Il nuovo premier britannico e leader laburista Andy Burnham ha ripetuto in ogni discorso che vuole chiudere l’era del neoliberismo cominciata con Margaret Thatcher negli anni ottanta, quando “il potere politico fu centralizzato e quello economico privatizzato”. Il suo predecessore, Keir Starmer, gli ha lasciato un dossier sul quale potrà testare la solidità di queste convinzioni: la nazionalizzazione della British Steel. L’ultima grande acciaieria nel Regno Unito è passata da poco sotto il controllo dello stato, sottraendola al cinese Jingye Group, che ne stava valutando la chiusura. Nel mondo c’è troppo acciaio, e quello europeo costa di più. Secondo il National audit office, l’equivalente britannico della corte dei conti, la British Steel costa allo stato 1,5 milioni di euro al giorno. Per salvare i quattromila posti di lavoro di un’industria considerata strategica ma senza possibilità di ripresa, lo stato britannico è disposto ad accollarsi l’equivalente di 140mila euro di costi annui per ogni lavoratore che resta impiegato. Da oggi fino a quando, per un miracolo, la British Steel smetterà di registrare perdite. La destra è sempre stata accusata di socializzare le perdite in tempo di crisi e privatizzare i profitti negli anni buoni. La discontinuità laburista sta nel socializzare le perdite, senza prospettiva di profitti. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati