Quando lo scrittore statunitense Kurt Vonnegut prese la parola davanti a una classe del Bennington college nel 1970, un anno dopo la pubblicazione di Mattatoio n. 5, tramortì la folla con uno dei suoi caratteristici uno-due: “Da ragazzo ero convinto che per i miei ventun anni qualche scienziato avrebbe scattato una foto a colori di Dio e l’avrebbe venduta alla rivista Popular Mechanics. E invece sganciammo la verità scientifica su Hiroshima”. Questo scetticismo risuona in molti dei suoi quattordici romanzi e dei suoi tanti racconti.

Nel corso della sua carriera Vonnegut ha scritto di ipotetiche tecnologie che coinvolgevano discipline scientifiche agli albori, come l’intelligenza artificiale e la geoingegneria, e dei modi in cui la cultura e la politica ne modellano l’effetto sulla società. Nel farlo, ha compiuto esperimenti concettuali e piantato semi diventati poi utili per affrontare alcuni dibattiti etici contemporanei, dice Peter-Paul Verbeek, filosofo della scienza e della tecnologia all’università di Amsterdam e presidente della Commissione mondiale sull’etica della conoscenza scientifica e della tecnologia. “Di solito gli scrittori di narrativa filosofeggiano con altri mezzi”.

Come filosofo, Vonnegut non era estraneo alla scienza. Spinto dal fratello, Bernard, chimico dell’atmosfera, studiò biochimica alla Cornell university prima di abbandonare gli studi e arruolarsi nell’esercito durante la seconda guerra mondiale. In seguito lavorò come autore per la comunicazione istituzionale della General Electric e, fino alla sua morte, nel 2007, disse di aver passato più tempo con gli scienziati che con gli scrittori.

Una brutta piega

Forse è per questo che, sotto il suo persistente scetticismo nei confronti della scienza, ne ha sempre profondamente apprezzato il potenziale. Nel romanzo _Ghiaccio-nove _(1963), per esempio, un dittatore in punto di morte esorta il popolo ad abbracciare la scienza più che la religione, perché “la scienza è una magia che funziona”. Anche all’interno di racconti distopici, “si può notare una sorta di romanticizzazione dell’attività scientifica”, sostiene David Koepsell, filosofo della scienza e della tecnologia all’università Texas A&M di College Station.

Kurt Vonnegut, 2005 (Steve Pyke, Getty)

Eppure, spesso, nelle storie di Vonnegut scoperte e invenzioni rivoluzionarie prendono una brutta piega. Per esempio, la sostanza che il dittatore morente di Ghiaccio-nove definisce “magica” è un composto chimico che trasforma l’acqua in ghiaccio a temperatura ambiente. A causa di una serie d’incidenti, dei campioni di questa sostanza diffusi nell’ambiente congelano tutta l’acqua del pianeta, con esiti disastrosi. Anche nel racconto Eufio (1951) un uomo d’affari opportunista capitalizza la bizzarra scoperta di un astronomo per creare un “euforia­fono”, uno strumento che ipnotizza la società fino a soggiogarla.

La profonda sfiducia che anima le storie di Vonnegut deriva in parte da alcune esperienze traumatiche con prodotti della scienza moderna. Sua madre morì suicida per un’overdose di sonniferi nel 1944. Mesi dopo, mentre era prigioniero di guerra in Germania, assistette al bombardamento di Dresda che uccise 25mila persone. “Ero disgustato da questo uso della tecnologia in cui avevo riposto grandi speranze”, disse Vonnegut in un’intervista a Robert Musil nel 1980, “e così ho finito per temerla”.

In seguito l’ansia di Vonnegut si rivolse anche ai danni ambientali creati dall’umanità. Dopo aver parlato alla prima Giornata della Terra, nel 1970, fece alcune revisioni alle bozze della _Colazione dei campioni _(1973), dedicando più spazio alle questioni climatiche.

Irving Langmuir, Bernard Vonnegut e (in primo piano) Vincent Schaefer, 1949 (Schenectady Museum/Hall of Electrical History Foundation/Corbis/Getty)

“Vonnegut ci disarma e ci spinge a immaginare diversi tipi di futuro”, afferma Christina Jarvis, studiosa di Vonnegut alla State university di New York, e autrice del recente . “Non prevedeva il futuro. Lo preveniva”, mettendo in guardia dai pericoli di una società accecata dal progresso.

Koepsell ritiene che _Ghiaccio-nove _abbia gettato le basi per il principio di precauzione, ovvero l’idea che la società debba esercitare una certa moderazione nell’introduzione di tecnologie potenzialmente dannose. Il principio, adottato in Europa, ha influenzato le politiche sul nucleare, sugli ogm e sugli sforzi di conservazione. Diversi trattati internazionali sull’ambiente fanno riferimento diretto a questo principio. Negli Stati Uniti il messaggio di Vonnegut è stato più o meno ignorato perché la precauzione è considerata “un ostacolo all’innovazione”, afferma Sheila Jasanoff, studiosa di scienze all’università di Harvard.

Nagasaki, 1945 (Bettman/Corbis/getty)

La responsabilità del fisico

Vonnegut esortava gli scienziati stessi a essere all’altezza di questo compito. Era convinto che uno scienziato con una morale dovesse assumere un impegno umanista, improntato cioè a una filosofia che egli descriveva come “cercare di comportarsi decentemente senza aspettarsi ricompense o punizioni dopo la morte”. Un fisico umanista, disse, è uno che “osserva le persone, le ascolta, pensa a loro, e augura a loro e al loro pianeta ogni bene”.

Il pericolo, spiegò Vonnegut, si presenta quando gli scienziati sono risucchiati a tal punto dal loro lavoro da trascurare la responsabilità nei confronti degli esseri umani e del pianeta. Come esempio indicò Irving Langmuir, Nobel per la chimica, collega di Bernard Vonnegut e fonte d’ispirazione per il personaggio del fisico di Ghiaccio-nove. Collaborando con l’esercito statunitense, Langmuir tentò di generare degli uragani con ioduro d’argento e ghiaccio secco, incurante del fatto che il procedimento potesse rendere più devastanti le tempeste, come sembra sia accaduto nel 1947. “Langmuir era assolutamente indifferente ai possibili utilizzi delle verità che aveva estratto dalla roccia”, disse Vonnegut a Musil.

A causa di molte delle stesse paure che si materializzano nelle storie di Vonnegut, Jasanoff ritiene che “gli scienziati non dovrebbero definire gli orizzonti etici di ciò che facciamo”. Lei e i suoi colleghi sostengono, al contrario, la necessità di una “conversazione tra scienza e società” che non sia a senso unico, e che usi i valori sociali come guida per individuare le strade della ricerca.

Oggi che la società è sempre più avvinta alla tecnologia e i conseguenti dilemmi etici si complicano, filosofi ed esperti di problemi etici guardano sempre più spesso agli scrittori di fantascienza per avere una guida, dice ancora Koep­sell. “La narrativa ha una certa licenza di farci riflettere su questi temi”, aggiunge. “Sono grato di avere esempi come quelli che ci forniscono Kurt Vonnegut e altri suoi colleghi”. ◆ ff

Questo articolo è uscito sul numero 1487 di Internazionale, a pagina 91. Compra questo numero | Abbonati