Direttamente dal concorso del festival di Cannes, arriva in sala Amarga navidad, il nuovo bellissimo film di Pedro Almodóvar. Un’opera con più strati che dà quasi una vertigine, estremamente profondo e doloroso, ma pieno di grazia. E non privo di un certo sommesso umorismo che, essendo l’autoritratto del regista nei momenti di crisi creativa e del suo narcisismo, riesce a raggiungere una dimensione molto umana e universale sulla solitudine contemporanea.

Durante la conferenza stampa di presentazione del film, Almodóvar ha polemizzato duramente con Donald Trump e Benjamin Netanyahu, definiti dei “mostri”. Sempre al festival francese un altro grande spagnolo della nuova generazione, Rodrigo Sorogoyen (As bestas il suo titolo più noto), ha presentato El ser querido (The beloved, il titolo internazionale) in cui è raccontato da un punto di vista intimo – il confronto-scontro tra un padre e una figlia – l’intento di un regista di girare un nuovo imponente film.

Un po’ come in Amarga navidad, dove Raúl (Leonardo Sbaraglia) scrittore e regista affermato, ma in crisi creativa, invece che sul set lo vediamo che freme, inquieto, nella scrittura al computer in casa, su un taccuino in un parco cittadino, nelle discussioni casalinghe o al telefono con la sua assistente Monica (Aitana Sánchez-Gijón) o con il compagno Santi (Quim Gutiérrez), di 15 anni più giovane, mentre cerca di scrivere una storia dolorosa e intima. Non una fiction, non un’autobiografia, ma un autofiction.

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Il film però non comincia così, ma si apre con una bella donna, Elsa (Bárbara Lennie), autrice di successo di spot pubblicitari quanto regista cinematografica fallita che cerca di scrivere una sceneggiatura per un film – una storia dolorosa e intima – in una magnifica villa con un terrazzo che affaccia sul cielo e sul mare. Come capiremo poi, siamo a Lanzarote, nelle isole Canarie. Durante il ponte dicembrino per la Festa della Costituzione del 2004, Elsa ha portato con sé l’amica Patricia (Victoria Luengo) e il suo bambino, lasciando crudelmente il fidanzato Bonifacio (Patrick Criado) a Madrid. Lei si ricorda poi, di fronte alle difficoltà delle cose belle, di come ha conosciuto Bonifacio. Ragazzo bello, accattivante e molto sexy, Bonifacio faceva lo strip-teaser – in un locale dove andavano donne e gay – con il nome d’arte di Beau. Se beau in francese significa bello, Bonifacio è sinonimo di persona che opera bene: in altre parole il bello e il bene (o il buono) si equivalgono.

In realtà, Elsa è una sorta di alter ego di Raúl e gradualmente veniamo immersi in una storia nella storia. In francese si dice mise en abyme, e qui il senso è quasi letterale, poiché si precipita negli abissi della duplicazione infinita di situazioni e immagini tipo, delle narrazioni e delle vite possibili. Quasi parallele, per riprendere il titolo di uno degli ultimi film del cineasta spagnolo.

Se non oscilla dall’intimo al politico come nel caso di Madres paralelas (2021, sulla memoria dei tanti massacri franchisti spesso ancora oggi invisibili) e di La stanza accanto (2024, sull’inerzia rispetto alla catastrofe planetaria determinata dal riscaldamento globale), nondimeno quel titolo scritto a caratteri maiuscoli, Amarga navidad, da “Natale amaro” potrebbe facilmente suonare come un Armageddon: quello delle vite di tutti come delle narrazioni tutte. Poiché vite e narrazioni possibili precipitate negli abissi vengono qui riportate alla luce della superficie per mezzo di frammenti disseminati che si contraddicono e insieme si completano tra loro. E questi due movimenti, lo spettatore lo tenga ben presente, in questo caso sono indissolubili.

Si tratti del momento in cui Elsa riceve la notizia della morte della madre sul set dello spot che sta girando con Bonifacio; o di quando l’altra sua amica Natalia (Milena Smit) vivrà un momento drammatico con il figlio; e di quando Monica, l’assistente di Raúl, con una reazione feroce, accusa il regista di essersi ispirato alle sue tragedie personali, visto che la compagna di Monica – che resta sempre fuori campo – ha tentato il suicidio.

Pepite nel caos

In questo caos di frammenti ci sono le cose migliori del film. Per esempio, di fronte a una delle due canzoni dolci, malinconiche e tristi disseminate nel film, dopo la lunga inquadratura sui volti delle due donne di una tristezza immensa, il breve controcampo sul volto sconvolto del bimbo è una tagliola che cade sulla psiche dello spettatore: i bambini vivono nel loro mondo ma al tempo stesso la loro ipersensibilità gli fa captare e vivere stati d’animo o situazioni traumatiche come non può capitare agli adulti. Sorta di proseguimento di Dolor y gloria (2019), per ammissione dello stesso regista, qui il dolore indagato è quello psichico e non quello fisico.

Come per certe opere letterarie, Amarga navidad guadagnerà molto dall’essere visto e rivisto. L’intero film ha degli accostamenti costruiti in maniera magistrale, grazie al montaggio e al lavoro sulle inquadrature, negli scivolamenti tra momenti di finzione e realtà, ibridazione di cui peraltro si parla in maniera incessante e che è il tema nel tema della storia nella storia (“Chi credi di essere per salvare la gente? La finzione non ha questo potere”, ringhia Monica a Raúl).

Insomma Almodóvar sta ibridando il postmoderno, frammenti di realtà e frammenti narrativi, l’ilarità e l’ironia leggera, o ancora la dimensione fredda, algida e ipercolorata come in La stanza accanto – di cui questo film è un proseguimento sul tema del lutto – con la complessità, l’introspezione, l’angoscia che sono invece elementi tipici del moderno e che il cinema ha in Bergman o Antonioni gli autori paradigmatici (“l’angoscia cresce, riesco a scrivere solo dell’immediato”, dice Elsa).

La sequenza della passeggiata nella distesa desertica di sabbia nera di Lanzarote, per esempio, è magistralmente filmata e trasmette un senso di desolazione e di abbandono, di angoscia mista a un desiderio di umanità, di ritrovarsi.

Tutti irrisolti

Per questo il regista, maestro nel raccontare rapporti irrisolti perché siamo tutti patologicamente irrisolti – e forse la stessa civiltà umana sta per concludere la sua avventura in maniera irrisolta (di nuovo La stanza accanto) – costruisce un magma di situazioni e personaggi irrisolti come la narrazione stessa. Beau è un personaggio splendido: maschio ma non macho, sexy e disinibito, è tuttavia delicato e timido. Uomo di tutti i giorni, fa il pompiere e lo spogliarellista per avere qualche soldo in più e perché lo trova divertente. Eppure viene abbandonato dalla narrazione. Improvvisamente.

Siamo tutti degli abbozzi, degli esseri (personaggi) non finiti, non compiuti? Oppure bisogna lasciare il posto al Beau reale, non idealizzato? Cioè Santi, il fidanzato discreto di Raul (il cui nome sembra dire con ironia che bisogna essere santi per restare accanto ai creatori)? In realtà in questo film molteplice l’una cosa non solo non esclude l’altra ma anzi ne ha bisogno, ci si vampirizza reciprocamente e tutto è transfer: il no gender qui è anche essere un uomo (gay) che si racconta e confessa per mezzo di una donna. Donne e uomini che sono tutti sono sull’orlo di una crisi di nervi. O della depressione.

E tuttavia c’è molta bellezza, discreta ma evidente, ad avvolgere il film: che si tratti delle sequenze sulla spiaggia, nelle case – compreso il finale nello studio di Raúl – è un susseguirsi di geometrie ordinate, ipercolorate ed eleganti messe sullo sfondo che fanno da contrappunto e antitesi al disordine, al caos totale del mondo – fiction o realtà quale la differenza ? – come se cercassero di dargli un po’ di ordine. Illusorio?

In realtà con questo film possiamo dire più che mai che l’intera cinematografia del maestro spagnolo ci dice che esistono solo l’amore e le relazioni a esso direttamente connesse. L’amore è l’unica cosa che conta. Si dirà che non è vero perché nel cinema di Almodóvar il cinema stesso, e la cinefilia come malattia benefica e mortifera assieme, contano almeno altrettanto. Ma anche qui si tratta di amore. Quello per il cinema e, in estensione, per l’arte: tutto è bello, anzi, beau. E quindi tutto è amore e mai come in questo film Almodóvar ne ha fatto una cosa sola, un’unica sostanza. Anzi, la sostanza.

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