Nella primavera del 1989 un virus informatico cominciò ad attaccare i computer in Europa, negli Stati Uniti e in Asia. Ogni sedicesimo avvio di un file eseguibile infettato, il virus cancellava in modo casuale una parte dell’hard disk e faceva comparire la frase “Eddie lives… somewhere in time” (Eddie vive… da qualche parte nel tempo, un riferimento a un disco degli Iron Maiden del 1986). L’origine del virus era dichiarata nella firma: “Questo programma è stato scritto nella città di Sofia (C) 1988-89 Dark Avenger”.

Dark Avenger era solo il più prolifico di un gruppo di hacker che spuntarono in Bulgaria tra la fine degli anni ottanta e gli anni novanta. A dicembre del 1990 il New York Times scriveva che il paese del blocco dell’est era diventato un gigantesco vettore d’infezione nella nuova economia dell’informazione. E John McAfee, programmatore specializzato in sistemi di sicurezza, disse al quotidiano: “Il 10 per cento delle sessanta chiamate che riceviamo ogni settimana è per i virus bulgari”. Secondo un’altra stima, circa il novanta per cento dei trecento virus che si potevano trovare sui computer della Ibm arrivavano dalla Bulgaria. Nel 1997 Wired definì la Bulgaria “il cuore di tenebra”.

Angelo Monne

Come mai un piccolo paese socialista era diventato l’epicentro di tutte queste epidemie digitali? L’immagine convenzionale dei paesi comunisti dell’Europa dell’est era quella di stati tecnologicamente arretrati che avevano perso il treno dell’era dell’informatica, chiusi dietro un’impenetrabile cortina di ferro che impediva la circolazione delle persone e delle idee. La Bulgaria però non era così, anzi, il successo dell’industria elettronica era considerato un elemento chiave per il raggiungimento degli obiettivi ideologici ed economici del paese. Il partito comunista bulgaro sperava che il computer fosse il primo passo verso un’utopia comunista in cui l’automazione avrebbe semplificato la pianificazione delle attività attraverso una rete informatica nazionale e l’essere umano sarebbe stato sollevato dai compiti più umili. Soprattutto, la scommessa del partito era che i computer avrebbero rilanciato un’economia che un tempo era la seconda al mondo per tasso di crescita ma che negli anni ottanta stava sprofondando.

Il sogno in parte si realizzò: intorno alla metà degli anni ottanta la Bulgaria socialista arrivò a produrre il 47 per cento degli hardware del blocco dell’est, da Berlino a Vladivostok. Il paese, però, scontava ancora tassi di crescita trascurabili e una bassa produttività del lavoro, dovuti anche all’incapacità del partito di rendere operativa la tecnologia prodotta dalle sue fabbriche. Spesso, infatti, le apparecchiature e le macchine a controllo numerico prodotte dallo stato rimanevano inutilizzate per mancanza del software necessario a farle funzionare.

Mentre il problema si trascinò per tutti gli anni ottanta, il partito decise di affidare le sue speranze a uno sforzo di educazione di massa per trasformare gli ultimi figli del socialismo nella prima generazione elettronica del paese. Sarebbero stati loro a creare il software che avrebbe permesso di automatizzare tutto ciò che il partito sognava di automatizzare, dalla produzione chimica alla gestione delle banche dati della previdenza sociale. E così, a partire dal 1983, i giovani bulgari dai dodici anni in su furono inseriti in un programma statale di formazione tecnica, e i licei e le università furono trasformati in laboratori del futuro. Le ragazze e i ragazzi bulgari che imparavano a programmare con il linguaggio Basic dovevano diventare lavoratori intellettuali e cittadini creativi di un nuovo mondo scientifico socialista, in cui imparare a governare processi produttivi e sociali più complessi che mai.

All’atto pratico, però, la generazione dei giovani bulgari degli anni ottanta capì di essere un semplice ingranaggio in un’economia che continuava a soffrire di carenze di prodotti e colli di bottiglia, tutti elementi che contribuirono al tracollo del regime comunista nel 1989. Con la fine del comunismo, le competenze tecnologiche e le pulsioni imprenditoriali che lo stato aveva trasmesso alle generazioni più giovani furono incanalate nella creazione di virus informatici e nelle prime aziende di software della Bulgaria democratica.

Gli hacker come Dark Avenger sono stati dunque il prodotto più evidente di un esperimento politico e culturale fallito, ma con ripercussioni a lungo termine. La fine del sogno del partito ha spinto buona parte della generazione degli anni ottanta tra le braccia di un’ideologia che si oppone ferocemente al socialismo ma che è ancora profondamente intrisa di utopia. Molti di questi ragazzi migreranno nella Silicon valley e in altri centri dell’economia globale dell’informazione, portando con sé una versione fortemente capitalista del sogno comunista: la liberazione dello spirito umano attraverso la tecnologia.

Angelo Monne

C’è una famosa affermazione di Karl Marx secondo cui sotto il comunismo l’uomo farà il pescatore al mattino e l’artista nel pomeriggio. Con l’arrivo degli anni sessanta, il partito comunista bulgaro era convinto che grazie all’automazione la visione di Marx stesse per realizzarsi. Dalle università del paese uscirono migliaia d’ingegneri e la cibernetica diventò una parola d’ordine nei programmi economici del partito. I computer avrebbero semplificato l’informazione, fornendo dati oggettivi sull’economia e permettendo ai pianificatori di Sofia di prevedere esattamente il futuro. “La scienza sarà una forza produttiva”, proclamò il partito.

Solo una generazione prima in Bulgaria questa idea del futuro sembrava inconcepibile. Durante la seconda guerra mondiale, quando nel 1944 il partito prese il potere mentre l’armata rossa di Stalin risaliva il Danubio, la Bulgaria era ancora un paese prevalentemente agricolo. Nel campo dello sviluppo internazionale, questo piccolo stato balcanico offriva un perfetto esempio dei problemi della regione, che si potevano superare solo con investimenti su larga scala. Li fecero i sovietici, con la vertiginosa industrializzazione stalinista. Negli anni cinquanta, la Bulgaria applicava in tutto e per tutto il modello economico sovietico: pianificazione centrale, ciminiere e un crescente proletariato industriale concentrato nelle città.

Con l’arrivo degli anni sessanta, tuttavia, la fase di crescita si stava ormai esaurendo e il paese affrontava una grave crisi del debito pubblico. Su consiglio di un gruppo d’ingegneri bulgari formati in Europa occidentale, il partito individuò nell’elettronica la strada del futuro. Come spiegò il presidente della Bulgaria Todor Živkov, “non possiamo creare un sistema industriale con i pomodori e le uova”. Agli enormi investimenti pubblici si affiancarono le licenze giapponesi e un portentoso programma di spionaggio con l’obiettivo di creare un’industria informatica nazionale. Negli anni settanta decine di fabbriche e istituti bulgari cominciarono a sfornare processori, minicomputer e unità periferiche. Molte di queste tecnologie erano prodotte su licenza oppure copiate dopo che i servizi segreti bulgari se l’erano procurate in occidente. Fin dall’inizio, il settore dell’hardware bulgaro era fondato sullo spionaggio e l’imitazione di tecnologie esistenti, più che sull’innovazione interna. La gallina dalle uova d’oro era il disco rigido, di cui la Bulgaria aveva quasi il monopolio nel blocco dell’est.

Gli anni ottanta furono caratterizzati da una serie di grandi investimenti nella robotica e nei personal computer, che portarono l’età dell’automazione negli uffici e nelle fabbriche. Per quanto imperfetta, l’automazione bulgara riuscì comunque ad affermarsi: circa duecentomila lavoratori, su otto milioni di abitanti in Bulgaria, erano impiegati nell’elettronica formando la seconda forza lavoro industriale del paese. Le copie bulgare dell’Ibm 360/370, i dischi rigidi Winchester e un clone dell’Apple II noto come Pravetz si fecero strada nelle aziende e nelle istituzioni socialiste del sud del mondo. I computer bulgari volarono sulla stazione spaziale sovietica Mir, furono usati per la ricerca nucleare in India e dal nuovo istituto di statistica del Mozambico. Sia pur lentamente e a macchia di leopardo, l’automazione entrò nei processi di produzione delle auto e nei cementifici, controllò i livelli di produzione del latte nelle fattorie collettive e s’insediò sempre di più nei servizi sociali e amministrativi.

Purtroppo, però, i prodotti bulgari non riuscirono a sfondare sul mercato capitalista globale per colpa della loro qualità scadente. Anziché identificare la possibile fonte del problema nei suoi princìpi economici (per esempio, la pianificazione centrale) il partito si concentrò sul “fattore soggettivo”. Secondo i responsabili, insomma, la colpa non era del sistema, ma del lavoratore bulgaro, che scansava le responsabilità, rubava e dormiva sul posto di lavoro. Solo i computer e i robot potevano risolvere il problema, eliminando le strategie umane di sopravvivenza in un’economia caratterizzata dalla scarsità come quella socialista, dove i rapporti personali e il mercato nero erano fondamentali per procurarsi i pochi prodotti disponibili. È questa la singolare situazione in cui la generazione successiva, la prima veramente informatica, è dovuta crescere.

L’organizzazione che preparava quasi tutti i giovani bulgari a diventare i comunisti modello del futuro era l’Unione della gioventù comunista Dimitrov (Dkms), che nel 1984 diede vita a Computer Per Voi, una rivista mensile per la nuova generazione. Il primo editoriale diceva ai lettori: “Punteremo a offrirvi conoscenza, esperienza e creatività dall’avvincente mondo di sua maestà l’ELETTRONIZZAZIONE”.

Nel 1990 circa il 90 per cento dei trecento virus che si potevano trovare sui computer della Ibm arrivavano dalla Bulgaria. Wired la definì “il cuore di tenebra”

“Sua maestà” in effetti era entrata da un pezzo nella vita dei giovani. Nel 1979 il partito aveva incaricato ventisette scuole d’introdurre corsi sperimentali di informatica. Poi l’arrivo dei personal computer aprì all’elettronica le porte della scuola bulgara. Nel 1983, la scuola superiore di elettronica di Sofia ricevette la sua prima fornitura completa di computer bulgari (18, che bastavano per un’intera classe) e l’informatica entrò a far parte del programma scolastico.

Nel giro di un anno nelle scuole bulgare arrivarono più di trecento computer. I software scolastici furono usati per i corsi di lingua, matematica e scienze, oltre che per le lezioni di programmazione in Basic. Al terzo anno delle superiori spuntarono materie come “introduzione alla cibernetica” e “automazione della produzione”. Computer Per Voi pubblicò una serie di progetti architettonici per nuove aule in cui gli studenti erano trattati come cyborg: “L’integrazione nell’ambiente scolastico è efficace solo se assicura un funzionamento ottimale del sistema uomo-macchina”, spiegava alla rivista un ingegnere cibernetico.

L’economia doveva essere composta da sistemi uomo-macchina e lo stesso toccò alla scuola. Nuovi metodi d’insegnamento furono sviluppati sotto la guida del matematico Blagovest Sendov, che all’inizio degli anni sessanta aveva partecipato alla creazione di Vitosha, il primo computer bulgaro. In un articolo su Computer Per Voi, Sendov definiva il computer “un oggetto fantastico” e lo elevava a metafora della nuova era. Il socialismo bulgaro, spiegava, sarebbe stato definito dalla “mente plasmata sul modello del computer”. I giovani avrebbero dovuto imparare ad “apprendere continuamente” per tutta la vita, passando al setaccio le informazioni, sintetizzandole e riconoscendo i collegamenti tra le diverse aree dell’attività umana. Imparare il linguaggio dei computer – quella che Sendov chiamava “la seconda alfabetizzazione” – doveva diventare il cardine di tutti i programmi scolastici.

I giovani erano attirati nel nuovo sogno anche attraverso una rete di “club del computer” gestiti dalla Dkms. Il primo nacque nel 1984 nella capitale Sofia; nel 1987 se ne contavano più di 530 in tutta la Bulgaria. Al loro interno questi club ospitavano più di quattromila computer, oltre a piccoli robot fatti in casa che gli studenti potevano programmare per assegnargli dei compiti, come spostare piccoli pesi tra due tavoli. Ogni anno a livello nazionale c’erano le Olimpiadi informatiche, e i club del computer cominciarono a nascere anche in Unione Sovietica, a Cuba, in Corea del Nord, in Etiopia e in Vietnam. Secondo le stime della Dkms più di seicentomila studenti e giovani lavoratori frequentavano ogni anno i club.

Nel 1985 la prima iniziativa informatica gestita dagli studenti stava già dando il suo contributo alla soluzione dei problemi economici del paese. Avantgarde, un collettivo di studenti liceali e universitari di Sofia e Plovdiv, in pochi mesi creò sessanta giochi e venti programmi educativi per scuole. Il collettivo collaborava anche con le fabbriche, realizzando soluzioni per l’elaborazione dei dati, programmi d’impaginazione grafica per gli studi di design, banche dati elettroniche per la gestione del personale, programmi di soluzione dei guasti e altro. Nel 1986, il giovane ingegnere che coordinava Avantgarde osservò che c’erano aziende di software in molte città della provincia, e che più di cinquanta soggetti economici statali erano interessati a ordinare pacchetti di software o a collaborare al loro sviluppo. Nel tipico linguaggio ingessato dell’epoca, l’ingegnere descriveva questo processo come “in linea con la preparazione ideologica della popolazione giovane, nello spirito delle realtà che determinano la transizione tecnologica della Bulgaria socialista verso il 21° secolo”. O, come spiegava Computer Per Voi, “la rivoluzione intellettuale è nelle mani degli studenti”.

Alla fine, la visione marxista di un popolo che al mattino va a caccia e nel pomeriggio discute non si materializzò mai nella Bulgaria socialista. L’Europa dell’est fu travolta dai grandi cambiamenti del 1989, e il giorno dopo la caduta del muro di Berlino il partito comunista bulgaro rimosse dal potere Todor Živkov e aprì la strada a elezioni democratiche. Nonostante tutto, però, la rivoluzione intellettuale c’era stata: la cyborghizzazione della gioventù bulgara si era compiuta, a livello sia tecnico sia culturale.

Angelo Monne

Già due anni prima della caduta del comunismo, nel tentativo di scongiurare il tracollo dell’economia, il partito cominciò a introdurre alcune modeste riforme economiche, tra cui una limitata apertura all’imprenditoria privata, e i giovani bulgari crearono le prime aziende private legalmente riconosciute. Per molti ragazzi il passaggio all’economia di mercato fu facile: come sottolineava Computer Per Voi, di fatto i giovani programmatori operavano già nelle condizioni di libertà che lo stato aveva cominciato a riconoscere anche formalmente. Buona parte dei software per le grandi aziende nasceva da loro. La compagnia aerea di stato, la Balkan Airways, utilizzava il programma Syntez della Busoft, un’azienda di software di Burgas, dove uno studente delle superiori lasciò a bocca aperta i giornalisti tirando fuori orari di volo e prenotazioni in bulgaro e in inglese. I giovani sviluppatori automatizzavano le prenotazioni negli alberghi, la corrispondenza negli uffici e le banche dati dei salari, e presentavano le loro invenzioni all’esposizione internazionale di Plovdiv del 1985, che aveva come tema “le creazioni dei giovani inventori”.

Alla fine degli anni ottanta, con il crollo dell’economia, i giovani programmatori bulgari videro svanire sia le loro prospettive di lavoro sia gran parte della loro libertà creativa. È durante questa crisi che emerse l’altra faccia della rivoluzione informatica della Bulgaria: il virus. Su Computer Per Voi i virus informatici sono citati per la prima volta ad aprile del 1988: la rivista spiegava al suo pubblico cos’era un virus e come poteva essere copiato, migliorato e diffuso. Dato che molti computer bulgari erano usati da decine di persone nelle aule scolastiche e nei club informatici, era facile procurarsi un virus e infettare inavvertitamente una macchina. Inoltre, i virus rispecchiavano perfettamente la logica della copia e dell’imitazione su cui si fondava l’informatica bulgara. Perché non rimaneggiare un agente patogeno digitale e spargerlo in tutto il mondo? Funzionava praticamente dappertutto, anche perché i computer Pravetz erano compatibili con gli Apple.

Così, a partire dal 1989, i computer di paesi lontani come gli Stati Uniti e la Thailandia cominciarono a essere infettati dai virus bulgari. Alcuni creavano solo piccoli fastidi, come il virus Yankee Doodle, che si limitava a riprodurre la melodia della popolare canzone statunitense sul computer infettato. Altri, invece, erano quelli che Vesselin Bontchev, il primo esperto antivirus in Bulgaria, chiamò “tecnopatici”: uno di questi virus provocò un danno da più di un milione di dollari a un’azienda degli Stati Uniti.

Negli anni del socialismo i giovani con i capelli da hippy o vestiti da punk erano spesso presi di mira dalla polizia bulgara. L’industria del software, invece, ha sempre tollerato e perfino incoraggiato l’espressione della personalità, e questo ha influenzato lo spirito della cultura dei virus bulgara. Per accedere al Virus eXchange, un sistema a chiamata creato nel novembre 1988 da uno studente universitario, bisognava portare in dote un nuovo virus da aggiungere alla collezione di più di trecento che già esisteva; il sito si autoproclamava “un luogo per lo scambio libero di virus dove tutto è permesso!”. Questa etica influenzerà anche la politica dell’ultima generazione socialista.

Nella sua importante trilogia L’età dell’informazione, il sociologo spagnolo Manuel Castells osserva che l’Unione Sovietica e il sistema socialista sono falliti anche perché non sono mai riusciti a compiere il salto definitivo verso un’organizzazione dell’economia post­-industriale, post­-fordista e “informazionale”, basata non sui settori manifatturieri, ma sugli uffici scintillanti del settore più flessibile dei servizi. In Bulgaria l’economia continuava a essere dominata dalle ciminiere e il nascente settore informatico era chiamato a sovvenzionare altri lavori in declino.

Ma il fallimento dell’utopia tecnosocialista che ha dato vita alla prima generazione di sviluppatori e imprenditori in Bulgaria ha continuato a influenzare le idee di chi opera nel settore. I bulgari che sono andati a lavorare nelle aziende tecnologiche occidentali si sono lasciati alle spalle gli elementi socialisti del progetto politico del partito, ma ne hanno conservato gli ideali tecno-utopistici. Questo utopismo ha trovato una nuova casa ideologica nella cultura libertaria della Silicon valley. Momchil Kyurkchiev, fondatore della Leanplum, un’azienda californiana che ha sviluppato una piattaforma per il marketing sui dispositivi portatili, recentemente ha dichiarato a una rete televisiva bulgara che trova diversi punti in comune tra gli Stati Uniti di oggi e la Bulgaria dei primi anni novanta dov’è cresciuto: chi non lotta, non sopravvive. Solo la propensione al rischio e lo spirito imprenditoriale, spiega, separano i vincitori dagli sconfitti. Non è un caso che la “marcia verso ovest” dei programmatori informatici bulgari, come l’ha definita l’ex segretario scientifico dell’Istituto di cibernetica tecnica di Sofia quando l’ho intervistato, abbia prodotto ben poche critiche dell’occidente. La sensazione, semmai, è che il successo professionale dei bulgari nella Silicon valley li abbia rafforzati nel loro convincimento di aver sempre avuto le capacità giuste, ma di essere nati nel sistema sociale sbagliato.

Oggi la Bulgaria è una delle economie più povere dell’Unione europea, ma può ancora contare su una solida industria del software. La generazione post-1989 continua ad affollare il settore, che garantisce livelli retribuitivi relativamente alti. Secondo Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, nel 2018 la Bulgaria è stata il terzo paese dell’Unione per rilevanza delle tecnologie informatiche e tecnologiche sul prodotto interno lordo. C’è stato anche un caso di successo: nel 2014, la Telerik, una ditta di Sofia specializzata nella realizzazione di strumenti per lo sviluppo del web, è stata venduta a un’azienda statunitense per 262 milioni di dollari. Svetozar Georgiev, uno dei suoi quattro fondatori, ha raccontato in un’intervista di aver imparato a programmare su un Pravetz-16 che suo padre aveva portato a casa alla fine degli anni ottanta.

Molti programmatori rimasti in Bulgaria che oggi lavorano nell’industria del software votano per partiti di centrodestra che promettono meno servizi sociali e più concorrenza nell’amministrazione e nella vita economica. Secondo questi partiti, la soluzione ai problemi del paese è la tecnologia. Bozhidar Bozhanov, imprenditore informatico e uno dei principali candidati dell’alleanza centrista Bulgaria democratica, sostiene che l’unico modo di alleviare il peso della burocrazia, della corruzione e dell’opacità della politica è il ricorso all’elettronica e l’uso di strumenti digitali nei rapporti tra stato e cittadino. La proposta di un “programma semestrale accelerato di digitalizzazione” comprende un po’ di tutto: dalla firma digitale universale alla creazione di un registro elettronico delle imprese che hanno ricevuto aiuti per il covid-19, passando per l’insegnamento a distanza e la giustizia elettronica, che dovrebbe rimuovere gli ostacoli alla presentazione delle denunce e facilitare i rapporti con i tribunali. Qualsiasi intralcio a questa amministrazione elettronica è bollato come un’eredità del passato da eliminare. Il paese, sostiene Bulgaria democratica, ha bisogno di trasparenza e solo gli strumenti elettronici sono in grado di assicurarla. Al centro di questa strategia c’è l’obiettivo di ridimensionare l’amministrazione dello stato, licenziando i dipendenti pubblici che agli occhi di buona parte dell’opinione pubblica sono corrotti e inefficienti. La marcia della digitalizzazione, insomma, passa necessariamente per la disoccupazione dell’essere umano.

Secondo la stessa logica, la salute del settore informatico è il prisma attraverso il quale sono valutate le politiche dei partiti. La tassa ad aliquota fissa sui redditi e i profitti è stata introdotta in Bulgaria alla fine degli anni duemila e ha avuto effetti regressivi, ma è considerata uno dei pilastri dell’attuale rinascita del settore tecnologico. Come osservato dal giornalista Daniel Vasilev prima delle elezioni nazionali del marzo 2021, qualsiasi richiamo a una tassazione progressiva è “mortale”, perché spingerebbe gli investitori, soprattutto nell’industria informatica, a scappare dalla Bulgaria. I partiti di centrodestra scoraggiano anche gli investimenti pubblici nel settore: l’unica cosa che lo stato deve fare, secondo loro, è rimuovere le regolamentazioni per le imprese. Anche il codice del lavoro va riformato, sostengono, perché impedisce un mercato flessibile, che in pratica significa contratti senza numero fisso di ore e lavoretti precari.

Naturalmente, l’idea che tutti i problemi della Bulgaria possano essere risolti con questi “strumenti perfetti” non è così diversa dal vecchio sogno del partito comunista secondo cui la pianificazione centrale organizzata dai cervelli elettronici avrebbe portato alla realizzazione del comunismo. In entrambi i casi, l’idea è che lo stato va ridotto ai minimi termini. Forse gli imprenditori tecnologici e politici di oggi, come i loro predecessori socialisti, scopriranno che la nuova generazione, cresciuta tra crisi finanziarie, pandemie e stallo della politica, trarrà conclusioni ideologiche diverse. ◆ fa

Victor Petrov è un ricercatore della University of Tennessee, a Knoxville. Questo articolo è uscito su Logic con il titolo Socialist cyborgs.

Questo articolo è uscito sul numero 1432 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati