Quella di quest’anno è stata una grandissima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Per la qualità della selezione, in particolare per quanto riguarda la sezione Concorso, che ha superato le edizioni più recenti, anche le migliori, come quella del 2019 in cui vinse Joker di Todd Phillips. Il palmarès, nel complesso ottimo, lo rispecchia. Superando per qualità di selezione anche Cannes, in declino nelle ultime due edizioni, ma soprattutto nell’ultima, questa Venezia ha un potenziale strategico.

Il livello dei singoli titoli è così alto che per questa volta ho voluto inserire il voto tra parentesi, perché anche con i voti i film si toccano, si sfiorano. Il Leone d’oro alla cineasta danese May el-Toukhy con Woman unknown (voto 9), coraggiosa e insieme sottile immersione nel collaborazionismo danese durante la seconda guerra mondiale attraverso le mille sfaccettature di una donna, è ben meritato. E questo perché il Gran premio della giuria, cioè il secondo riconoscimento per importanza, situa Possible love del sudcoreano Lee Chang-dong (voto 10), capolavoro di analisi sociale fatta partendo dal prisma familiare, a poca distanza dal film di el-Toukhy. E dal colossale Dau del dissidente russo, che nel 2024 ha rinunciato alla cittadinanza del suo paese, Ilja Chržanovskij (voto 10), vincitore del premio per la miglior regia, così come da Succederà questa notte di Nanni Moretti (voto 10), escluso dal palmarès.

E certamente poche altre delle bravissime attrici dei film in Concorso potevano competere con la protagonista di Woman unknown, interpretata da Mathilde Arcel (voto 10), proprio per quello che riusciva ad esprimere anche in silenzio, con il volto. E infatti a lei è andata la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile. La sua è forse la miglior interpretazione in assoluto del Concorso, compresa quella dello straordinario John Malkovich, vincitore della Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile (voto 9) in Wild horse nine di Martin McDonagh (voto 9), dove interpreta, tra lo psicopatico e l’umano, un agente della Cia raggiunto da un cancro allo stato terminale.

Un film impossibile

Lungo più di tre ore, Dau si rivela impossibile da definire, e già questo aumenta il suo fascino. Prima di tutto sperimentale ed ipnotico sul piano visivo (con tre direttori della fotografia coinvolti), è anche un grande ritratto dell’Unione Sovietica, che aveva un’estensione territoriale molto più grande rispetto a oggi e che comprendeva anche l’Ucraina, una delle questioni trattate dal film (a cui hanno lavorato anche tre scenografi).

Seguendo la vita di un fisico dall’era staliniana fino al lungo periodo post-staliniano, nonché inizio della decadenza del regime, Chržanovskij crea una finzione che, pur ispirandosi ai fisici che lavorarono alla costruzione della bomba atomica sovietica, e in particolare al Nobel per la fisica Lev Landau, è per prima cosa il ritratto, dalla grande finezza psicologica, di un uomo in eterno conflitto con il regime e le convenzioni (comprese quelle borghesi e benpensanti dalle quali il regime avrebbe dovuto essere alieno).

La libertà sessuale e affettiva alla quale aspirano tutti, ma in primo luogo il protagonista, è esibita dallo scienziato, indomito, come un manifesto, mentre il regime nel suo puritanesimo ipocrita e costrittivo risulta assolutamente mostruoso. Poiché in Dau tutti vivono nel più assoluto terrore (si veda il personaggio chiave della donna di servizio, spia e delatrice suo malgrado) e la violenza psicologica continua è indissolubile da quella fisica.

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Straordinario l’attore che interpreta il ruolo del fisico, che non è un attore professionista: il direttore d’orchestra greco-russo Teodor Currentzis comunica però perfettamente lo spirito che anima il personaggio, uno scienziato di origini greche (l’accento è ben ravvisabile), al quale trasmette questa sua effervescenza di genio come fosse una cosa sola con quella del vivere. Il regista ha esplicitamente ammesso che cercava una persona che fosse così nella vita reale, e quindi Currentzis trasfigura la vita di Lev Landau in una dimensione quasi autobiografica.

Ma sono anche le condizioni di realizzazione a essere eccezionali: è nel 2008 che Chržanovskij comincia a dedicarsi al progetto del film, facendo costruire a Charkiv, in Ucraina, il cosiddetto istituto, un gigantesco set-laboratorio che con i suoi dodicimila metri quadrati è il più grande set mai realizzato in Europa, facendone così un “esperimento sociale e cinematografico senza precedenti”, come informa la Mostra.

Sorta di installazione immersiva totale (o totalizzante?) ha portato alla costituzione di un archivio visivo grazie al quale sono stati realizzati altri due film, Dau. Natasha e Dau. Degeneratsia, entrambi presentati nel 2020 al festival di Berlino. Pertanto la realizzazione del Dau presentato a Venezia copre circa vent’anni tra riprese e rimontaggi del materiale già realizzato.

Con migliaia di comparse, è immerso perennemente nella dimensione liquida (a cominciare dal fango quasi perenne fino ai liquidi organici). Le vedute dall’alto degli incroci sono impressionanti, sia per la quantità di persone presenti sia perché il film si muta a metà tra quadro-affresco e fotografia-documentario, genere ibrido al quale il film punta esplicitamente. Con l’intento di metaforizzare la stessa meccanica quantistica in questa oscillazione continua, nel saltare repentinamente da uno stato all’altro della materia filmica, costruendo sul tessuto della realtà storica del passato (qui memoria storica) una realtà in cui tempo e spazio non sono mai lineari.

Ma è soprattutto la visione delle architetture a impressionare, in particolare di quella costruttivista sovietica, che qui assurge quasi a personaggio e sembra voler inghiottire e dominare tutti gli altri personaggi dandogli, con le sue geometrie assolute, una vita che si vuole rigidamente preordinata. Mai visto prima qualcosa del genere.

Segreti torbidi

E veniamo al film forse più discusso della Mostra, comunicato ufficialmente dopo che era stata annunciata la selezione ufficiale, Naza degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor (voto 9), vincitore del Premio speciale della giuria.

È stato prodotto dal quotidiano britannico The Guardian e da James Wilson (JW Films). Il regista inglese di origini ebraiche Jonathan Glazer ha fatto parte del progetto come produttore esecutivo. Abraham e Szor sono due dei quattro registi del documentario No other land vincitore dell’Oscar nel 2025.

“Girato di notte sui tetti di Tel Aviv, il film rivela in dettaglio i sistemi alla base della calcolata uccisione di massa di civili palestinesi da parte di Israele a Gaza”, come recita la sinossi, si basa sulle interviste realizzate a 24 agenti dei servizi di sicurezza israeliani che hanno il compito di uccidere i capi e i dirigenti di Hamas dopo gli attentati del 7 ottobre 2023.

Brevissimo rispetto a Dau, dura infatti ottanta minuti, ha però una densità impressionante. E, malgrado il succedersi di interviste, grazie a un notevolissimo lavoro di montaggio, Naza lascia a bocca aperta nel suo delineare una realtà agghiacciante.

È solo di notte sui tetti di Tel Aviv, nel buio, circondati dai grattacieli, che si possono rivelare i segreti più torbidi e terribili della guerra del governo israeliano ad Hamas. I volti non si vedono, tranne quello di Yuval Abraham che intervista. Raggiungendo paradossalmente una dimensione onirica, in questo parlare notturno, quasi favolistico perché bisbigliato, emerge un regime agghiacciante di sicurezza nazionale, talmente spinto fino all’estremo nella sua disumanizzazione da risultare altrettanto folle, e disumano fino all’assurdo, di quello rappresentato in Dau. Ma l’Unione Sovietica era una dittatura, Israele sarebbe una democrazia.

Naza è un acronimo militare che in ebraico sta per danni collaterali. Ma tali non sono e il film rivela la volontà precisa di colpire nelle loro case anche i familiari dei militanti di Hamas, donne, anziani o bambini, neonati compresi. Bisogna ascoltare e (ri)vedere bene questo film per capire bene, per cogliere tutta l’enormità della questione. Se come gesto artistico visionario un’opera come Dau è ben superiore, Naza recupera ampiamente terreno come gesto puramente politico, che lavora sulla sottrazione: e proprio per questo ci auguriamo una distribuzione italiana al più presto (la I Wonder Pictures ne ha comprato i diritti).

Un bon petit soldat (voto 8) di Stéphane Brizé, premiato per la migliore sceneggiatura, comincia in maniera un po’ didascalico-didattica, come 15/18 (A place to heal) di Cédric Khan. L’interprete di quest’ultimo, Malou Khebizi, ha vinto il premio Marcello Mastroianni, assegnato a un attore o attrice emergente. Per il resto 15/18 (A place to heal) vale un 5, ma davvero nulla da dire sugli interpreti, tutti magnifici e veri.

Il didascalismo purtroppo assurge ormai a noioso format di certo cinema d’autore, che però, per definizione, dovrebbe essere libero e sempre alla ricerca di forme nuove di racconto. Ma il film di Brizé, contrariamente a quello di Khan (li distribuirà entrambi la I Wonder Pictures) se ne libera velocemente e assurge come sempre a potente affresco dei mali sociali dell’era contemporanea, unendo grande energia a grande finezza psicologica nella definizione dei caratteri.

Nel suo andirivieni continuo tra la sfera intima e quella aziendale (una compagnia assicurativa che vuole trasmettere fin dai suoi spot pubblicitari lo spirito umanistico che la animerebbe, dai suoi clienti fino ai suoi dipendenti) si creano dei cortocircuiti tali che mandano in tilt la dirigente. Quest’ultima cerca di trovare un equilibrio impossibile tra le necessità di efficientismo dell’azienda, ben poco umanista visto che lascia grandi cicatrici sulla pelle del personale, e quelle delle persone, tentando di preservarle dalla brutalità liberista. Altri danni collaterali, ma in realtà pienamente voluti, della guerra del cosiddetto mercato libero alle persone più umili.

La dirigente ci rimetterà anche nel rapporto con il figlio piccolo, che finisce per essere la valvola di sfogo del suo stress. Nell’incarnarla anima e corpo, fin nelle sue mille sfaccettature e contraddizioni, ad Alba Rohrwacher riesce una delle migliori interpretazioni della sua carriera.

Sugli altri film del Concorso presentati negli ultimi giorni, perlopiù molto buoni, vale la pena soffermarsi su Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis (voto 8), che ha chiuso il Concorso e che la Fandango porta in sala dal 17 settembre.

È una grande interrogazione morale sulla pelle ancora viva della memoria storica, alla quale corrisponde una molteplicità formale, sempre pertinente e sempre originale, che non toglie niente all’intensità di questo nuovo viaggio nella questione ancora oggi bruciante dei desaparecidos argentini.

Bechis lo fa attraverso un’ottica originale, drammatica e sconvolgente: quella di una persona torturata che è stata manipolata e ricattata per spingerla a diventare lei stessa complice e torturatrice. Un processo ai torturatori del regime sarà l’occasione per liberarsi, dentro e fuori.

Sembra in verità la metafora di un intero paese, quella messa in scena dall’autore dell’indimenticabile Alambrado, che qui torna dalle parti di Garage Olimpo (una delle prigioni-lager del regime del generale Videla). È chiaramente una questione che lo tormenta perché è stato lui stesso rinchiuso in quelle celle durante gli anni della dittatura di Videla. Ma è un film che parla a tutti, e molto attuale, vista la militarizzazione delle polizie nell’Italia di Meloni così come nella Francia di Macron, per non parlare dell’Ice negli Stati Uniti di Trump.

Questa Venezia è stata importantissima per l’alto livello delle opere e per il loro essere quasi tutte estremamente politiche. Non solo: la loro lettura politica assurge a una dimensione universale e globale partendo dall’intimo, un aspetto importante sul quale riflettere.

La Mostra di Venezia, con visitatori che aumentano a dismisura di anno in anno, ha ormai tutte le capacità e le possibilità per competere con Cannes, facendo a meno delle grandi produzioni hollywoodiane, o limitandole, lasciando spazio a quelle indipendenti in lingua inglese (anche se il film di McDonagh sarà distribuito in sala dalla Walt Disney attraverso la Searchlight Pictures) e accogliendo molti film asiatici in Concorso, una caratteristica del festival di Cannes.

A questo proposito, e per concludere, bisogna ribadire che sarebbe di estrema importanza, artistica e commerciale, che Netflix, produttore di Possible love di Lee Chang-dong, portasse il film in sala.

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