Le strade di Prato descritte da Nina Burleigh nello scorso numero (“L’Italia salvata dai cinesi”, pagina 34) ricordano quelle dell’Esquilino, il quartiere di Roma dove i cinesi gestiscono molti esercizi commerciali. Da qualche anno nei bar e nei negozi della zona, dove un tempo si vedevano solo ideogrammi, sono comparse le scritte in italiano. “Giulia Jia Jia” è chiuso per lavori: “Riapri il 2 dicembre”. In vetrina c’è una camicia da uomo con un cartellino scritto a mano: “Manigalunga”.
Forse Giulia non distingue le due parole, e pensa che “manigalunga” sia il nome di quel capo d’abbigliamento. L’estetista del negozio più avanti, invece, ha scritto “mani cure” staccato, forse perché conosce il significato delle due parole. Il bar ristorante di piazza Vittorio offre cucina cinese e italiana ed espone un menù impeccabile: dal “caffellatte” alle “linguine con le vongole”, neanche un errore di ortografia. Sembrerebbe un ristorante italiano, se non si chiamasse La sorgente. All’angolo c’è un grande rivenditore di vestiti: “Tada’ Datta’, outlet stock house grandi taglie”. Tada’ Datta’ sarà indiano? Giapponese? No, è una signora romana energica e sbrigativa. Se vuoi comprare qualcosa nel suo negozio t’hai da adatta’, ti devi adattare.
Internazionale, numero 926, 2 dicembre 2011
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