colore diverso. Quando hanno rimesso i ratti nella scatola bianca originale, la combinazione dei due segnali gli ha fatto ricordare di stare fuori dallo scomparto buio.

Questi studi suggeriscono che i ricordi infantili non scompaiono, ma sono solo dimenticati. Nel 2018 Paul Frankland dell’Hospital for sick children a Toronto, in Canada, ha sondato le connessioni cellulari alla base del fenomeno. Il suo team ha usato topi geneticamente modificati per produrre una proteina sensibile alla luce nei neuroni dell’ippocampo che si attivavano mentre gli animali imparavano ad associare una certa scatola a una scossa alle zampe. I neuroscienziati chiamano engramma il gruppo di neuroni che si collegano tra loro quando si forma un ricordo. Un mese dopo, quando un topo aveva rimosso il ricordo, i ricercatori hanno fatto lampeggiare una luce nel cervello dell’animale attraverso una fibra ottica. La proteina sensibile alla luce ha evidentemente riattivato l’engramma, perché il topo si è bloccato come se si aspettasse una scossa, pur non essendo nella scatola.

Alcuni fanno notare che le scosse influiscono sui centri emotivi del cervello e potrebbero creare un tipo di ricordo diverso rispetto, per esempio, alla posizione di un giocattolo. Ma in un articolo pubblicato su Science Advances nel novembre 2023, Ryan e Power hanno riferito che anche i topi addestrati da giovani a trovare un buco per fuggire da una scatola sembravano formare engrammi duraturi risvegliabili con l’optogenetica. I due scienziati stanno collaborando per misurare l’attività cerebrale con l’eeg in bambini e roditori che affrontano problemi simili. Hanno in programma di studiare il cervello dei roditori in modo più dettagliato per capire come i tracciati degli eeg sono correlati alla formazione e al richiamo degli engrammi. Se riuscissero a tracciare gli engrammi degli animali mentre cercano il buco nella scatola, dice Power, potrebbero essere in grado di decodificare il modo in cui si formano, sono rimossi e riattivati i primi ricordi negli esseri umani.

Cose più importanti

Non è ancora chiaro perché si dimentica la maggior parte dei ricordi precoci. Il fenomeno è troppo diffuso per essere emerso senza una ragione importante, afferma Rick Richardson, uno psicologo dell’Università del New South Wales a Sydney, in Australia.

Il laboratorio di Sarah Power a Berlino è un posto colorato con giungle magiche, deserti e paesaggi marini proiettati sulle pareti

È possibile che la rimozione dei ricordi consenta al cervello di dedicare più potenza di calcolo alla comprensione di come funziona il mondo e dare all’ippocampo il tempo di svilupparsi, afferma la psicologa infantile Tracy Riggins, dell’università del Maryland, negli Stati Uniti. Questo compromesso potrebbe avere senso per i neonati umani, perché possono delegare a chi si occupa di loro alcuni compiti legati alla memoria. Ma potrebbe non essere vantaggioso per specie “precoci” come i porcellini d’india e i degu. Dalle ricerche di Frankland è emerso che questi animali non hanno l’amnesia infantile.

Quando i bambini cominciano a formare ricordi accessibili a lungo termine, non sono ancora molto bravi a farlo, suggerisce uno studio di Riggins. Il suo team ha scoperto che i bambini tra i quattro e gli otto anni faticano a distinguere forme simili, quindi forse i loro ricordi si sovrappongono. La scansione del cervello dei bambini ha suggerito che mentre crescono e diventano più bravi, alcune zone del loro ippocampo si restringono. Secondo Riggins questo indica una maggiore efficienza. Newcombe pensa che la capacità di fare sottili distinzioni tra ricordi episodici non sia una priorità per il cervello dei bambini, che sta cercando di imparare tante cose sul mondo: “È più importante riconoscere i gatti in generale che il gatto dei vicini”.

Un’altra potenziale spiegazione per l’amnesia infantile, dice Donato, è che i ricordi latenti potrebbero essere un modello provvisorio con cui confrontare le esperienze future. “Un bambino non ha l’esperienza necessaria per classificare”, osserva, e avere un ricordo latente di qualcosa di pericoloso potrebbe permettergli di codificare esperienze simili pericolose senza la paura che un ricordo più vivido provocherebbe.

I ricercatori stanno anche cercando indizi sui meccanismi alla base dell’amnesia infantile. Ryan e Frankland ipotizzano che nei neonati la rapida nascita di nuovi neuroni, nota come neurogenesi, potrebbe cancellare i ricordi, e che l’amnesia infantile scompaia nel momento in cui la neurogenesi rallenta. Quando il team di Frankland ha usato un farmaco per bloccare la neurogenesi nell’ippocampo dei topi neonati, i piccoli sono risultati bravi come gli adulti nei test di memoria. Somministrare farmaci o stimoli che aumentano la formazione di neuroni ad animali adulti, invece, ha provocato amnesia.

Se i vecchi engrammi sono semplicemente sostituiti dai nuovi senza interrompere le connessioni esistenti, dice Ryan, il cervello potrebbe non dimenticare mai nulla del tutto. Le persone affette da alzheimer cominciano a scordare le cose molto prima che il loro cervello subisca danni cellulari significativi, facendo pensare che i loro engrammi siano ancora intatti e qualche altro processo stia causando la perdita di memoria. Se così fosse, secondo Ryan i vecchi ricordi potrebbero essere recuperabili.

“È possibile che alcune persone non sperimentino l’amnesia infantile. Sarebbe interessante capire cosa succede nel loro cervello”

Newcombe non è convinta che l’esperimento dimostri che i ricordi rimossi sono ancora veramente disponibili. Anche se in un topo da laboratorio la stimolazione di un gruppo specifico di neuroni può suscitare un certo comportamento, dice, è un processo artificiale inesistente nella vita reale. E Frank­land sottolinea che i ricercatori sono ancora in disaccordo sul fatto che l’ippocampo adulto sia in grado di produrre nuovi neuroni. Se non è così, è improbabile che sia la neurogenesi a determinare l’oblio negli adulti.

Nei topi il passaggio dall’amnesia alla capacità di formare ricordi duraturi avviene nel giro di quattro giorni. Donato sta seguendo neuroni specifici all’interno degli engrammi per vedere come cambiano durante questo passaggio. Spera di capire se la transizione è dovuta a una modifica dei segnali cellulari, alla formazione di connessioni neuronali o ad altro.

Periodo critico

Alberini pensa che il passaggio alla capacità di memoria faccia parte del normale sviluppo cerebrale e corrisponda alla fine di un “periodo critico” durante il quale il cervello è particolarmente malleabile. Il suo team ha scoperto che quando i ratti giovani cominciano a produrre ricordi a lungo termine, i loro ippocampi passano a usare meccanismi molecolari e cellulari diversi. A suo avviso, l’accumulo di esperienze fa maturare l’ippocampo e determina questo cambiamento.

Quando il suo team ha esposto i cuccioli di ratti e topi a diverse esperienze – una scatola che dava scosse alle zampe o un test di memoria con un giocattolo posizionato in luoghi diversi – ha scoperto che in seguito gli animali erano più bravi a svolgere i compiti collegati a quell’esperienza, ma non altri che non lo erano. Secondo Alberini questo fa pensare che ogni esperienza stimoli l’ippocampo infantile a costruire un’impalcatura per la successiva formazione del ricordo.

Interrompere questo processo può causare danni permanenti. Il team di Richardson e altri hanno scoperto che separare i ratti dalle loro madri o esporli agli ormoni dello stress accelera la maturazione dell’ippocampo e previene l’amnesia infantile, ma ha un aspetto negativo: quei ratti rimangono più ansiosi per tutta la vita.

Anche altri tipi di esperienze avverse possono impedire l’amnesia infantile. In uno studio recente, Ryan e Power hanno somministrato a femmine di topo gravide una sostanza chimica che imita un’infezione virale. I loro figli maschi hanno mostrato sintomi simili all’autismo e non hanno mai avuto l’amnesia infantile. I test hanno dimostrato che erano più bravi sia a ricordare fatti episodici sia a orientarsi nei labirinti, e i neuroni dei loro ippocampi erano più fittamente collegati tra loro, come in un cervello maturo.

Una ricerca non pubblicata del laboratorio di Ryan indica un possibile meccanismo che coinvolge la microglìa, cellule coinvolte nella risposta immunitaria che riducono la sovrabbondanza di sinapsi durante lo sviluppo del cervello. I ricercatori hanno scoperto che il blocco della microglìa nei topi neonati sembrava eliminare l’amnesia infantile. Lo stress o un’infezione potrebbero attivare la microglìa nel momento sbagliato o nel modo sbagliato, lasciando i topi con un eccesso di sinapsi e una memoria insolitamente acuta. Secondo Ryan, la stessa cosa potrebbe succedere negli umani. “È possibile che alcune persone non sperimentino l’amnesia infantile”, dice. “Sarebbe molto interessante individuarle e capire cosa succede nel loro cervello”.

Donato ipotizza che lo studio dell’amnesia infantile potrebbe portare a intuizioni completamente nuove sulla memoria umana. I ricercatori vedono i cervelli giovani come versioni più malleabili di quelli adulti, ma potrebbero esserci differenze fondamentali: “Non dovremmo considerare il cervello infantile come una versione più limitata di quello adulto, ma come una macchina che potrebbe perfino funzionare con regole diverse”.◆ bt

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Questo articolo è uscito sul numero 1558 di Internazionale, a pagina 64. Compra questo numero | Abbonati