Una manifestazione a Buenos Aires, in Argentina, per chiedere al governo aiuti economici per le classi più povere, il 5 settembre 2019. (Ralf Hirschberger, Ap/Ansa)

L’Argentina è di nuovo sull’orlo del fallimento

Una manifestazione a Buenos Aires, in Argentina, per chiedere al governo aiuti economici per le classi più povere, il 5 settembre 2019. (Ralf Hirschberger, Ap/Ansa)
09 settembre 2019 15:12

Quando Mauricio Macri è stato eletto presidente dell’Argentina, nel 2015, una delle sue prime azioni era stata l’abolizione dei controlli sui capitali per limitare l’acquisto e la vendita del peso, la valuta nazionale. La decisione simboleggiava la marcia indietro e il ritorno dell’Argentina, sotto la sua guida, verso i mercati aperti e le riforme economiche liberiste.

Il 1 settembre, dopo settimane di turbolenze sui mercati, Macri è stato costretto ad approvare un decreto che ristabilisce i controlli sui capitali, nel tentativo di sostenere la valuta.

Da adesso in poi i cittadini argentini potranno acquistare al massimo diecimila dollari al mese, mentre le aziende affronteranno limitazioni per comprare dollari sul mercato valutario estero e per pagare i dividendi agli investitori esteri.

Gli investitori sono abituati ai fallimenti finanziari in Argentina, eppure la notizia è stata scioccante: il valore dei titoli di stato argentini venduti in Europa è sceso di circa il 5 per cento il giorno dopo l’annuncio. L’inverno è stato torrido. Il paese ha danzato sull’orlo del fallimento economico il 30 agosto, quando ha dichiarato che avrebbe cercato di estendere la scadenza di alcuni suoi debiti esterni.

I titoli in valuta estera sono ormai venduti ad appena un terzo circa del loro valore nominale. La crisi segna probabilmente la fine della permanenza al potere di Macri, e la cosa rappresenta un’umiliazione per il Fondo monetario internazionale (Fmi) e un disastro per il paese. Ancora una volta l’Argentina si ritrova a essere un rinnegato finanziario.

Formalmente le primarie non hanno determinato niente. Ma Macri sembra realmente alle corde

Macri aveva ereditato un’economia in difficoltà, ottenendo però inizialmente la fiducia di Wall street. Ha cominciato il suo mandato non solo gonfiando il valore del peso ma anche dando alla banca centrale l’obiettivo di limitare l’inflazione (misurata onestamente dopo anni di bilanci truccati), smantellando le limitazioni sui prezzi di centinaia di beni, dal sapone al pollo, e stringendo un accordo con i detentori di debito insolvibile.

Nel 2016 Jamie Dimon, capo di JPMorgan Chase, la più grande banca statunitense, aveva dichiarato ai suoi azionisti che “l’Argentina può essere un esempio per il mondo di quel che può accadere quando un paese ha un buon leader che adotta buone politiche”. Incredibilmente l’Argentina era riuscita a mettere in vendita titoli di stato a cento anni in dollari con un tasso d’interesse di appena l’8 per cento nel giugno 2017 (che da allora ha perso più del 60 per cento del suo valore).

La situazione è precipitata poco dopo. Macri era spaventato dal rallentamento della crescita economica e, non avendo una maggioranza al congresso, era riluttante a ridurre con decisione il disavanzo di bilancio. Ha quindi ammorbidito gli obiettivi d’inflazione della banca centrale, nonostante l’aumento dei prezzi. Gli investitori hanno reagito con freddezza, in parte perché i tassi d’interesse globali hanno cominciato a crescere, riportando il capitale dai paesi emergenti verso gli Stati Uniti.

All’inizio del 2018 il peso si è rapidamente deprezzato, perdendo un quinto del suo valore rispetto al dollaro in appena poco più di quattro mesi. Macri è stato costretto a rivolgersi all’Fmi, che ha accettato di prestare all’Argentina cinquanta miliardi di dollari, presto portati a 57, la somma più alta mai concessa da quest’istituzione.

Ricordi amari
Poi l’11 agosto di quest’anno Macri è stato sonoramente sconfitto da Alberto Fernández, il suo avversario populista, durante le primarie che servono da prova generale per le elezioni presidenziali di ottobre. La candidata vicepresidente di Fernández è Cristina Fernández de Kirchner (nessuna relazione di parentela tra i due) che ha governato prima di Macri. Formalmente le primarie non hanno determinato niente. Ma Macri sembra realmente alle corde.

Gli investitori si sono affrettati a liberarsi di titoli argentini, nel timore che Fernández torni alle spericolate politiche portate avanti da Cristina Fernández de Kirchner (durante la cui presidenza l’inflazione era cresciuta a livelli tali da spingere il governo a falsificare i dati). L’indice del mercato azionario Merval ha perso il 37 per cento del suo valore all’indomani della batosta subita da Macri. Il peso è sprofondato del 25 per cento.

La valuta è precipitata ancora l’ultima settimana di agosto, quando è ricomparso un altro spettro: l’insolvenza del suo debito estero, che si è verificata otto volte dai tempi della sua indipendenza, nel 1816. Il governo ha annunciato una “riprofilatura”, da intendere come pagamento ritardato, di prestiti a breve termine per un valore di cento miliardi di dollari, facendo crescere le possibilità che siano rimodulati anche alcuni debiti a lungo termine. Questo ha portato a un nuova ondata di fuga di capitali e, alcuni giorni dopo, al ripristino dei controlli valutari.

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Gli argentini conservano un ricordo amaro dell’ultima volta in cui il loro governo si è rivolto all’Fmi, nel 2001, e lo accusano dell’austerità e del devastante debito pubblico che sono seguiti. Fernández ha giocato sull’impopolarità dell’Fmi, accusandolo di essere responsabile degli ultimi problemi dell’Argentina e promettendo di rinegoziare il debito.

Per Fernández potrebbe essere un vantaggio: la paura di vederlo presidente ha contribuito a determinare il crollo del peso, il che rende più probabile una sua vittoria. Ma quest’ultima rischia di essere un calice avvelenato, con un paese nuovamente a rischio d’insolvenza, tagliato fuori dai mercati internazionali, e con una popolazione ancora più tormentata e scettica a proposito delle riforme.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.

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