Le elezioni politiche italiane, che molto probabilmente si terranno nella primavera del 2018, saranno l’ultimo episodio di un ciclo elettorale che negli ultimi dodici mesi ha riguardato vari stati europei, tra cui i Paesi Bassi, la Bulgaria, la Francia, il Regno Unito, la Norvegia, la Germania, l’Austria e la Repubblica Ceca.
Tutte queste tornate elettorali hanno quattro aspetti in comune. Primo, fatta eccezione per la Francia, quasi ovunque ha vinto il centrodestra. Secondo, in molti paesi la sinistra tradizionale è stata sconfitta, e anche pesantemente. Terzo, l’estrema destra e i populisti di destra non sono riusciti ad andare al potere a livello nazionale (eccetto in Austria, dove il Partito della libertà sta trattando per entrare al governo ). E infine, diversi paesi hanno impiegato o stanno impiegando molto tempo per formare una coalizione di governo stabile.
Da quando Renzi, il 4 dicembre 2016, ha perso il referendum, perfino alcuni colleghi di partito lo considerano più un peso che una risorsa
A giudicare dai sondaggi e dalle elezioni del 5 novembre in Sicilia, l’Italia confermerà questa tendenza europea. Ma la frammentazione del panorama politico del paese fa pensare che le elezioni del 2018 produrranno il risultato più sconcertante di tutti.
L’estrema destra
Prendiamo i risultati siciliani. Di sicuro la Sicilia non è un modello per tutto il paese. Nel 2001, l’imprenditore televisivo e miliardario Silvio Berlusconi e il suo partito Forza Italia conquistarono tutti i 61 collegi dell’isola. All’epoca il fascino politico di Berlusconi era al culmine, ma comunque quella fu un’impresa straordinaria, che alimentò molte congetture sul possibile ruolo svolto dalla mafia nel determinarne il risultato.
Le elezioni in Sicilia sono state vinte da una coalizione di tre partiti di centrodestra, che comprende Forza Italia, Noi con Salvini (la Lega, che ormai non è più un partito regionalista dell’Italia settentrionale), e Fratelli d’Italia, un partito di estrema destra nato in parte dalla tradizione fascista postbellica.
I grandi sconfitti sono stati il Partito democratico (Pd), che in Italia governa dal 2013, e Matteo Renzi, segretario del partito ed ex presidente del consiglio. Da quando il 4 dicembre 2016 ha perso il referendum sulla riforma costituzionale e si è dimesso, Renzi fa sempre più fatica, tanto che perfino alcuni colleghi di partito lo considerano più un peso che una risorsa.
La nuova legge elettorale
Il Pd ha perso le elezioni siciliane in parte perché non è stato in grado di mettere insieme un’ampia coalizione di sinistra per contrastare Berlusconi e i suoi alleati. Se per le prossime politiche questa situazione non cambierà, la sinistra sembra destinata a rovinarsi con le proprie mani.
La destra ha invece buoni motivi per essere ottimista: il parlamento italiano ha appena approvato una nuova legge elettorale per cui il 64 per cento dei seggi sarà assegnato con il proporzionale e il rimanente 36 per cento con il maggioritario uninominale.
Il nuovo sistema favorirà i partiti che formeranno alleanze e quelli con una base sufficientemente solida da vincere in più collegi elettorali. Di sicuro non avvantaggerà il Movimento 5 stelle, il partito anti-establishment italiano, che probabilmente non stringerà nessun patto e non è abbastanza organizzato a livello locale.
Ma non finisce qui. Secondo i sondaggi, anche se vincerà, l’alleanza di destra non otterrà la maggioranza assoluta. Per governare avrà bisogno di trovare un accordo con la sinistra. Quindi il Partito democratico potrebbe tornare al governo, anche se sotto la guida di un premier di destra. E come spesso succede in Italia, il problema sarà: quanto potrà durare una coalizione simile? ◆ bt
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Questo articolo è uscito sul numero 1230 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati