Questo articolo è parte della campagna Unite a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste italiane per denunciare la violenza di genere e nominarla.
Faccio parte di quell’esercito di ragazze maltrattate che rompono il silenzio. Potete rintracciarmi, minacciarmi, insultarmi. Non cambierà niente. Abbatteremo il muro”.-Virginie Despentes
Il mio primo lavoro retribuito è stato quello di hostess nei supermercati o nelle discoteche. Le uniche caratteristiche richieste erano l’altezza e la taglia. La divisa consisteva in un tubino d’argento e tacchi alti. Si trattava semplicemente di distribuire gadget e si guadagnava bene. Lo svantaggio era quello di sentirsi un po’ come animali del circo, esposti a qualsiasi tipo di commento.
Poi feci altri lavoretti, la cameriera, la modella per l’Ipercoop, lavorai insieme a un gruppo di amici alla fiera dell’erotismo di Pescara, si chiamava “Erotica”. Dopo i primi giorni in cui lavorammo tutti al montaggio degli stand, a me era stato assegnato il punto informazioni. Seduta all’interno di un gabbiotto, me ne stavo tutto il giorno lì dentro, alla mercé di mandrie di avventori, principalmente maschi, che fingevano di chiedere informazioni o peggio mi chiedevano prestazioni sessuali, a volte scambiandomi pretestuosamente per una delle meravigliose pornostar che il festival ospitava. Era il 1995 e all’epoca non sapevamo cosa fosse il catcalling o la molestia verbale. La fiera fallì, nessuno venne pagato.
Sarà per questo – mi chiedo – che ho sempre avuto un pessimo rapporto con il lavoro da dipendente? Che ho sviluppato una tendenza a instaurare rapporti malsani, asimmetrici, tra silenti sottomissioni e rapidi disamoramenti? Per un lungo lasso di tempo devo aver esercitato un certo magnetismo sugli approfittatori, i manipolatori, i narcisisti camuffati da intellettuali, personaggi diffusissimi nel mondo dell’editoria.
Sul finire del millennio ero una giovane e volonterosa redattrice arrivata a Roma dalla provincia emiliana. Dopo uno stage non pagato di sei mesi per una piccola casa editrice emergente, andai a lavorare per un altro editore indipendente. “Candy Candy, mi spiace non poterti pagare”, mi disse dopo due mesi che lavoravo senza stipendio, “ma sai come mi sono fatto la barba stamattina? Al lume di candela. E sai perché? Perché non ho i soldi per pagare la bolletta della luce, come pensi che potrei pagare te?”.
A 25 anni ne dimostravo ancora meno e, ripensandoci ora, dovevo avere un’aria distrattamente candida. Detestavo che quell’uomo si rivolgesse a me in quel modo (“Candy Candy”), ma ogni volta mi paralizzavo e non riuscivo a ribellarmi.
Dopo tre mesi, me ne andai.
Il problema non erano solo il modo in cui mi parlava, i mancati pagamenti, l’ipocrisia. Il problema era il potere, il potere e la vergogna. Per quanto mi riguardava, parafrasando Gisèle Pelicot, la vergogna non aveva ancora cambiato lato.
Tuttavia, è stata la mia esperienza successiva che ha segnato tutta la mia vita lavorativa. Già dal primo colloquio con il mio nuovo datore di lavoro, avrei dovuto capire che qualcosa non andava, avevo 26 anni e lui molti più di me, ma mi disse subito di dargli del tu, come si usava in Inghilterra, dove aveva a lungo lavorato, poi mi lasciò il suo cellulare dicendo di chiamarlo.
Mi chiamò lui, qualche giorno dopo, durante il fine settimana, e mi disse che potevo cominciare a lavorare subito. Aveva un tono di voce che oggi definirei lascivo, inopportunamente confidenziale. Quei primi giorni furono assurdi: tutto quello che dicevo era oro colato e lui mi ascoltava imbambolato come fossi la madonna. Mi imbarazzava tantissimo questo atteggiamento, ma nessuna delle colleghe sembrava davvero stupita: evidentemente era un sistematico love bombing che metteva in pratica con le nuove arrivate.
Dopo qualche mese di lavoro decise che sarei dovuta andare a Francoforte, alla fiera del libro, insieme al direttore editoriale e altri colleghi. Tra tutte le redattrici e i redattori scelse me, non potevo rifiutare.
Oggi mi chiedo perché nessuna delle colleghe più grandi mi abbia messo in guardia. Forse erano comprensibilmente infuriate perché meritavano assai più di me di partire.
Una bolla di autonomia
Arrivati in Germania, la prima sera lui si ubriacò e mi saltò addosso nel sottoscala dell’appartamento che avevamo preso in affitto. Ricordo di aver sentito su di me il peso di un grosso elefante scoordinato mentre lo respingevo. Ero paralizzata. La mattina dopo arrivarono delle scuse premurose, “Perdonami ho bevuto troppo, non so cosa mi ha preso”.
Io non avevo chiuso occhio né avevo raccontato a nessuno l’accaduto, chiusa in una vergogna devastante. Non riuscivo più a capire se fossi brava nel mio lavoro o meno, se in effetti ero lì perché lui voleva davvero formarmi come futura editor o invece gli interessava altro. Con l’autostima sotto i piedi, passai quei giorni di fiera in uno stato di trance.
Tornati al lavoro, lui continuò a essere per un po’ disponibile e in ascolto, fino a quando dopo qualche mese, non lo fu più e divenne maltrattante, crudele. Piangevo tutti i giorni, lavoravo, tornavo a casa e piangevo. Era impossibile continuare così, ogni mia idea, ogni mia proposta editoriale veniva respinta. Andò avanti così per un po’. Poi, con grande disappunto dei miei familiari, poco prima del mio trentesimo compleanno, mi licenziai e partii per una traversata in barca di due mesi.
Al ritorno iniziai a lavorare per un altro editore dove mi trovavo meglio, pagava poco ma almeno non c’erano molestatori in giro. Dopo un anno, tuttavia, la piccola casa editrice per cui lavoravo a progetto fu comprata dalla casa editrice del mio vecchio capo e così mi ritrovai a lavorare di nuovo nello stesso ufficio.
Inizialmente mi ero creata una bolla di autonomia all’interno dell’azienda, così per qualche tempo riuscii a tenerlo lontano. O meglio era lui a essere disinteressato a quella costola editoriale con degli utili invisibili. Mi sottopagava e mi aveva retrocessa a semplice redattrice, però almeno non ero più nelle sue grinfie.
Dopo qualche tempo, accettai un ruolo più importante e diventai editor della narrativa straniera, avevo una mole di lavoro enorme, il solito contrattino a progetto, ma che ci vuoi fare è… “il lavoro dei tuoi sogni”, no?. Furono anni di lavoro sfiancante, senza straordinari pagati, ma lui sembrava stare al suo posto.
E fu allora che tornò, come nulla fosse, anzi in modo ancora più subdolo e pericoloso di prima. Cominciò a telefonarmi al numero interno così che io ero costretta a rispondere davanti alle mie colleghe. Mi invitava a pranzo, al cinema, a cena, io declinavo. Alla fine, qualche volta cedevo e dicevo di sì per un pranzo. Sembrava timido, gentile, voleva parlare dei libri che avremmo comprato, di autori che avremmo pubblicato.
Del resto, come si poteva fare l’editor senza confrontarsi in un dialogo? Il mio lavoro non era in fondo convincere il mio capo a comprare i diritti dei romanzi che mi piacevano? Finché un giorno accettai di andare al cinema. Alla fine della proiezione mi regalò un libro di poesie di John Keats, e io cominciai di nuovo a non dormire più. Mi sentivo in colpa, sporca. Di nuovo dal lato sbagliato della vergogna.
Lui continuava ogni giorno a invitarmi a cena, sempre sul telefono dell’ufficio, e alla fine una volta accettai. In fondo avevo superato i trent’anni, non ero più una ragazzina, non ero più Candy Candy, collaboravo con alcune testate giornalistiche, avevo editato un’infinità di libri… che cosa mai poteva succedere?
Andai all’appuntamento vestita come una suora di clausura, con il mio scooter. La cena fu infinita. La verità è che lui era un uomo noioso e inelegante, senza talenti particolari, un uomo che approfittava del suo potere per sedurre donne intelligenti e giovani come me. Ma allora non lo sapevo, non sapevo di essere brava, di meritarmi quel lavoro, quello stipendio, di meritarmi lodi, complimenti, momenti di pausa, straordinari pagati.
Al ritorno insisté tantissimo per accompagnarmi a casa. E in macchina accadde quello che più temevo: provò a baciarmi. Io sgusciai via, ma nei giorni successivi mi disse che era innamorato di me e non poteva farci nulla. Ricordo che chiamai in lacrime un’amica di Parma: avevo bisogno di qualcuno lontano anche geograficamente da quel disastro.
Lei mi ascoltò, mi consolò, e se non ho perso tutta la fiducia in me stessa è grazie a lei che prese sul serio quello che era successo. Mi disse che era molto grave e che però era una bella rogna e non avrei saputo come uscirne. Il lavoro mi teneva lì, amavo i miei libri, amavo i libri, volevo bene ai miei colleghi che in qualche modo mi proteggevano, non potevo mollare tutto per quell’uomo mostruoso, non se lo meritava.
Passato l’“innamoramento”, iniziò prevedibilmente il gaslighting, riprese a trattarmi con indifferenza, a ignorare le mie proposte, a distorcere, negare, farmi dubitare delle mie capacità, mettere in dubbio tutto quello che facevo. Non era più palesemente crudele, era perversamente maltrattante. Avrei dovuto denunciarlo? Registrare le telefonate? Andare al sindacato del lavoro? Da un avvocato? Ma chi mi avrebbe creduto? E che prove avevo?
Lo stillicidio durò ancora un anno, fino a quando ci fu una grossa diaspora dei colleghi che più amavo e stimavo e allora anch’io presi coraggio e per la seconda volta mi licenziai. Tuttora, quasi vent’anni dopo, lo considero il giorno più bello della mia vita.
Radici profonde
La prima volta che ho iniziato a parlare davvero di questa storia fu dopo la lettura di un libriccino intitolato Toglimi le mani di dosso. Una storia vera di violenze e ricatti sul lavoro di Olga Ricci, un nome fittizio. Uscito prima del MeToo, era la storia vera di una giovane giornalista e della sua esperienza all’interno di una redazione. In pratica era la mia storia: avance e ricatti sessuali per mesi, attese di un contratto che non arriva mai, Olga per non perdere il lavoro, cerca di resistere. Sulla quarta di copertina c’era scritto: “In Italia nessuno considera molestie le battute a sfondo sessuale in ufficio, i massaggi sulle spalle, i complimenti imbarazzanti davanti ai colleghi. Chi si ribella passa per bacchettone. Questo libro parla di noi, dell’Italia e del potere nelle relazioni e nei luoghi di lavoro”.
Quel libro, di cui avevo scritto una recensione per una testata importante, fu quasi completamente ignorato: forse era presto, perché appena due anni dopo scoppiò il pandemonio negli Stati Uniti, raffiche di denunce, di confessioni e contro-confessioni, alcuni re erano nudi, non tutti. Non in Italia. Una giornalista del quotidiano Repubblica mi chiese, tramite un’amica comune, di raccontare il “MeToo dell’editoria”, ma io rifiutai la proposta.
Il problema delle molestie sul lavoro è che sono sistemiche: hanno radici profonde nella cultura patriarcale e sono difficilissime da estirpare. Anche dopo il 2019, con la storica Convenzione sulla violenza e le molestie dell’agenzia delle Nazioni Unite per il lavoro che ha introdotto e ratificato il concetto di prevenzione, e anche dopo l’ultima legge approvata in Italia nell’ottobre del 2025, che introduce misure strutturali per “tutelare la dignità delle lavoratrici e contrastare molestie e abusi negli ambienti professionali”, le molestie persistono.
Se la componente “giovane età” è una delle variabili più scontate, i dati mostrano che anche il livello di istruzione e la posizione professionale sono componenti che non proteggono dalle molestie e dai ricatti sessuali.
Secondo i dati più recenti diffusi dall’Istat le persone con un titolo di studio elevato risultano leggermente più esposte: su un campione di circa diecimila donne tra i 15 e i 70 anni, il 14,8 per cento delle laureate dichiara di aver subìto molestie, contro il 12,3 per cento di quelle con un titolo di studio inferiore (un divario simile c’è anche tra gli uomini, seppur su livelli più bassi).
Le modalità delle molestie variano in base al titolo di studio: tra le persone più istruite prevalgono offese e proposte inappropriate, mentre le molestie fisiche sono più diffuse tra chi ha livelli di istruzione differenti.
Per quanto riguarda i ruoli professionali, la categoria più a rischio di molestie è quella delle operaie (16,4 per cento) seguite dalle impiegate e dai quadri direttivi (15 per cento).
La lunga indagine dell’Istat, tuttavia, sottolinea più volte un dato trasversale: la bassissima percentuale di denunce (solo il 2,3 per cento delle donne).
Ho imparato a mie spese che l’istruzione non protegge dalle molestie, anzi ho l’impressione che a volte le provochi, perché rende le donne più visibili e meno controllabili. E allora la battuta, l’allusione, la mano sulla coscia riportano la donna dal ruolo professionale a quello di corpo. Non sarà un caso se tantissime molestie anche fisiche capitano all’interno degli atenei universitari o in settori lavorativi altamente retribuiti come la finanza.
Dal giorno delle mie dimissioni non ho mai più svolto un lavoro di redazione o di ufficio. Ho sempre e solo lavorato da freelance, con le difficoltà e le gioie del caso. Non ho mai più subito molestie sul lavoro, ma quel disagio prolungato, che in parte mi sono autoinflitta durante quei lunghi anni, quella vergogna, quel senso di sporcizia, temo che rimarrà sempre con me.
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