Il celebre economista Thomas Piketty sembra non capacitarsi dello scetticismo, molto vicino alla derisione, con cui è stato accolto il Global justice report, lo studio del suo gruppo di lavoro. Per avere una crescita compatibile con l’ambiente e la vita sulla Terra, Piketty e il suo World inequality lab suggeriscono che i redditi pro capite a livello mondiale dovrebbero convergere sui sessantamila dollari (a parità di potere d’acquisto) entro il 2100. Il pil mondiale sarebbe il quadruplo di quello attuale e la crisi climatica tornerebbe sotto controllo. Certo, i paesi più ricchi dovrebbero accontentarsi di decenni di stagnazione o decrescita, ma alla fine starebbero tutti meglio. Ci sono critiche economiche a questa tesi (con la crescita aumentano anche i redditi dei più poveri e diventa più facile sviluppare e adottare tecnologie più efficienti e sostenibili) e critiche politiche (come si fa in paesi democratici a ottenere il consenso per soffocare la crescita?). Ma prima di pensare che sia uno scenario di fantascienza, ricordatevi che il tasso di crescita prospettato da Piketty è dello 0-0,5 per cento all’anno, quello dell’economia italiana. Per salvare il mondo, insomma, bisognerebbe esportare il “modello Italia” di bassa crescita e bassa produttività. Una prospettiva che non sembrerà allettante a molti. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1673 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati





