Darja Šipilova aveva 28 anni e lavorava come tecnica di laboratorio all’Istituto di ricerca contro la peste della Siberia e dell’Estremo Oriente, a Šelechov, nella regione di Irkutsk, in Russia. È morta il 2 ottobre in un ospedale regionale. Il Rospotrebnadzor, l’agenzia federale russa per la salute pubblica, ha parlato di una “polmonite di causa non determinata” e ha affermato che “analisi approfondite non hanno rilevato nei campioni della paziente microrganismi legati alla sua attività professionale”, riporta il sito locale Irkutsk Segodnja citando l’agenzia russa Tass.
Aleksej Tsydenov, governatore della vicina repubblica di Burjazia, ha invece dichiarato che la donna è morta “forse di peste”. Da allora, in tutto il mondo si teme un focolaio di peste polmonare e c’è perfino chi ipotizza che il laboratorio lavorasse ad armi biologiche.
Le informazioni arrivate dalla Russia sono “incomplete, confuse e contraddittorie”, scrive Science. Secondo i mezzi d’informazione russi circa duecento persone sono state messe sotto osservazione medica. Sul suo canale Telegram Pavel Stepanov, giornalista di Irkutsk, ha scritto che l’addetta al laboratorio aveva rotto per sbaglio una provetta prima di ammalarsi e “il problema è che ha nascosto l’incidente”. Nessuna di queste notizie è stata confermata. Il 6 ottobre le autorità russe hanno annunciato che tra i contatti della donna non è stato individuato nessun caso di peste.
Il Cremlino ha minimizzato la vicenda. Il portavoce Dmitrij Peskov ha invitato la popolazione a ignorare “voci e speculazioni” e a fidarsi solo dei comunicati ufficiali. Ma i fatti sembrano raccontare un’altra storia. Negli ospedali della zona chi arriva con i sintomi del raffreddore viene sottoposto al tampone per la peste, riporta il giornale indipendente siberiano Ljudi Bajkala, e i dipendenti dell’istituto sono tornati al lavoro solo dopo tre giorni di tamponi, tutti negativi. “Spesso il segnale più affidabile non è quello che le autorità dicono, ma quello che fanno, e la distanza tra le due cose diventa la notizia”, spiega Myojung Chung, docente di giornalismo alla Northeastern university di Boston.
Anche Washington chiede trasparenza. Il segretario di stato Marco Rubio ha esortato Mosca a “condividere più informazioni con il mondo”, mentre il 6 ottobre il presidente Donald Trump ha annunciato una telefonata con Vladimir Putin per discutere del caso. Il giorno prima aveva offerto l’aiuto degli Stati Uniti, dicendo: “I microbi sono diventati più forti e più intelligenti. Sono come un esercito”. La telefonata arriva in un momento delicato: entro il 18 ottobre la Casa Bianca deve decidere se e quali soggetti russi sanzionare, in base a una legge firmata da Trump a settembre.
Rischio minimo
La peste è causata dal batterio Yersinia pestis, che vive nei roditori e nelle loro pulci. La forma polmonare, che si trasmette tra le persone attraverso le particelle respiratorie, è la più grave: senza cure può uccidere in 18-24 ore, ma gli antibiotici sono efficaci se somministrati in tempo, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). In Russia il batterio circola ancora tra gli animali selvatici.
Nel 2025 il batterio è stato individuato in tre degli undici focolai naturali russi, le aree in cui la Yersinia pestis circola stabilmente tra i roditori selvatici, riporta uno studio firmato tra gli altri da Sergej Balachonov, direttore dell’istituto di Irkutsk; dal 2017, però, non si sono registrati contagi negli esseri umani.
Tra le altre forme di peste, quella bubbonica è la più comune. Si trasmette agli esseri umani attraverso le pulci che vivono soprattutto sui piccoli mammiferi e provoca il gonfiore e l’annerimento dei linfonodi. La forma setticemica, infine, deriva dalla moltiplicazione della Yersinia pestis nel sangue, e può essere una conseguenza di complicazioni delle due forme precedenti. Non si trasmette da persona a persona.
Oggi la peste è diventata rara, con circa mille o duemila casi all’anno, la maggior parte dei quali in Madagascar e nella Repubblica Democratica del Congo. Ma il batterio rimane diffuso in molte specie animali in Russia, Mongolia, Cina e negli Stati Uniti occidentali, con occasionali trasmissioni agli esseri umani.
Anche se Darja Šipilova fosse morta di peste, il rischio di un’epidemia è minimo: l’Oms lo considera “molto basso” fuori dalla Russia. “Nel peggiore dei casi ci troveremmo davanti a un piccolo gruppo di contagi circoscritto”, ha detto a Science il microbiologo Paul Keim, della Northern Arizona university. La peste polmonare si trasmette meno facilmente dell’influenza o del covid, e chi non è curato si ammala così in fretta da avere poche occasioni di contagiare altre persone. “L’incubazione è molto breve, in genere uno o due giorni, quindi se ci fossero dei nuovi casi sarebbero già visibili”, osserva Samuel Scarpino, della Northeastern university.
Resta da capire che cosa sia successo nel laboratorio. “In un laboratorio con alti livelli di sicurezza la rottura di una provetta è un incidente che non comporta necessariamente un’esposizione”, spiega Zania Stamataki, dell’università di Birmingham. Cappe di sicurezza, contenitori sigillati e stanze a pressione negativa funzionano “come scatole una dentro l’altra”: perché qualcuno si infetti devono cedere tutte insieme.
Solo il confronto tra il dna del batterio isolato dalla paziente e quello dei ceppi conservati in laboratorio potrebbe dimostrare un legame. Altrimenti, osserva Stamataki, “abbiamo una coincidenza temporale, non una catena causale”.
Se la causa fosse davvero legata alla peste, si tratterebbe di un “grave fallimento”, ha detto a Science Javier Pizarro-Cerda, dell’istituto Pasteur di Parigi: dopo un incidente di questo tipo, chi lavora con il batterio riceve subito antibiotici. E se la donna ha nascosto l’accaduto, aggiunge Keim, “forse temeva di perdere il lavoro”, un segno di cattiva gestione del laboratorio.
La reticenza di Mosca alimenta anche altri sospetti. Nulla indica che l’istituto di Irkutsk sia legato a ricerche sulle armi biologiche, riporta il settimanale britannico The Economist. Ma nel 2023 il dipartimento di stato statunitense ha concluso che la Russia mantiene un programma di armi biologiche a scopo offensivo.
Per Filippa Lentzos, esperta di biosicurezza del King’s college di Londra, la mancanza di trasparenza è preoccupante.
E l’isolamento scientifico della Russia non è d’aiuto: dopo l’invasione dell’Ucraina, ricorda Keim, i rapporti con i ricercatori russi che studiano la peste “si sono sgretolati”. ◆
Elsa Castelli
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