27 agosto 2021 12:26

Nella primavera del 2004 Antonina Presnyakova lavorava all’Istituto di ricerca di biologia molecolare Vektor, nei pressi di Novosibirsk, una isolata città russa. Un giorno la scienziata si punse accidentalmente il dito con un ago mentre prelevava un campione di sangue da un porcellino d’India infetto, e fu trasportata di corsa in ospedale. Due settimane dopo morì di ebola.

Si è parlato molto dell’”ipotesi di una fuga da un laboratorio”, la teoria secondo cui il covid-19 proverrebbe da un istituto di ricerca di Wuhan, in Cina. A maggio il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha ordinato all’intelligence di stilare un rapporto sulla credibilità di questa teoria e consegnarlo il 24 agosto. Secondo l’American biological safety association (Absa), che gestisce un archivio di questo genere di incidenti, le infezioni prodotte in laboratorio (Lal) sono preoccupantemente frequenti. La maggior parte dei casi ha conseguenze relativamente lievi. Il tipo più comune di patogeno coinvolto nelle Lal è il brucella, un genere di batterio che può provocare sintomi influenzali ed è facilmente curabile.

Ma in alcuni casi, come in quello di Presnyakova, le conseguenze sono estremamente gravi. Dal 1970 ci sono stati più di otto incidenti con l’ebola, e cinque con la sars. Le persone che lavorano in laboratorio sono state infettate dalle febbre dengue, dall’hiv e dal virus zika. Nel 2009 un professore di microbiologia dell’università di Chicago è morto dopo aver contratto la peste. Il rischio non riguarda solo chi lavora in laboratorio, perché i patogeni letali riescono a uscirne con inquietante regolarità. Solo alcuni casi sono individuati e registrati dall’Absa. Nel 1979 almeno 68 persone morirono quando alcune spore di antrace uscirono da una struttura militare sovietica e furono trasportate dal vento. Nel 2007 un’epidemia di afta epizootica nel Regno Unito fu provocata da una conduttura danneggiata all’interno del Pirbright institute, un laboratorio di massima sicurezza a Surrey.

Supervisione insufficiente
Tra il 1989 e il 2002, all’interno del centro di ricerca statunitense sulle armi biologiche di Fort Detrick, in Maryland, ogni anno si sono verificati in media tredici “eventi di esposizione” o incidenti con esposizione a “potenziali agenti di bioterrorismo”, anche se solo in cinque casi c’è stato un contagio. Secondo il Global Times, un tabloid controllato dal Partito comunista cinese, nel 2019 più di diecimila persone sono state contagiate dalla brucellosi a causa di un errore durante la produzione di un vaccino a Gansu, in Cina.

Le attività ad alto rischio a volte sono svolte anche in strutture a bassa sicurezza

Basta un incidente grave per provocare un disastro. Le possibilità che si verifichi una catastrofe stanno aumentando. Nell’ultimo decennio sono stati inaugurati più di venti nuovi laboratori “di massima biosicurezza” (con livello di biosicurezza 4, o Bsl-4). Uno dei più recenti, certificato nel 2017, si trova all’interno dell’Istituto di virologia di Wuhan, al centro delle ipotesi su una possibile origine in laboratorio della pandemia di covid-19. Sia l’istituto di ricerca Vektor che il Pirbright institute ospitano laboratori con la certificazione Bsl-4. Inoltre le attività ad alto rischio a volte sono svolte anche in strutture a bassa sicurezza.

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Cosa si può fare per prevenire l’arrivo di patogeni letali nel mondo esterno? Tra il 2014 e il 2017 negli Stati Uniti è stata vietata la ricerca sul guadagno di funzione (gain-of-function), in cui i patogeni sono manipolati geneticamente per renderli più letali, più contagiosi o entrambi. Alcuni ricercatori ritengono che il divieto dovrebbe essere ripristinato, anche perché molti paesi seguono l’esempio di Washington in merito alla biosicurezza. Un bando di questo tipo di ricerca potrebbe impedire a un patogeno di sfuggire a un laboratorio statunitense. Ma è altrettanto vero che per comprendere meglio i virus mortali e sviluppare una cura è importante studiarli. Al momento la supervisione è palesemente insufficiente. Sarebbe essenziale concordare standard internazionali finanziando un’istituzione indipendente con il compito di farli rispettare. Quanto meno in questo modo avremmo una difesa contro i disastri.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.