La coda di fronte a una banca per ritirare del denaro, Harare, 1 dicembre 2016.

Oltre al contante, nello Zimbabwe si esaurisce anche il potere di Mugabe

La coda di fronte a una banca per ritirare del denaro, Harare, 1 dicembre 2016.
12 dicembre 2016 15:38

Nello Zimbabwe le banconote da centomila miliardi di dollari ricordano ancora i pericoli dell’iperinflazione. Ma ora il presidente Robert Mugabe sta stampando nuova valuta, una mossa che mette a repentaglio non solo l’economia, ma anche la sua permanenza al potere. Sei mesi fa il presidente, di 92 anni, aveva annunciato che avrebbe affrontare la scarsità cronica di contanti aggiungendo ai sempre più scarsi dollari statunitensi in circolazione delle bond notes (delle specie di titoli obbligazionari), una specie di nuova valuta introdotta alla fine di novembre.

Secondo la Reserve bank of Zimbabwe (Rbz) questi titoli potranno essere cambiati ufficialmente con il dollaro a un tasso di cambio di 1 a 1 e dovrebbero servire ad alleviare gli effetti della penuria di contante. La banca centrale ha inoltre promesso di mantenere un controllo stretto sull’emissione di contanti. Dopo l’inflazione galoppante del 2008, aumentata al ritmo di miliardi di punti percentuali dopo un’emissione sfrenata di nuova moneta, molti zimbabweani sono diffidenti. Il progetto ha subito provocato l’assalto alle banche da parte di persone che volevano chiudere i loro conti correnti.

Secondo alcuni rapporti dell’intelligence locale che la Reuters ha potuto leggere, se le bond notes crollassero questo potrebbe significare la fine di Mugabe, al potere da 36 anni. La Central intelligence organisation (Cio) stima che, come il resto della popolazione, anche il potente esercito è scontento delle banconote obbligazionarie e ha intimato al più anziano leader del continente di “darsi una svegliata”. “Alti funzionari della sicurezza hanno avvertito Mugabe di non prendersela con loro se la situazione dovesse diventare incendiaria”, si legge nel rapporto.

Non si sa chi sia l’autore del rapporto, né se Mugabe lo abbia visto o no. Il documento però offre un raro spaccato di quello che pensano le forze di sicurezza, la colonna portante del potere, e dei timori d’implosione di quella che un tempo era una delle economie più promettenti dell’Africa. “A Mugabe è stato spiegato apertamente che le bond notes provocheranno la sua caduta”, si legge nel rapporto.

Alla prova dei cambiavalute
Il primo banco di prova di questi titoli saranno i cambiavalute informali che lavorano per le strade di Harare. Se il valore delle nuove banconote dovesse crollare, affermano gli economisti, s’innescherà con ogni probabilità una spirale inflazionistica che potrebbe succhiare al sistema bancario i pochi dollari statunitensi rimasti in circolazione e mandare in fumo i risparmi degli abitanti dello Zimbabwe per la seconda volta in meno di dieci anni.

Nel 2008 era successa la stessa cosa: alcune personalità influenti, che potevano comprare dollari al tasso ufficiale di cambio, sono riusciti ad acquistare banconote obbligazionarie a prezzi scontati sul mercato non ufficiale, convertendole poi in dollari con il valore ufficiale. “Cominci con un dollaro, poi ne hai dieci, poi cento, poi mille, e non è ancora arrivata l’ora di pranzo”, spiega John Robertson, uno dei più rispettati economisti del paese.

Nella caotica stazione degli autobus di Road port, ad Harare, la stazione di chi viaggia da e per il Sudafrica, il primo partner economico dello Zimbabwe, alcuni operatori di trasporti via pullman temono il peggio. Loro devono pagare quasi tutte le spese (carburante, pedaggi, mazzette per la polizia in Zimbabwe e in Sudafrica) con valuta pesante e in contanti, per questo sono particolarmente esposti. “È come trovarsi nel braccio della morte. Non sai quando il boia aprirà la tua cella”, dice il bigliettaio Simba Muchenje tirando fuori dalla valigetta un mucchio di inutili dollari zimbabwani del 2008 e sbattendoli sulla cassa.

Nessuno degli otto cambiavalute che scambiano rand sudafricani e dollari statunitensi è disposto ad accettare bond notes al valore ufficiale di un dollaro per paura che perdano valore in tempi brevi. Il rand e il dollaro statunitense sono di fatto le monete ufficiali del paese da quando il dollaro zimbabweano è diventato carta straccia nel 2009. “Le banche cambiano le bond notes a un tasso di 1 a 1, ma io le cambio 2 a 1. Non posso permettermi di pagare quanto le banche”, spiega Patience, una cambiavalute di 32 anni.

Parole rassicuranti
La Rbz sta facendo di tutto per alleviare il timore che la zecca sia fuori controllo e che le banconote obbligazionarie non siano altro che un percorso tortuoso verso un nuovo dollaro dello Zimbabwe. “L’introduzione di bond notes non è il ritorno in sordina del dollaro zimbabweano”, si legge sul sito web della banca.

La Rbz presenta le nuove banconote come un “incentivo alle esportazioni” del 5 per cento, un bonus che la banca centrale aggiunge ai conti correnti di chi riceve valuta estera attraverso le rimesse o le esportazioni nel settore agricolo, manifatturiero e minerario. Un ulteriore aiuto arriva da una “struttura di prestito” del valore di 200 milioni di dollari resa disponibile da Afreximbank, un istituto con sede al Cairo di proprietà della Banca di sviluppo africana e di decine tra governi e banche centrali africane. Afreximbank non ha rilasciato commenti.

Tenuto conto di esportazioni mensili del valore di circa 250 milioni di dollari, il “bonus” del 5 per cento suggerisce un’iniezione di liquidità mensile di soli 12,5 milioni di dollari, un dollaro per ogni zimbabweano. Nelle dichiarazioni pubbliche la Rbz ha garantito che non supererà la soglia di 200 milioni di dollari di emissioni di nuove banconote. Non ha tuttavia chiarito in che modo gli accrediti in bond notes finiranno sui conti correnti con sede negli Stati Uniti né come i bancomat riusciranno a distinguere tra dollari e banconote obbligazionarie quando erogheranno contante.

Decine di migliaia di persone fanno la fila di notte per andare in banca a svuotare i conti correnti

Nel frattempo, decine di migliaia di persone in tutto il paese fanno la fila per tutta la notte per andare a svuotare i loro conti correnti non appena ricevono lo stipendio o la pensione, e questo non fa che peggiorare la situazione. Le banche hanno risposto imponendo limiti giornalieri ai prelievi: un giorno le persone possono ritirare cento dollari, un altro giorno il tetto è cinquanta dollari, un’altra volta non possono ritirare nulla. Quanto potranno ritirare i clienti lo sanno solo al momento in cui apre la banca, alle otto di mattina.

Ad Harare, dove la maggior parte delle banconote da cento dollari sono marrone scuro per lo sporco, una banconota frusciante da cento dollari del 2009 adesso può valerne fino a 115. Invece i soldi disponibili con le carte di credito e il denaro virtuale, sistemi di pagamento introdotti per alleviare i problemi legati alla penuria di contante, si stanno svalutando e i cambiavalute impongono commissioni che vanno dal 10 al 15 per cento. Una prostituta, che si affidava a sistemi di pagamento e-wallet come Ecocash, gestita dall’azienda di telefonia mobile Econet wireless, ha detto che, come altre sue colleghe, ormai accetta solo clienti che pagano in contanti.

L’esercito scontento
Con un tasso di disoccupazione del 90 per cento e una crisi di bilancio che ha costretto il governo a rinviare il pagamento degli stipendi dei dipendenti pubblici, il malcontento sta pervadendo anche l’esercito. Alcuni rapporti di intelligence scritti tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre suggerivano che Mugabe nutrisse dubbi sulle bond notes. “Le banconote obbligazionarie fanno perdere il sonno a Mugabe”, si legge in uno di questi rapporti. “Mugabe sta pensando seriamente di posticipare l’introduzione delle bond notes a gennaio del 2017”.

Secondo un altro rapporto, gli ufficiali dell’esercito erano scontenti dei ritardi nei pagamenti e del tetto ai prelievi. A luglio i veterani della guerra di liberazione (1964-1979) che ha portato Mugabe al potere si sono ribellati accusando il presidente di “tendenze dittatoriali” e dandogli la colpa della “situazione grave” in cui versa l’economia e delle discordie in seno al partito di governo, lo Zanu-Pf.

I veterani hanno saldi legami con l’esercito e i servizi di sicurezza, e secondo alcuni analisti vorrebbero che il vicepresidente Emmerson Mnangagwa, ex capo della sicurezza nazionale soprannominato “il coccodrillo”, prendesse il posto di Mugabe. Dall’altra parte c’è la fazione che sostiene Grace, la moglie di Mugabe.

Il 19 novembre Mugabe ha risposto alle pressioni con un discorso in cui ha ammesso di potersi sbagliare e in cui alludeva al proprio ritiro. “Se commetto errori, dovete dirmelo. E me ne andrò”, ha dichiarato. Ma poi ha aggiunto: “Il cambiamento dovrebbe avvenire in un modo adeguato. Se devo andarmene, lasciate che lo faccia come si deve”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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