A un anno dalla caduta di Al Fashir, la città del Darfur Settentrionale conquistata dai paramilitari sudanesi delle Forze di supporto rapido (Rsf) con un bagno di sangue, è cambiato qualcosa? Si è prestata più attenzione al conflitto che dall’aprile 2023 sta devastando uno dei più grandi paesi dell’Africa subsahariana con il rischio di spaccarlo di nuovo?
Le organizzazioni internazionali e i giornali di tutto il mondo sembrano concordi: dopo i fatti avvenuti tra il 26 ottobre e il 4 novembre 2025, si è mosso poco o nulla per mettere a tacere le armi in Sudan, mentre Al Fashir è diventata una città fantasma.
Lo scorso febbraio una missione conoscitiva delle Nazioni Unite in Sudan ha decretato che in quei giorni e, durante il precedente assedio di diciotto mesi, le Rsf avevano fatto ricorso a uccisioni mirate ai danni degli appartenenti ad alcuni gruppi etnici, violenze sessuali su ampia scala e sparizioni forzate. A farne le spese erano state le comunità non arabe zaghawa, fur e masalit.
“La portata, il coordinamento e il sostegno all’operazione dei vertici delle Rsf dimostrano che i crimini commessi ad Al Fashir e nei suoi dintorni non sono stati eccessi casuali”, ha dichiarato il giurista tanzaniano Mohamed Chande Othman, capo della missione, secondo cui c’erano tutti “segni distintivi di un genocidio”.
Secondo alcune stime, nei giorni prima della caduta di Al Fashir, il 26 ottobre 2025, in città vivevano circa 250mila persone (contro il milione e mezzo del 2024). Il giorno dopo ne erano rimaste solo 27mila, con 100mila che erano riuscite a fuggire e 50mila che erano state catturate dalle Rsf, intenzionate a conquistare l’ultima città della regione occidentale del Darfur ancora al di fuori del loro controllo. Ne mancavano all’appello 73mila, di cui si calcola che seimila siano state uccise solo nei primi tre giorni dopo l’irruzione dei paramilitari in città.
Il reporter tedesco Wolfgang Bauer ha definito il massacro di Al Fashir “il più grave crimine di guerra dell’epoca contemporanea” in un articolo della Zeit in cui ricostruisce le fasi della caduta della città attraverso le testimonianze di chi era riuscito a fuggire.
E oggi? Un rapporto di Amnesty international del 23 ottobre 2026 parla di meno di 70mila abitanti ad Al Fashir. Mentre le Rsf sostengono che i civili possono tornare a vivere in sicurezza in città, queste persone continuano a dover fare i conti con detenzioni arbitrarie, torture e un accesso limitato agli aiuti umanitari.
La radio sudanese Dabanga cita anche un resoconto dello Humanitarian research lab dell’università di Yale – un’istituzione che attraverso le immagini satellitari è stata tra le poche a seguire attentamente quello che stava succedendo ad Al Fashir e a denunciare il rischio di crimini di guerra – secondo cui la città oggi è in gran parte deserta e la presenza di civili è limitata a una piccola area di circa cinque chilometri quadrati.
Lo conferma Mohamed Zakaria su The New Humanitarian, secondo cui la vita per le 70mila persone rimaste è molto difficile: devono fare i conti con la fame, le malattie, le persecuzioni e il rischio di essere uccise. Ci sono poche organizzazioni umanitarie ad aiutarle. Niente a che vedere con la Al Fashir in cui Zakaria è nato, “somigliante a un piccolo Sudan in miniatura: una città di mondi interconnessi, fatta di persone che venivano da tutto il paese. E che, nonostante la loro diversità, vivevano insieme in armonia. Per tutti la vita sociale era così importante che l’intera città sembrava un’unica famiglia”.
Ma la guerra è arrivata anche lì, prima di spostarsi a est, nel Kordofan. E nessuno è stato chiamato a rispondere delle atrocità commesse. Per esempio gli Emirati Arabi Uniti, che hanno fornito alle Rsf armamenti di ogni tipo e che hanno facilitato l’arrivo di mercenari colombiani per farli combattere al fianco delle Rsf.
Come riassume Laetitia Bader di Human rights watch, dopo quanto successo ad Al Fashir “diversi governi hanno formato una coalizione per prevenire ulteriori atrocità e promuovere la giustizia in Sudan, e ora devono agire per soddisfare le richieste dei sopravvissuti affinché i responsabili siano assicurati alla giustizia.
A un anno di distanza, il comandante delle Rsf Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, non è stato sottoposto a sanzioni nonostante i crimini commessi dai suoi miliziani. La società con sede negli Emirati che avrebbe ingaggiato i combattenti colombiani non ha subito sanzioni e il paese del Golfo non è stato chiamato a rispondere del suo sostegno militare alle Rsf, nonostante questo violi l’embargo sulle armi in Darfur.
Gli orrori di Al Fashir si potevano evitare. I governi dovrebbero garantire che non accada mai più, adottare misure coraggiose per proteggere i civili e assicurare i responsabili alla giustizia”. ◆
Questo articolo è tratto dalla newsletter Africana.
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