La conferenza internazionale sul clima di Parigi

Dal 30 novembre all’11 dicembre 195 paesi hanno discusso un nuovo accordo per ridurre le emissioni, in modo da rallentare il riscaldamento globale.

Una manifestazione in vista della conferenza sul clima a Kiev, in Ucraina, il 29 novembre 2015. (Valentyn Ogirenko, Reuters/Contrasto)

Le speranze della conferenza sul clima

Una manifestazione in vista della conferenza sul clima a Kiev, in Ucraina, il 29 novembre 2015. (Valentyn Ogirenko, Reuters/Contrasto)
30 novembre 2015 09:19

Chi sogna il grande accordo, vincolante come un trattato internazionale e capace di imporre a tutti i paesi del mondo il limite di due gradi ulteriori per l’aumento della temperatura, resterà deluso. Un successo di questo genere è altamente improbabile, e in fondo non è nemmeno l’obiettivo reale della Cop-21.

Più realisticamente, la conferenza sul cambiamento climatico potrebbe chiudersi con alcuni impegni largamente condivisi e soprattutto con la decisione di esaminare, almeno ogni cinque anni, i provvedimenti applicati dalle diverse capitali. In questo senso nei prossimi quindici giorni potremmo assistere a un passo avanti non trascurabile.

Il primo motivo per essere ottimisti è che la Cina e gli Stati Uniti vogliono un accordo. In realtà a Washington non tutti sono favorevoli, perché gran parte dei repubblicani e le lobby industriali continuano a opporsi a un’intesa sul clima. Ma Barack Obama spinge sull’acceleratore, sostenuto anche dall’opinione pubblica statunitense.

Il costo delle energie alternative è calato dal 2013 rendendole davvero competitive rispetto ai combustibili fossili

Per quanto riguarda la Cina, Pechino ha ormai capito che rischia di avvelenare le sue grandi città e che la lotta all’inquinamento può essere l’unico fattore di contestazione politica potenzialmente rischioso.

Il secondo motivo per cui la conferenza potrebbe essere un successo è che la Francia, paese organizzatore, siede in tutte le grandi istituzioni internazionali e ha saputo avviare i dibattiti e influenzare positivamente diversi paesi e gruppi di paesi.

Il terzo motivo per credere a un esito positivo della Cop21 è che il costo delle energie alternative è calato sensibilmente dal 2013, l’anno della svolta, rendendole davvero competitive rispetto ai combustibili fossili dal punto di vista economico.

Le alternative dell’India

Per il momento è ancora troppo presto per cantare vittoria, ma il rapporto di forze appare incoraggiante. L’Europa, la Cina e gli Stati Uniti spingeranno nella stessa direzione, e non è poco. Il Brasile e il Giappone cercheranno di frenare la trattativa, ma l’Australia e il Canada sono ormai favorevoli all’accordo. L’Arabia Saudita non è evidentemente una grande sostenitrice delle energie alternative, ma in questo momento non ha interesse a contrariare gli occidentali, di cui ha profondamente bisogno in Medio Oriente. Anche la Russia, altra grande produttrice di petrolio, probabilmente non ha alcuna voglia di opporsi al blocco sino-occidentale.

Restano due punti interrogativi, l’India e l’Africa. L’India ha la possibilità di fare di testa propria, ma deve scegliere se essere l’ultimo paese a industrializzarsi come nel diciannovesimo secolo o il primo a fondare il suo sviluppo sulle energie verdi. La scelta dipenderà dai trasferimenti tecnologici che le saranno consentiti. Quanto all’Africa, è tutta una questione di soldi e aiuti internazionali, perché il continente non ha i mezzi per scegliere autonomamente una strada virtuosa. La conferenza sarà un successo? Lo scopriremo tra due settimane.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.
pubblicità

Articolo successivo

Le notizie di scienza della settimana
Claudia Grisanti
Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.