03 maggio 2020 15:01

I giochi olimpici di Monaco di Baviera del 1972 sono passati alla storia per il massacro di undici atleti israeliani (e di un poliziotto tedesco) compiuto dal gruppo palestinese Settembre nero nel villaggio olimpico. Ma intrecci e motivi geopolitici, per fortuna meno drammatici, attraversarono l’intera manifestazione.

Ai tempi della guerra fredda lo sport era una questione di prestigio e di egemonia. Rafforzate dall’eco dei ricorsi storici, le prime Olimpiadi nella Germania Ovest post-bellica assumevano per il blocco socialista, e in particolare per la Germania Est, un’importanza simbolica.

In questo contesto s’inserì, scardinandone i connotati ideologici, la prestazione della ginnasta sovietica Olga Korbut, che per il suo corpo esile era chiamata il “passerotto di Minsk” (anche se in realtà era nata e cresciuta a Hrodna, un’altra città bielorussa).

Korbut all’epoca aveva 17 anni, era alla sua prima Olimpiade, e su lei e sulle sue compagne di squadra ricadeva una discreta responsabilità. La ginnastica era uno dei pilastri dello sport sovietico e doveva lavare l’onta di Messico 1968, dove il paese aveva ottenuto 16 medaglie d’oro in meno rispetto agli Stati Uniti.

Dal 27 al 31 agosto, nei cinque intensi giorni in cui si disputarono le gare di ginnastica artistica, Korbut fece innamorare il pubblico di Monaco, prima ancora che per le sue prestazioni, per la sua personalità, lontanissima dallo stereotipo dell’atleta dell’est glaciale e programmato a tavolino.

Le cose per lei sarebbero potute andare molto diversamente. Dopo la vittoria nella competizione a squadre, Korbut salì in pedana per la prova alle parallele asimmetriche, all’interno del concorso generale individuale (il cosiddetto all-around). Sarebbe stato quell’attrezzo a darle l’immortalità sportiva, ma Korbut inciampò in una disastrosa prestazione, commettendo due errori gravi. Finito l’esercizio andò a sedersi e scoppiò a piangere.

Ma fu proprio quella dimostrazione d’umanità inattesa a farla adottare dal pubblico di casa.

A Monaco per Korbut arrivarono, oltre a quello di squadra, due ori individuali. Uno per la prova alla trave, nella quale si esibì in un salto mortale all’indietro, il primo del genere visto per quell’attrezzo. Il secondo per la prova a corpo libero, vincendo la sfida tutta sovietica con un punteggio di 9,90, un decimo in più della compagna-rivale Ljudmíla Turíščeva (punta di diamante della squadra alla vigilia, e poi vincitrice della gara all-around, ma di questo quasi nessuno si ricorda oggi).

Korbut si ripresentò alle parallele asimmetriche per la medaglia di specialità e mostrò al mondo il suo Korbut flip: una sorta di salto mortale all’indietro, tra una parallela e l’altra, a velocità sensazionale e in perfetta fluidità, che fece sobbalzare i presenti, convinti di aver appena assistito a un momento storico (un movimento così audace e rischioso da essere proibito, nel 2012, per tutelare l’incolumità delle ginnaste).

E invece, a quello che sarebbe diventato uno dei movimenti più iconici della storia della ginnastica, e forse dei giochi olimpici, fu dato un punteggio di 9,80, insufficiente per vincere la medaglia d’oro, che andò alla tedesca dell’est Karin Janz, tra l’indignazione dei telecronisti statunitensi e degli spettatori, i quali andarono avanti per un bel po’ a fischiare e a insultare i giudici.

Ancora oggi si discute dell’ingiustizia di non aver attribuito a Korbut un 10 “perfetto”, ovvero unanime. Forse la risposta è tautologica: non glielo diedero perché all’epoca, semplicemente, non si usava farlo. O forse i giudici furono condizionati dal ricordo degli errori dei giorni precedenti.

Di certo, a quasi cinquant’anni di distanza, si capisce cosa fece entrare Korbut nel cuore di molti: la bellezza dei suoi movimenti – anche per chi ignora i canoni del genere e i criteri dei giudici – la grazia, e l’umanità che traspare dalle sue esultanze a fine esercizio.


Per la cronaca, il medagliere finale fu: 50 ori per l’Unione Sovietica, 33 per gli Stati Uniti, 20 per la Germania Est e 13 per i padroni di casa della Germania Ovest. A parità di peso, il blocco socialista batteva il mondo libero con un netto due a zero.

Korbut continuò a scardinare gli schemi della guerra fredda anche dopo le Olimpiadi di Monaco. Nel 1973 fu ricevuta alla Casa Bianca da Richard Nixon. A quanto pare il presidente statunitense, esaltato dai successi della “diplomazia del ping-pong” con la Cina, le disse che la sua prestazione a Monaco aveva fatto di più per la distensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica di cinque anni di rapporti diplomatici tra i due governi.

Monaco fu il punto più alto della carriera di Korbut, che collezionò altri due ori ai Mondiali del 1974 a Varna, in Bulgaria. Nel 1976, a Montréal, Nadia Comăneci ottenne il primo 10 perfetto della storia delle Olimpiadi e le strappò lo status di ginnasta più iconica della storia (almeno fino all’apparizione di Simone Biles). In Canada Korbut si accontentò di un oro di squadra e di un argento individuale, prima di ritirarsi l’anno dopo, a soli 22 anni. Tornata in patria si diplomò in psicologia nella sua città e diventò insegnante. Nel 1991 le parve naturale, per sfuggire alle conseguenze del disastro di Černobyl, trasferirsi negli Stati Uniti con la famiglia, paese dove continuò a insegnare ginnastica artistica. Nel 2000 diventò cittadina americana.

Una storia sovietica d’eroismo sportivo e umanità personale, con tanto di ritorno a una dignitosa normalità dopo i trionfi olimpici, e un’emigrazione senza screzi politici dopo la caduta della cortina di ferro. Così almeno sembrava. Ma una coda più recente ha gettato una luce fosca sulla vita di Olga Korbut. Di lei si è riparlato quando ha denunciato di essere stata violentata, a 15 anni, da Renald Knysh, il suo allenatore nel periodo delle Olimpiadi di Monaco (dopo di lei altre atlete della sua generazione si sono fatte avanti per denunciare Knysh). E poi tre anni fa, quando ha messo in vendita le sue medaglie olimpiche e altri cimeli per far fronte a gravi problemi economici.

(Testo di Federico Ferrone e Alessio Marchionna)