10 ottobre 2020 10:01

Questo articolo sarebbe dovuto uscire in occasione della giornata mondiale della traduzione, celebrata il 30 settembre. Non è stato concluso in tempo, ed è meglio così, perché rischiava di rovinare la festa. “Dobbiamo smettere di pensare la traduzione come un’operazione esclusivamente positiva di accoglienza dello straniero o di apprendimento degli altri attraverso le lingue. Dobbiamo smettere di tesserne le lodi o di vedervi semplicemente lo spazio in cui s’incontrano le culture e i diversi modi di pensare”. L’autrice di queste frasi – poco celebrative, ne converrete – è Tiphaine Samoyault, comparatista, scrittrice e traduttrice francese che ha da poco pubblicato il saggio Traduction et violence (Seuil 2020).

Sfido chi traduce a restare indifferente a questo titolo. Tradurre è spesso un’operazione violenta: si parte all’attacco (di un libro, di un articolo, di una poesia), comincia la lotta (con il testo originale, con i suoi aspetti formali e i suoi molteplici significati, con l’autrice o l’autore, spesso irraggiungibili, che sembrano provocarci da lontano, con la lingua di arrivo che si fa sfuggente, irritante) e si continua a battagliare fino alla data di consegna. Alla fine ci si ritira, quasi mai vittoriosi, quasi sempre stremati, a volte con un senso di vergogna per quella soluzione di ripiego così poco convincente.

Questa forma di violenza non è che una delle tante esaminate da Samoyault. La premessa da cui parte – oltre al rifiuto dell’autocelebrazione, spesso istituzionale, dell’atto del tradurre – è quella di una “negatività attiva” della traduzione: “La negatività non consiste solo nella presunta perdita che si produce nel passaggio da una lingua all’altra. Come spazio di relazione, la traduzione è anche il luogo di un conflitto che bisogna regolare per preservare una forma di pluralismo”.

La traduzione agonistica
Ispirandosi al pensiero della filosofa politica belga Chantal Mouffe, Samoyault parla di traduzione agonistica. “L’agonismo”, spiega, “a differenza del consenso democratico o del dialogo, sottolinea una negatività che non può essere sradicata perché, come scrive Mouffe, ‘ogni ordine è instaurato attraverso l’esclusione di altre possibilità’”. La traduzione agonistica, secondo Samoyault, “è quindi quella che lascia in gioco le forze conflittuali inerenti alla traduzione, tra le lingue, tra lo spirito e la lettera, tra l’originale e le traduzioni, tra le diverse possibilità che si offrono e tra cui bisogna scegliere, e che usa queste forze per affermare una posizione, per prendere una decisione. È quindi possibile pensare la traduzione in termini politici e non in termini etici, secondo un modello che non è più quello della negoziazione ma quello del mantenimento della rivalità”.

Prima di arrivare a questo momento agonistico, chi traduce deve operare un altro tipo di violenza, scomponendo, disgregando, smembrando il testo. La traduzione “riporta così il testo allo stato di brouillons [brutte copie o minute, ma anche abbozzi], sempre da migliorare, sempre da rifare”. Ciò che emerge, al termine di questo processo, non è né “una nuova forma” né “un nuovo corpo”: è piuttosto, scrive Samoyault, “l’essenza stessa della formazione”, “il movimento attraverso cui la forma avviene” o ancora, citando Baudelaire, “un abbozzo lento a venire” (La carogna, da I fiori del male, traduzione di Luigi de Nardis, Feltrinelli 2001).

Per illustrare questo proposito Samoyault cita la traduzione poetica, e non potrei essere più d’accordo. Uno dei modi più efficaci per visualizzare questo processo di disgregazione e di formazione in movimento è confrontare le diverse traduzioni di una poesia in una stessa lingua, per esempio attraverso lo splendido volume Into English. Poems, translations, commentaries, curato da Martha Collins e Kevin Prufer (Graywolf Press 2017). Stampato in formato orizzontale, presenta venticinque poesie, in lingua originale, di autrici e autori di epoche e paesi diversi (da Saffo al poeta haitiano Félix Morisseau-Leroy), accanto a tre diverse versioni in inglese seguite da un commento firmato da un quarto traduttore. Una vera goduria.

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Samoyault s’interessa anche alle traduzioni da e verso l’italiano, una prima volta per sottolineare le disparità di trattamento economico tra paesi anche vicini – “se un traduttore in Francia è pagato tra i diciassette e i venti euro a cartella, in Italia il compenso medio è di dieci euro”. Si sofferma poi a più riprese su Primo Levi, traduttore e tradotto. Nel primo caso, parlando della violenza esercitata dalla traduzione sul testo originale, cita Levi a proposito della sua traduzione del Processo di Kafka: “Kafka non esita davanti alle ripetizioni, nel giro di dieci righe ripete tre, quattro volte lo stesso sostantivo. Questo io ho cercato di evitarlo perché nelle convenzioni italiane non c’è. Può darsi che sia un arbitrio, che invece anche in italiano la ripetizione sia funzionale a ottenere un certo effetto. Ma ho avuto pietà del lettore italiano, ho cercato di portargli qualcosa che non avesse un sapore troppo forte di traduzione” (Conversazioni e interviste 1963-1987, Einaudi 1997).

A Primo Levi autore Samoyault dedica un intero capitolo, La traduzione nei campi, analizzando i due capitoli di Se questo è un uomo in cui appare il tema della traduzione, Iniziazione e Il canto di Ulisse, e ricordando l’etica della chiarezza che guidava Levi (anche troppo, nel tradurre Kafka). Per Samoyault, l’opera di Levi illumina i legami tra testimonianza e traduzione: entrambe “si scrivono in un secondo momento e spesso in un altro luogo”, presentano il rischio di trasformare o di “appiattire” i fatti o il testo originale, e infine nascono da un’“esigenza di sopravvivenza”, dal desiderio di prolungare, di far sopravvivere un evento o un testo.

Differenza
Il capitolo seguente, Rendere giustizia attraverso la traduzione, si apre su una domanda: “Come può la traduzione riparare alla violenza?”. Perché la violenza operata attraverso la traduzione – ed è uno dei punti principali del saggio – non si limita al campo del testo e della lingua (Samoyault la chiama “violenza interna”). Esiste una violenza esterna, radicata nella storia, un “potere di appropriazione e di riduzione dell’alterità” che la traduzione ha espresso “nella storia degli incontri culturali, che sono anche storie di dominazione”, come hanno mostrato le autrici e gli autori che nutrono il suo ragionamento (Antoine Berman, Jacques Derrida, Édouard Glissant, Gayatri Spivak e altri ancora).

Samoyault analizza il ruolo della traduzione durante la colonizzazione e la decolonizzazione (in America del Sud, in Algeria e in Marocco), nei conflitti (tra Israele e Palestina, in Iraq, nella guerra al terrorismo dopo l’11 settembre) e in contesti come l’apartheid e il post apartheid. Oggi, scrive, le politiche “di ostilità verso i migranti, in particolare negli Stati Uniti di Trump ma anche in numerosi paesi europei, fanno un uso perverso dell’intraducibile. Invece di fornire ai richiedenti asilo degli interpreti che permettano loro di spiegare le loro storie e i loro bisogni, usano il pretesto di racconti impacciati o scorretti per rimpatriarli”.

È un tema ricorrente, che evidentemente le sta a cuore. Mi sono tornati in mente alcuni articoli su quanto accade in Francia, in Svizzera e negli Stati Uniti. Soprattutto, mi è tornata in mente la lettera scritta da un giovane afgano alle autorità belghe che gli avevano appena negato l’asilo:

La mia audizione si è svolta quando non avevo nemmeno diciott’anni, senza avvocato, in presenza di un interprete che parlava il dari, una delle lingue ufficiali dell’Afghanistan. Io parlo l’hazaragi, che è un dialetto abbastanza lontano dal dari, che non parlo molto bene. È un po’ come interrogare una persona che parla il vallone con un interprete che parla francese. Ci saranno sicuramente degli errori. In realtà io penso che a voi non interessi sentire la mia vera storia. Ma dovete sapere, e tutti i miei amici devono sapere, che non sono un bugiardo, che non ho assolutamente nulla da nascondere.

Avevo raccontato la sua storia nel 2017, quando ancora mancava il lieto fine. Oggi questo ragazzo, costretto a scappare dal Belgio per sfuggire a un rimpatrio, vive in Italia, dove ha ottenuto lo status di rifugiato.

“Se esistono ancora degli spazi dove la situazione dei migranti appare tragica e inaccettabile”, scrive Samoyault, “allora dobbiamo continuare a pensare insieme i due termini ‘traduzione’ e ‘morale’, far venire l’altro a sé, secondo il movimento concreto che è quello della traduzione, e non accettare passivamente o indifferentemente la sua presenza – indifferentemente, ovvero senza misurare la sua differenza”.