Un anno fa, nel marzo 2017, me lo chiedevo su questa rubrica: “L’ondata populista ha raggiunto un picco in Europa?”. Era una domanda, e oggi abbiamo anche la risposta: no.

Porre una simile domanda non era assurdo in quel momento, dopo la sconfitta dell’estrema destra alle elezioni presidenziali austriache, e l’antimodello che stavano diventando la Brexit nel Regno Unito e soprattutto la presidenza di Donald Trump, inizialmente percepito come un amplificatore dei populismi europei. È un centro studi statunitense, la fondazione Carnegie, ad aver elaborato questo concetto di peak populism, analogo al peak oil, ovvero quel momento in cui, dopo aver toccato il suo vertice, il consumo di petrolio, o di populismo, calerà.

L’ipotesi di un “picco” di populismo sembrava anzi acquisire legittimità dopo le elezioni olandesi, segnate meno del previsto dal tribuno anti islam Geert Wilders, e soprattutto dopo la vittoria di Emmanuel Macron contro Marine Le Pen in Francia, in un faccia a faccia dominato in buona parte dalla questione europea.

Un’idea illusoria
Da allora è stato necessario ricredersi: elezione dopo elezione, le forze etichettate genericamente come “populiste”, e tuttavia molto diverse e non coerenti tra loro, non hanno smesso di rafforzarsi. In Austria, dove appartengono oramai alla coalizione di governo tra destra ed estrema destra. In Germania, dove il partito Alternative für Deutschland (AfD) ha registrato un’avanzata spettacolare nel Bundestag, costringendo i due grandi partiti a una nuova groko, una grande coalizione tra destra e sinistra che nessuno inizialmente voleva. O in Repubblica Ceca, dove il nuovo presidente Miloš Zeman si descrive come il “Trump ceco”.

L’Italia ha dimostrato il 4 marzo che l’idea di questo picco era illusoria, facendo sprofondare la terza economia della zona euro in una crisi politica e l’Unione europea in uno dei suoi consueti periodi d’incertezza quando vacilla uno dei suoi membri più importanti. In difficoltà nel suo stesso paese, Marine Le Pen si è in parte consolata domenica sera twittando che Bruxelles avrebbe passato una brutta nottata.

Questa nuova ondata di risultati favorevoli alle forze che potrebbero essere definite genericamente antisistema, perlopiù ma non sempre antieuropee, permette di trarre alcune lezioni.

  • L’esempio britannico e statunitense non ha alcun impatto sugli elettori, che reagiscono in base alle loro preoccupazioni nazionali.
  • L’efficacia della gestione politica ha un impatto limitato sulle decisioni degli elettori in questo periodo storico, come dimostrano i risultati record del Movimento 5 stelle malgrado la gestione disastrosa della sindaca di Roma che appartiene al movimento o, al contrario, la buona gestione economica della Germania, che non ha impedito all’AfD di ottenere un buon risultato.
  • La questione identitaria resta un elemento fondamentale delle paure e delle motivazioni di una parte importante degli elettori, dato che la crescita di Matteo Salvini in Italia o dell’AfD sono direttamente legate alla questione migratoria.
  • Il tracollo della socialdemocrazia europea, fenomeno centrale delle elezioni francesi del 2017, si conferma in Germania come in Italia, dove il Partito democratico di Matteo Renzi è crollato sotto il 20 per cento dei voti.
  • Anche a destra i partiti tradizionali fanno fatica, come succede per Forza Italia di Silvio Berlusconi, sopravanzato dal suo alleato d’estrema destra, la Lega, o per i Républicains francesi, esclusi dal secondo turno delle elezioni presidenziali lo scorso anno.

Da tutto questo si può quindi evincere che siamo di fronte a “un’eccezione francese”, segnata dall’elezione di Emmanuel Macron, in particolare con il suo trionfo alle legislative di giugno, e non alle avvisaglie di una primavera liberale (nel senso politico del termine) europea.

Forse occorre, come ha fatto il sociologo francese Alain Touraine, con il suo saggio su Macron, Macron par Touraine (Macron secondo Touraine, Éditions de l’Aube), rovesciare la prospettiva. Il sociologo ritiene infatti che non sia stato Emmanuel Macron a “distruggere” il sistema politico dei vecchi partiti in Francia, ma che questo sistema fosse già in procinto d’implodere, e che Macron sia stato il primo a intuirlo. Ha capito che andava presentata un’offerta diversa agli elettori, a rischio di lasciare mano libera alle forze antisistema.

Ancora una volta non sono i populisti a essere forti, ma i loro avversari a essere deboli

Il secondo turno delle presidenziali francesi, nel quale si affrontavano Macron e Le Pen, proponeva infatti un’offerta nuova da entrambe le parti, il che ha permesso al primo di vincere agevolmente, federando quanti aderivano al suo programma di riforme, i delusi della destra e della sinistra pronti a dargli una possibilità, e quanti volevano semplicemente sbarrare la strada all’estrema destra.

Questo scenario non si è prodotto negli altri paesi europei, dove si può osservare la prima parte dell’equazione, ovvero l’indebolimento dei vecchi partiti, in particolare per la sinistra socialdemocratica che paga la sua adesione all’ortodossia dell’economia di mercato e l’incapacità di rimediare alla crescente marginalizzazione di una parte dei lavoratori.

Tripla sfida
L’assenza di rinnovamento dell’offerta politica ha fatto sì che i vecchi partiti s’indebolissero. Questi sono incapaci oggi di rispondere alla tripla sfida del ruolo dell’Europa nella nuova fase della globalizzazione che si preannuncia, della trasformazione tecnologica che sconvolgerà il mondo del lavoro, e della sfida migratoria reale o fantasticata, percepita da una parte degli europei come una minaccia alla propria identità.

Emmanuel Macron sperava di cambiare le cose in tutto il continente con il suo progetto di rilancio europeo, ma non aveva fatto i conti con la situazione politica inedita in Germania, dove Angela Merkel comincerà il suo mandato solo il 14 marzo, ovvero più di sei mesi dopo le elezioni. Sei mesi di ritardo, dunque, per il progetto europeo che sarà sostenuto da Parigi e Berlino e che il presidente francese spera ancora di poter presentare ai suoi partner prima dell’estate.

Quest’incertezza in Europa, che va avanti da vari mesi, ha lasciato una prateria alle forze populiste che, con risposte autoritarie, hanno convinto una parte sempre più nutrita del proprio elettorato nazionale.

Ancora una volta non sono i populisti a essere forti, ma i loro avversari a essere deboli, consumati dalla loro incapacità al contempo di adattare i loro paesi alle difficili circostanze della globalizzazione e di ridare speranza a un mondo inquietante. Il picco del populismo passerà solo quando l’offerta politica sarà effettivamente rinnovata e adattata alla nostra epoca. In attesa di quel momento, l’Europa continua a essere alla mercé delle forze che vogliono la sua distruzione.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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