T ra i libanesi poche cose suscitano malinconia come la storia dei trasporti ferroviari del loro paese. In realtà la maggior parte dei libanesi non ha mai visto una locomotiva in funzione. E tra le persone che ne hanno guidato una è rimasto vivo solo un macchinista: Asaad Namroud. “Uno stato senza treni non è uno stato”, dice Namroud, 91 anni, seduto nella veranda della sua casa nella città di Riyaq, che una volta era il centro del glorioso sistema ferroviario libanese. “I treni erano al servizio dei poveri, dei lavoratori, di tutti. Hanno fatto solo del bene”.
Creata nel 1895, la rete ferroviaria nazionale libanese trasportava persone e merci in tutto il territorio nazionale e nel resto della regione. Gran parte di questa ferrovia venne distrutta durante la guerra civile tra il 1975 e il 1990. Man mano che il conflitto rendeva pericoloso viaggiare, le locomotive, già di per sé vecchie, andavano in rovina e alla fine della guerra la priorità andò alla ricostruzione degli edifici e delle strade. Nel 1992 il trasporto ferroviario cessò di esistere del tutto.
Il padre di Namroud, a sua volta un macchinista, dopo aver scoperto che suo figlio marinava la scuola lo incoraggiò a fare domanda presso il consiglio direttivo dei treni del Libano. Namroud si ricorda di un ingegnere francese, “un uomo alto e imponente”, che lo scelse per partecipare al corso di formazione tra un gruppo di quattordici persone nonostante la sua giovane età. “Era il 17 ottobre 1946. Avevo 18 anni. Mi ricordo tutto. Mi disse viens ici (vieni qui). Mi presero, e fu così che cominciai”, racc0nta con gli occhi lucidi.
Namroud ha lavorato a bordo dei treni libanesi dal 1946 fino a quando i vagoni hanno smesso di viaggiare, per più di 46 anni. Ha imparato il mestiere sulla tratta da Beirut ad Aleppo, in Siria, spezzandosi la schiena per pulire i binari dopo le pesanti nevicate. “Hanno cominciato a fidarsi di me e mi hanno spostato sulla linea di Damasco, che arrivava a Deraa e fino al confine con la Giordania. Trasportavo fosfato da lì fino a Riyaq e poi al porto di Beirut, dove ci aspettava una nave”.
A 25 anni Namroud guidava già una locomotiva. Ma non tutti i suoi viaggi in treno gli evocano bei ricordi. Il suo volto si fa cupo quando rievoca il passaggio nel tunnel ferroviario di Dahr al Baidar, oggi in rovina. “Il fuoco e il fumo nero della caldaia arrivavano fino al tetto e noi venivamo ricoperti di vapore, terra e carbone. L’attraversamento durava venti minuti. Il dottore ci aspettava a Riyaq, quando uscivamo, per visitarci i polmoni. Alcuni dei miei aiutanti tossivano sangue”, dice. Ma questo non offusca altri suoi ricordi, come le centinaia di passeggeri trasportati in altura che scendevano dal treno per fare un picnic sulla neve la domenica mattina. “Quelli sono stati i periodi più belli, i migliori che ho vissuto. Spero che vedrete anche voi giorni come quelli, ma oggi vedo solo giorni tristi”, dice.
Anche se ha servito lo stato per quasi cinquant’anni, Namroud oggi è povero. Non può neanche permettersi una visita dall’otorino, che costa l’equivalente di 45 euro. Ha dovuto prendere in prestito dei soldi per comprare il Panadol necessario a sedare la tosse, in modo da poter dormire di notte. “Non è una vergogna che io abbia servito per 46 anni e sei mesi su questa linea e che oggi viva così?”, dice.
Un rilancio difficile
Oggi ci sono vari piani di rilancio delle ferrovie libanesi per il trasporto di persone e merci. È prevista la ristrutturazione delle linee Beirut-Tripoli e tra Tripoli-Abboudieh, sul confine siriano, nel quadro della ricostruzione della Siria dopo la guerra. Ma il governo non ha ancora stanziato fondi.
I treni sarebbero fondamentali per allentare la congestione delle strade libanesi, sulle quali gli automobilisti trascorrono il 50 per cento in più del tempo necessario, secondo uno studio della società di consulenze McKinsey pubblicato di recente. Una ricerca della Banca europea per gli investimenti (Eib) suggerisce che con il treno il tempo di viaggio tra Beirut e Tabarja diminuirebbe anche di mezz’ora. Attualmente se c’è molto traffico serve più di un’ora per muoversi da Beirut a Jounieh, e un’altra ora per percorrere in auto i sette chilometri da Jounieh a Tabarja.
◆ 1928 Nasce a Riyaq, in Libano.
◆ 1946 Comincia a lavorare nelle ferrovie libanesi. Sette anni dopo guida la sua prima locomotiva.
◆ 1975 Scoppia la guerra civile libanese e le ferrovie vengono abbandonate. Smetteranno di funzionare nel 1992.
“È tutto pronto, ma la questione rimarrà in un cassetto per due, quattro, vent’anni, perché non viene presa nessuna decisione”, spiega Ziad Nasr, direttore dell’autorità per le ferrovie e il trasporto pubblico. Nel 2018 un’azienda statale cinese ha manifestato il suo interesse nello sviluppo della linea Beirut-Tripoli, ma non ci sono stati sviluppi.
Simili progetti sono ancora molto lontani dai ricordi di Namroud e sui giorni in cui poteva viaggiare attraverso il sud del Libano, a Damasco, ad Aleppo e perfino in Turchia. Un tempo il Libano aveva più di quattrocento chilometri di ferrovie. Fin da quando ha cominciato a lavorare, nella prima metà del novecento, Namroud ha assistito a un rafforzamento delle frontiere, un sintomo della progressiva frammentazione della regione. Poi negli anni sessanta la tensione al confine tra Siria e Libano salì, dopo la crisi prodotta dalla decisione di Damasco e dell’Egitto di fondersi per formare la Repubblica Araba Unita, che durò poco.
“Eravamo abituati a passare da Aleppo e Deraa, ma da quel momento in poi abbiamo dovuto fermarci al confine: un treno siriano si prendeva il nostro carico, ci consegnava il suo, non potevamo più andare oltre il confine”, spiega Namroud. Verso la fine della guerra civile libanese, gli fu ordinato di riaprire la linea tra Beirut e Jbeil che, al pari di molte altre tratte, era stata chiusa a causa degli scontri tra milizie. “Quando sono arrivato, ho fatto fischiare la locomotiva tre volte, e le persone sono impazzite. Sono corse fuori e hanno cominciato ad applaudire a lanciarci il riso. ‘È tornato il treno’, dicevano”.
Quello, in realtà, fu uno degli ultimi viaggi di Namroud. Oggi, quando vede le stazioni in rovina e i binari ferroviari accanto, “il mio cuore va all’impazzata”. “Sapete, quando vedo la mia locomotiva, la bacio. La mia famiglia, i miei figli e questa casa esistono grazie a quel treno”.
La stazione abbandonata
In casa di Namroud c’è un piccolo tempio dedicato al suo passato da macchinista. Prende in mano un libro sui treni libanesi. In copertina c’è lui, un bel ragazzo con una giacca di pelle nera e i capelli pettinati all’indietro, in piedi accanto a una vecchia locomotiva. Estrae da una busta la sua patente di guida e i manuali che ha studiato per l’esame. Ci sono anche foto che lo ritraggono insieme alle donne che ha conosciuto. “Una di loro voleva sapere dov’ero diretto”, dice indicando una foto.
A pochi minuti da casa sua, attraversando la vecchia stazione di Riyaq, dove migliaia di persone hanno lavorato per le ferrovie, Namroud indica una locomotiva parcheggiata lì dal 1976. “Guardatela ora, l’esercito siriano ha distrutto tutto. Che vergogna”, esclama.
Le banchine della stazione sono vuote dal 1976, il secondo anno della guerra civile. Al tempo l’esercito siriano trasformò la stazione in una base militare, che ha controllato fino al 2005, l’anno del ritiro dal Libano. In mezzo ai binari crescono grandi alberi: il legno è scolpito intorno al metallo sbiadito.
A ogni passo Namroud rievoca un ricordo, o si lascia scappare un’imprecazione a bassa voce. In un punto il fuoco dei mortai ha distrutto la ferrovia. In un altro Namroud ha passato una visita prima di presentare domanda d’assunzione. “Persone di diverse religioni dormivano una accanto all’altra, non sapevamo di essere diversi”, dice passando accanto a un casermone con il tetto crollato.
Poi arriva alla sua vecchia locomotiva. “Guarda cosa ti hanno fatto. È già tanto se non mi viene un infarto. Maledetti”. Namroud sale le scale arrugginite e raggiunge la sala comandi. Si fa strada attraverso i detriti, trascinando i piedi. Raggiunge il finestrino del macchinista e alza la mano in aria, come se volesse salutare i viaggiatori ansiosi di salire a bordo. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1300 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati