21 ottobre 2021 14:46

Una musica elettronica quasi da organo, una musica alta, che annuncia qualcosa di elevato e al contempo d’incombente. Qualcosa di grave che sta per accadere, forse un’apocalisse, piccola o grande. Al di là della sua forza espressiva che viene a sostenere la drammaturgia, questa musica è appunto l’annuncio, astratto, lirico, dell’approssimarsi della gravità delle cose che affiora malgrado tutto in un mondo (reso) fuoco fatuo, mentre come un carosello scorrono sui media le più grandi tragedie e il genere umano corre il rischio della tragedia collettiva, quella dell’apocalisse climatica.

Vediamo una donna, giovane, bella e bionda, parlare al telefono un po’ frettolosamente con il figlio piccolo, rassicurandolo sul fatto che il papà rientrerà presto a casa. Capiamo che è una giornalista, accompagnata dalla sua produttrice, una volta varcata la soglia della presidenza della Repubblica, dove sta per svolgersi una conferenza stampa di Emmanuel Macron.

È l’inizio di France, il nuovo film di Bruno Dumont presentato in Concorso all’ultimo Cannes, ora in sala. Dumont è tra gli autori più interessanti del cinema contemporaneo, dal talento multiforme e capace di passare da registri narrativi e visivi molto diversi da un film all’altro, sempre, o quasi, con grande originalità e profondità. Fu rivelato anni fa con L’età inquieta (1997) e L’umanità (1999), poi scomparve inspiegabilmente dai radar della distribuzione italiana.


Nella parte della donna, cioè nel ruolo principale, troviamo Léa Seydoux, ed è probabilmente l’interpretazione più bella nella nutrita filmografia dell’attrice trentacinquenne, già conosciuta dal pubblico italiano per alcuni film, in particolare La vita di Adele, di Abdellatif Kechiche (Palma d’oro a Cannes nel 2013), dove, come qui, aveva la parte principale. Ma lo spettatore italiano la ricorderà anche per i lavori con Quentin Tarantino (Bastardi senza gloria, 2009) e Woody Allen (Midnight in Paris, 2011). Quest’anno a Cannes era presente con quattro titoli, tra cui French dispatch di Wes Anderson e France. E ora che nelle nostre sale arriva quasi in contemporanea con il nuovo James Bond e il film di Dumont, sta per calarsi sul set di Crimes of the future, il prossimo lungometraggio di David Cronenberg.

France è un film certamente satirico, un film altrettanto certamente intimistico, un ritratto sfaccettato di donna moderna, e un’interrogazione sull’immagine e la società di oggi, un’interrogazione unica scissa in due tronconi. Muovendosi in modo mirabile su equilibri sottili da mantenere, vista l’eterogeneità dei registri, e accumulando anche le sfumature, malgrado certe sottolineature quasi grossolane ma tipiche della satira.

France è lei, una giornalista che porta il nome del suo paese, come nemmeno era riuscito al generale De Gaulle, il fondatore della Quinta repubblica che si era limitato ad avere per cognome il nome antico della Francia. “Sei la più grande giornalista di Francia, France!”, le dice in auto la sua esaltata produttrice tornando dalla conferenza stampa con Macron, straordinaria sequenza dove la mimica tra le due donne mentre parla il presidente, quasi da adolescenti in classe mentre parla il professore, oscilla tra parodia del discorso politico e autoparodia della serietà giornalistica, e i limiti tra i due restano indefinibili.

In maniera inversa alla grossolanità di questo mondo-bolla che galleggia su se stesso, tutto è restituito con finezza

France è in continua overdose di sé, del culto della personalità alimentato dalla sua produttrice, quasi la sua ombra, che la esalta qualsiasi cosa faccia, ma che nel suo essere grottesco non è priva di una sorta di cinica intelligenza istintiva nel cogliere al volo la maniera di rovesciare a favore di France una situazione difficile. Ma France è tutt’altro che priva di reale umanità e anche di mistero. Anzi, presto scorgiamo un velo di malinconia sul suo bel volto patinato di conduttrice e reporter televisiva. Quel velo, piano piano squarcerà la “tela” dello schermo digitale, patinato e levigato della tv. E la malinconia diverrà prorompente.

Ma prima viene srotolato il catalogo di tutti i possibili temi di reportage: il conflitto nell’ex Jugoslavia, i soldati francesi che aiutano i tuareg contro il gruppo Stato islamico nel Sahel, una donna di ceto modesto, compagna per anni di un pedofilo assassino. Lungo il film si passa dai patinati studi tv alle sequenze dietro le quinte, in famiglia, e ai reportage senza soluzione di continuità, come altrettante bolle artificiose prima che artificiali. Un mondo digitale e levigato, un mondo parallelo fatto di reportage costruiti più o meno a tavolino, di social che li rilanciano, di frenetici like e commenti non riflettuti, che s’infrange nello sguardo di France, lei che è “le regard sur le monde”. Un incidente d’auto, in cui coinvolge un ragazzo magrebino su uno scooter, è il detonatore di qualcosa che covava.

Da quel momento si sente in colpa, risente il dolore, entra in empatia con la famiglia del ragazzo, gente molto semplice e in adorazione verso di lei. E li aiuta finanziariamente, malgrado il loro refrattario pudore. Poi, in depressione, si ritira dalla televisione e s’innamora di un ragazzo adorabile in un grande albergo tra le montagne innevate e sembra ritrovarsi. In coerenza con la filmografia del regista, il film tratta proprio del ritrovare l’umanità. Questo passa anche per il dolore, perché la realtà è fatta di questo, di lutti su lutti, letterali e figurati, di mancanze verso gli altri, di amori traditi. Di morte. France si chiama di cognome De Meurs, cioè muori (“meurs”), ma sul piano sonoro richiama invece sia qualcosa che dimora (“demeure”), che resta sempiterno (la Francia stessa), sia les moeurs, i costumi sociali, la morale.

La gravità di cui parlavamo all’inizio si farà via via sempre più dirompente. In maniera inversa alla grossolanità di questo mondo-bolla che galleggia su se stesso, tutto è restituito con finezza. Il primo grande sommovimento di France (ce ne saranno diversi), l’incidente d’auto dove il ragazzo magrebino si rompe la gamba, avviene mentre lei avanza lentamente nel traffico. Un movimento minimale, insignificante, della realtà concreta cambia tutto, muta il grande movimento. Così come quando è in famiglia, non c’è contatto fisico con il marito, uno sfioramento delle dita è il massimo della fisicità. Li vediamo sempre nel salotto o in cucina, mai in camera letto, mai nella verità dell’intimo.

pubblicità

Se all’inizio tutto è scenografia, un’immagine patinata e una falsificazione della realtà che si pretende di raccontare, poi affiora, emerge, seppur con andamento ondivago, il mondo reale, la sua concretezza massiccia. Fondamentale in questo senso, in più momenti ma declinata in vari modi, sarà la montagna. Come la montagna innevata davanti all’hotel e che sovrasta tutto: non si sa più se è uno schermo gigante o reale, non si sa più se è una bellissima montagna patinata da pubblicità o semplicemente un’imponente montagna.

Il film beneficerebbe non solo di un grande schermo, ma anche di uno schermo Imax, come quello a Cannes. Si sta dentro la montagna da cartolina, talmente in rilievo che pare di toccarla. E, metafora visiva perfetta di un’informazione che si fa indistinguibile dalla fiction, per giunta la più ruffiana e pacchiana, non si distingue la parte ricostruita della conferenza stampa dalle immagini reali con Macron. Ma beneficerebbe come l’ossigeno anche della lingua originale, del francese, una lingua elegante anche quando è volgare, vellutata, perfetta in un film a sua volta vellutato, sospeso, che galleggia in una sorta di atemporalità pur essendo perfettamente immerso nel nostro tempo senza futuro. Un discorso quello sulla lingua originale, di cui beneficerebbero i film più belli usciti finora, come il giapponese Drive my car, dove la recitazione è pudica, sussurrata, sinuosa.

Come la recitazione in France, perfetta e variegata da parte di tutti. Il più bel ritratto al femminile di questi ultimi anni visto al cinema. E il più bel ritratto recente della Francia, delle sue ambivalenze, di quello che la pervade. Segretamente.