30 ottobre 2021 08:56

Che bella sorpresa questo nuovo Almodóvar che riesce a riunire una quantità di tematiche con destrezza, mantenendo una notevole linearità e pulizia narrativa, senza farsi incartare dalla moltitudine di temi e sottotemi, quest’ultimi peraltro a volte centrali ma non esibiti. E dove l’intimo e il collettivo, l’esteriorità e l’interiorità, il quotidiano del presente e i grandi drammi della storia sono concentrati, uniti, con mano maestra come fossero una cosa soltanto. Aggiungiamo che il film è una lezione di storia di una lucidità e un coraggio lungimiranti in questi tempi conformisti.

Film d’apertura dell’ultima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Madres paralelas ha vinto la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, andata a Penélope Cruz che interpreta il ruolo principale. Premio pienamente meritato, perché questa è tra le interpretazioni più belle della sua carriera, comprese le numerose collaborazioni con l’autore di Donne sull’orlo di una crisi di nervi (1988).


Il regista spagnolo delinea un nuovo ritratto di donne sull’orlo di un’ennesima crisi di nervi, ma con un registro narrativo e recitativo ben diverso dal grande successo che lo ha consacrato a livello internazionale. Lo spettatore si potrà infatti chiedere perché Almodóvar scelga una modalità (relativamente) pacata, visto che il tema messo in evidenza è ad alto tasso emotivo: la maternità non desiderata e per giunta doppia.

Se è vero che a un certo momento la filmografia di Almodóvar ha fatto un salto dall’esteriorità della vita all’interiorità, dalla gioia alla malinconia, dall’azione all’interrogazione, grosso modo da Tacchi a spillo (1991), è anche vero che questo non ha impedito al regista di realizzare successivamente film pieni di passione e dramma, travolgenti, talvolta anche dei capolavori come Tutto su mia madre (1999), dove, tra le tante donne, figurava Penélope Cruz. La recitazione è invece qui nell’insieme sommessa, quasi pudica, e regia, montaggio, fotografia hanno la medesima respirazione. Anzi, più si avanza nella narrazione e più il tutto diventa ovattato, la penombra cresce nelle sequenze girate negli interni. E si pensa come tono a Parla con lei (2002), titolo successivo a Tutto su mia madre. Allora perché questa scelta?

Perché in questo film intergenerazionale (soprattutto) di donne si affrontano temi così gravi della memoria collettiva e al contempo dolori così grandi dell’intimo che esplicitarli, forse anche soltanto il pensiero di farlo, reca a sua volta dolore, lo accresce. Ma anche perché si parla di quel che (ci) conviene o meno in determinate situazioni della vita, dell’interrogativo morale che si pone nel fare o meno determinate scelte. E se il film è intergenerazionale è anche perché le situazioni, i ruoli, sono in buona parte interscambiabili. Fin dalla culla, e non lo scriviamo per caso. La vigliaccheria o il semplice errore sono in agguato per tutti, senza eccezioni, in questo film a lungo in apnea.

Se la tarda maternità, ma nel fondo desiderata, di Penélope Cruz, e quella precoce e non voluta della venticinquenne Milena Smit (mutevole ma che costruisce gradualmente la sua dignità di donna violata) sono in realtà parallele e sincroniche, è anche vero che sono l’una il rovescio dell’altra. E si saldano a una tematica fondamentale che apre e chiude il film: gli ancora troppi desaparecidos della guerra civile spagnola dove sono? In quali fosse sono stati gettati dai falangisti? Come recuperare i loro resti? L’importanza della questione storica è anche suggerita – ancora una volta Almodóvar evita l’eccesso di sottolineature – dal fatto che il film è ambientato nel 2018 come attestano i test medici inquadrati innumerevoli volte: cioè a quarant’anni esatti dall’approvazione per via referendaria della costituzione democratica.

Un film che parla a tutti
Il personaggio di Penélope Cruz è pervaso fin dall’inizio da questo travaglio su una verità storica che vorrebbe accettata consapevolmente da tutti, travaglio quasi sincronico anche se sommesso rispetto al doloroso travaglio del parto, urlato, che irrompe già nelle prime sequenze del film. L’unico momento violento di Madres paralelas, o meglio l’unico momento esplicitamente violento, è quando irrompe la vita. Nel presente. Ma quando si parla invece di morte e violenze, singole o collettive, o di vigliaccherie e mancanze del passato, o ancora del silenzio di comodo o della latente volontà di non informarsi, dell’assenza di un maggior senso del dovere nello studiare gli eventi storici e prendere coscienza del dolore altrui procacciato in maniera barbara, allora tutto prende un senso più vasto e alto. Senza urlo, senza declamazione. Ma con una netta presa di coscienza intergenerazionale perché le colpe sono in buona parte distribuite. Ma non quelle politiche del fascismo e di classe, dove Almodóvar è invece netto nel tracciare il confine delle responsabilità. E infatti chi ne ha, sia familiari sia politiche, nel film sta fuori campo, magari a Granada, come il padre della giovane madre.

Parlando della Spagna di ieri e di oggi dal foro dell’intimo il cineasta realizza anche un importante film transnazionale poiché parlando mirabilmente a tutti gli spagnoli parla a tutti: è un invito ai francesi affinché risolvano le questioni legate al collaborazionismo con la Germania nazista, ma anche quelle del colonialismo, sia esterno sia interno; ai portoghesi affinché affrontino quello che resta nel loro paese del regime di Salazar; e così via fino ovviamente e, anzi, più che mai, a noi italiani. Mentre si discute se sciogliere formazioni di estrema destra, non si può dimenticare che da quando si è dissolto il vecchio sistema politico nato nel secondo dopoguerra e Silvio Berlusconi è sceso in politica sdoganando gli ex fascisti, o presunti tali, si è creata nel paese un’ossessione per la dittatura che non c’è mai stata (il comunismo) e un’indulgenza relativistica verso la dittatura che c’è stata davvero (il fascismo), si è generato un caos di valori spaventoso. Il film di Almodóvar trancia nettamente su questo, è l’unico interscambio non concesso. E pur nella differenza dei contesti storici, le affinità non mancano.

In altre parole, il film ci interroga, discretamente ma con nettezza, affinché si affronti e si risolva il rimosso. Perché i grandi dolori sono sommessi o trattenuti solo in apparenza.

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È straordinaria la capacità di Almodóvar di generare dalla precisa fotografia del caos amoroso e relazionale del mondo contemporaneo un’altrettanto precisa fotografia globale del caos di valori democratici e umanistici sui quali sono sorte le democrazie del secondo dopoguerra. Praticamente ogni situazione del film la si può leggere come una metafora dei temi e dei sottotemi che lo pervadono e che abbiamo cercato di mettere in luce con il minor numero possibile di riferimenti alla trama. Ma anche quando è esplicito crea degli echi. Lo spettro è ampio.

Per quanto il doppiaggio sia buono, invitiamo a vedere e sentire come Almodóvar ha diretto le sue attrici e i suoi attori con tutte le loro sfumature nella versione in lingua originale. Madres paralelas lo merita anche perché è una risposta all’imborghesimento di certo cinema d’autore che tende a parlare sempre più dell’intimo tralasciando il collettivo in un momento storico ormai grave. Il film di Pedro Almodóvar, come lo straordinario France di Bruno Dumont (che da questa settimana dovrebbe aumentare il numero di sale sul territorio che lo propongono in versione originale), riesce nell’incredibile exploit di parlare magnificamente della dimensione intima ma usandolo anche per una riflessione profonda e allarmata sulla società contemporanea. In entrambi i casi con grande umanità perché alla ricerca dell’umanità.