Il 17 aprile il senato ha approvato il secondo decreto sicurezza del governo Meloni, che ora passa alla camera per l’approvazione da ottenere tassativamente entro il 25 aprile. Ma il provvedimento continua a scatenare critiche per le accuse di incostituzionalità, tanto che il 20 aprile il presidente della repubblica Sergio Mattarella ha convocato il sottosegretario Alfredo Mantovano al Quirinale e ha fatto capire che potrebbe non firmare la norma se non sarà modificata.

In particolare fa discutere l’emendamento in base al quale gli avvocati che offrono consulenza e informazioni a chi presenta domanda di rimpatrio volontario riceveranno un compenso di circa 600 euro dallo stato per ognuno dei loro assistiti effettivamente rimpatriati.

L’emendamento è stato definito da molti un incentivo alla “remigrazione”, cioè alle deportazioni di massa che sono nel programma politico di molti partiti dell’estrema destra europea.

Nel testo si fa riferimento anche ad accordi da stipulare “con il Consiglio nazionale forense” (Cnf), cioè con l’organo di rappresentanza degli avvocati, incaricato di versare i compensi ai legali che collaborano. L’emendamento ha scatenato immediatamente le proteste dell’opposizione e ha provocato l’intervento dello stesso Cnf che ha sottolineato di “non essere mai stato informato di questo coinvolgimento” e ha chiesto al parlamento di eliminare la modifica.

Nel testo sono indicati anche i fondi stanziati per sostenere la misura: 246mila euro per il 2026 e 492mila euro per il 2027-2028, che saranno prelevati dai fondi di riserva del ministero dell’economia. Nella relazione illustrativa dell’emendamento sono riportati anche i dati del ministero dell’interno secondo cui nel triennio 2023-2025 sono stati circa 2.500 i cittadini stranieri che hanno chiesto volontariamente di essere rimpatriati, una media di 800 persone all’anno.

Secondo il nuovo testo, i programmi di “rimpatrio assistito” non andranno più concordati solo con le organizzazioni internazionali che se ne occupano, ma anche con il Consiglio nazionale forense. La stessa norma prevede inoltre che le persone migranti a cui è stata respinta la richiesta d’asilo non avranno più diritto al gratuito patrocinio se presentano ricorso, cioè non saranno assistiti gratuitamente da un avvocato assegnato dallo stato.

Le reazioni

Le reazioni di tutte le organizzazioni di avvocati è stata molto dura. L’Unione delle camere penali italiane (Ucpi), con una nota intitolata “L’apologia dell’infedele patrocinio”, ha detto che “l’emendamento al decreto sicurezza che prevede un compenso per l’avvocato soltanto se il cittadino straniero assistito presenta domanda di rimpatrio volontario e viene effettivamente rimpatriato, trasforma il difensore in uno strumento delle politiche governative di remigrazione”.

“È una previsione incompatibile con la costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense”, continua la nota. L’avvocato non può essere pagato per ottenere l’esito voluto dallo stato, ma deve assistere il proprio cliente in piena libertà e indipendenza. Questa previsione tradisce un’idea di avvocatura servente, subordinata agli obiettivi del potere e retribuita in funzione del risultato richiesto dall’amministrazione. Un’idea che non può che essere respinta con fermezza, in nome di una funzione difensiva libera, indipendente e rivolta esclusivamente alla tutela dei diritti della persona assistita”.

Anche l’Associazione nazionale magistrati (Anm) ha espresso “sconcerto per l’attacco al diritto di difesa previsto dal decreto sicurezza”.

La prima misura, sostiene l’Anm, distorce la logica della tutela legale dall’interno e la seconda mette una barriera economica all’accesso alla giustizia. Invece “il diritto di difesa”, affermano i magistrati, “deve rimanere pieno, libero e concretamente accessibile. Senza essere piegato a logiche diverse”. Garantirlo “costituisce un presidio essenziale dello stato di diritto e un elemento imprescindibile per la fiducia dei cittadini nell’amministrazione della giustizia”.

Infine l’Organismo congressuale forense (Ocf) ha annunciato una mobilitazione permanente contro la norma,perché la difesa legale deve essere libera da qualsiasi condizionamento esterno: nessun compenso può essere subordinato al fatto che un avvocato adegui il proprio lavoro agli obiettivi del governo. Per questo l’Ocf ha proclamato lo stato di agitazione in attesa che “si modifichi integralmente il testo a tutela dei diritti fondamentali e dello stato di diritto”.

L’avvocato Fedele Moretti, coordinatore dell’Ocf, ha commentato al telefono: “Il provvedimento lede il diritto di difesa e stravolge il ruolo dell’avvocato. L’attività difensiva deve rimanere libera e slegata da qualunque potere”. Gli avvocati e le avvocate italiani in segno di protesta potrebbero astenersi dalle udienze, conferma Moretti. “Stiamo monitorando la situazione in attesa dei cambiamenti che ci auguriamo la camera apporti in fase di esame della norma. Rimaniamo vigili”, conclude Moretti.

Anche per Lorenzo Trucco dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) la proposta è “lesiva dell’autonomia e dell’indipendenza” degli avvocati.

Le manifestazioni a Milano

Il 18 aprile la Lega di Matteo Salvini aveva convocato una manifestazione in piazza Duomo che raggruppasse tutti i partiti dell’estrema destra europea con lo slogan: “Padroni a casa nostra”. Per la Lega era un banco di prova dopo la vittoria del no al referendum sulla riforma della magistratura e dopo la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria.

Ma l’evento è stato poco partecipato, con circa duemila persone in piazza, mentre nello stesso momento a Milano si sono svolti due cortei per contestare la parola d’ordine del leader della Lega, “remigrazione”, che lo stesso Salvini ha alla fine evitato di usare.

Gli attivisti si sono dati appuntamento a piazza Lima e a piazza del Tricolore e poi si sono riuniti in un unico corteo. “Milano è migrante”, era lo slogan scritto sullo striscione di apertura. Uno degli obiettivi degli attacchi della destra sono stati in questi anni i discendenti degli immigrati, chiamati in maniera dispregiativa “maranza”.

La giornata di proteste si è conclusa con il concerto di Marracash nel quartiere periferico della Barona, dove il musicista rap è nato e cresciuto, e dove vivono molti di quei ragazzi e ragazze di origine straniera, attaccati e denigrati dall’estrema destra. “Sono tornato a casa”, ha detto Marracash all’inizio del concerto a cui hanno partecipato settemila persone e che ha permesso di raccogliere 230mila euro per il quartiere. “Una restituzione”, ha commentato il cantante di origini siciliane, che ha scelto lo pseudonimo di Marracash perché da ragazzino veniva sempre scambiato per straniero e per questo discriminato e attaccato.

Questo articolo è tratto dalla newsletter Frontiere.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it