17 marzo 2020 11:38

In questi giorni in Italia stiamo trovando nell’isolamento una nuova forma di unità. Se non state facendo la fila in farmacia o al supermercato o non state portando fuori il cane per una passeggiata, allora probabilmente sarete inchiodati a casa, sempre che siate abbastanza fortunati da averne una e ancora più fortunati da potervi permettere di lavorare senza uscire.

È difficile non alzarsi presto ogni giorno, anche senza sveglia. Con i motori delle macchine messi a tacere, si comincia a sentire il vero suono della città, a tratti davvero sorprendente. Canzoni, scoppi di risate e qualche battibecco riecheggiano dalle case di vicini le cui esistenze non avevate neanche notato prima d’ora. Rinchiusi nello stesso posto ventiquattr’ore su ventiquattro e sette giorni su sette, coinquilini e compagni di vita sono costretti a parlarsi sul serio. Purtroppo potremmo scoprirci un po’ arrugginiti nell’arte poco praticata della conversazione.

Stupidità in rete
Un altro effetto collaterale del restare a casa tutto il giorno è che siamo indotti a consumare forti dosi di social network e siti d’informazione, cosa che ci porta dritti nella tana del Bianconiglio. Si comincia cercando la ricetta per i cupcake e si finisce per leggere di culti apocalittici. E se il vostro intento è capire come i paesi del Nordafrica e del Medio Oriente stanno gestendo l’epidemia, le cose diventano ancora più folli.

Giornalisti, conduttori di programmi tv di prima serata, youtuber, personaggi pubblici e del mondo religioso si sono autoproclamati esperti di coronavirus. In pratica chiunque abbia una telecamera e una connessione a internet ha deciso di condividere ricette per curare e prevenire il virus, che prevedono l’uso di spezie, limone e miele, sangue di uromastice e pipì di cammello.

In un video un prete libanese propone una ricetta per la cura della malattia: ne basta una goccia per paziente. Il prete racconta che una ragazza ha sognato san Charbel Makhlouf (un monaco maronita libanese canonizzato dalla chiesa cattolica) che le diceva di prendere una zolla del terreno dove sorge la sua tomba al monastero di San Marone e di aggiungervi dell’acqua. Poi bisogna far bollire il miscuglio ed ecco ottenuta la cura istantanea.

La stupidità comunque non fa distinzione tra religioni e nazionalità: per esempio, in Iraq alcuni religiosi sciiti hanno invitato i fedeli alle preghiere di gruppo e a leccare i reliquiari come gesto di sfida al nuovo coronavirus. Il governo iracheno non ha fatto di meglio. Poco prima della conferenza stampa nazionale dell’unità di crisi per la lotta all’epidemia i microfoni erano rimasti accesi e milioni di spettatori hanno potuto sentire i componenti del gruppo che parlottavano intorno al podio. Stavano scrivendo la dichiarazione lì su due piedi, decidendo sul momento gli articoli del decreto e le misure da attuare. Inutile dire che se non erano pronti per la conferenza stampa, le speranze che lo siano per contrastare la malattia non sono molte.

A febbraio in Egitto la ministra della salute aveva annunciato che sarebbe stata trovata una cura in tre settimane

Il ministro della salute libanese ha protestato contro la decisione di sospendere i voli dall’Iran – dov’è stato registrato un alto numero di contagi – aggiungendo che la mossa aveva motivazioni politiche. Il suo corrispettivo giordano ha telefonato in diretta a una trasmissione in tv per annunciare che la shemagh (la tradizionale sciarpa a scacchi) può essere usata efficacemente come mascherina – notizia falsa e successivamente smentita – raccomandandone l’uso ai cittadini. A febbraio in Egitto la ministra della salute si era mostrata ancora più incompetente annunciando che sarebbe stata trovata una cura nel giro di tre settimane e dichiarando che ai pazienti sarebbero stati amministrati antibiotici, tutto questo mentre si faceva immortalare con la mascherina medica indossata nel modo sbagliato, con la bocca coperta e il naso no.

L’Egitto ha negato la presenza di contagi finché Canada, Francia e altri paesi hanno denunciato casi di passeggeri malati di ritorno dal paese nordafricano. Kuwait e Qatar hanno sospeso i voli dall’Egitto e hanno obbligato tutti i viaggiatori in arrivo da quel paese a presentare un certificato medico dopo aver fatto il test per verificare la presenza del nuovo coronavirus. Il governo egiziano ha così individuato alcuni centri dove sbrigare questa pratica, facendo pagare mille sterline egiziane (circa 60 euro) per il tampone. Il prezzo raddoppia per avere risultati in tempi rapidi. Davanti a questi centri si sono radunate folle di persone: in rete circolano video che mostrano le persone fare la fila accalcate, spalla a spalla, senza quasi spazio per respirare.

Sabah al Khazai, analista esclusivo dell’emittente Saudi 24 tv (è la descrizione fornita dal canale stesso), ha dichiarato con assoluta certezza che in base ad alcuni studi l’epidemia di Covid-19 sarebbe partita dall’Iran per poi diffondersi in Cina: è un virus iraniano, ha dichiarato, ed è in atto un complotto per diffonderlo.

Il ministro libico della salute non ha ancora riferito di contagi: molti libici mettono in relazione l’assenza di casi con la guerra in corso. L’isolamento di Tripoli causato dall’assedio è visto anche come una benedizione, non solo come un disastro. Se però le Nazioni Unite non sono riuscite a impedire l’afflusso di armi nel paese, figuriamoci se si può fermare un virus. Quasi tutti i paesi confinanti con la Libia hanno registrato casi di coronavirus, perciò la domanda non è se il virus colpirà il paese ma quando.

Preoccupazione in Libia
Per evidenziare quanto sia impreparata la Libia, prendiamo l’esempio di Tripoli, la città più attrezzata. Ho sentito i dottori del Centro medico di Tripoli e quello che mi hanno detto è preoccupante. Al momento non sono state prese misure per prepararsi alla crisi. In tutta la città i posti letto nei reparti di terapia intensiva sono tra i 30 e i 40, per non parlare del fatto che uno dei principali ospedali della città è chiuso ai cittadini e riservato alla cura dei feriti sul campo di battaglia. Negli ospedali e nelle cliniche private i prezzi sono altissimi: poche ore in terapia intensiva costano migliaia di dinari e la maggior parte della gente non riceve lo stipendio da mesi.

I medici non seguono protocolli particolari nella visita dei pazienti e devono comprarsi da soli mascherine e guanti, poiché gli ospedali hanno smesso da tempo di fornirle. Gli ambulatori e le sale di attesa sono sovraffollate e poco ventilate. Le altre città e i paesini più piccoli sono ancora meno preparati all’incombente pandemia. In alcune località del sud i bambini muoiono per la puntura di uno scorpione perché l’ospedale più vicino dista ore di macchina su strade dissestate in mezzo al deserto.

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Non ci sono molti seminari di formazione per i medici e gli infermieri libici, e quando ci sono è pericoloso frequentarli. Il 13 marzo alcuni combattenti delle forze alleate a Khalifa Haftar, l’uomo forte dell’est della Libia, hanno aperto il fuoco su un veicolo nella zona di Garabulli. A bordo viaggiavano medici provenienti da Misurata e diretti a un incontro sulle precauzioni da prendere per proteggere i detenuti delle carceri dal coronavirus. Due medici sono morti e uno è gravemente ferito.

Oggi troviamo una nuova forma di unità nell’isolamento: quest’epidemia non discrimina in base al colore della pelle, lo status sociale, la religione. Il fatto di doverci mantenere a distanza dagli altri per proteggere loro e noi stessi dal contagio potrebbe averci avvicinati un po’ di più. Forse restare in casa vi avrà annoiato a morte, tanto da spingervi a leggere questo articolo fino alla fine. Un consiglio: leggete un libro, guardate un film, ridipingete casa o giocate ai videogiochi, ma qualsiasi cosa decidiate di fare, per favore, non diventate un altro esperto del nuovo coronavirus.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)