Le immagini che arrivano dal Mali sono sbalorditive: la mattina del 26 aprile una colonna di veicoli con a bordo soldati russi ha lasciato la città di Kidal, nel nord del paese, accettando la sconfitta senza aver sparato un colpo. I nuovi padroni della città sono i soldati ribelli tuareg, alleati con un gruppo di jihadisti.

La ritirata russa è ancora più significativa se consideriamo che alla vigilia i jihadisti del Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim) avevano rivendicato una serie di attacchi simultanei in diverse aree del paese, compresa la capitale Bamako. Nel loro comunicato i jihadisti hanno chiesto ai russi di non intervenire per preservare qualsiasi cooperazione futura.

I 2.500 componenti degli Africa corps, la milizia che ha preso il posto del gruppo Wagner, non hanno mosso un dito mentre il regime di Bamako affrontava la peggiore crisi da quando ha conquistato il potere, cinque anni fa.

Questo atteggiamento ha profondamente deluso i militari al potere, che nel 2022 avevano cacciato gli ex colonizzatori francesi. Per i russi, accolti inizialmente come salvatori, si tratta di una vera disfatta.

Di recente il regime maliano ha subìto pesanti sconfitte. Il 25 aprile il potente ministro della difesa è stato ucciso in un attacco a casa sua, mentre i jihadisti e i ribelli hanno preso d’assalto diverse regioni, estendendo il loro controllo su ampie aree del paese.

La caduta di Kidal ha un valore simbolico. Questa roccaforte della ribellione tuareg era stata riconquistata nel 2023 dall’esercito maliano (sostenuto dai russi) dopo undici anni in cui era rimasto in mano ai sostenitori dell’Azawad, il nome assunto dai ribelli nella regione. Quella vittoria, ottenuta poco dopo la partenza dei francesi e del contingente delle Nazioni Unite, aveva rafforzato il prestigio del colonnello Assimi Goïta, capo della giunta.

Tre anni dopo, quella stessa strategia sembra essere arrivata al capolinea. Il dominio dei militari, lo scioglimento dei partiti e la nomina senza elezioni del nuovo capo di stato, non sono stati accettati da buona parte della popolazione, che spesso si ritrova tra due fuochi. Alcuni mesi fa Bamako ha vissuto un assedio che ha impedito l’arrivo del carburante dai paesi vicini. Al momento è difficile affermare con certezza che il governo cadrà, ma di sicuro si trova in una situazione molto difficile.

Il rischio è doppio. Prima di tutto per il Mali, che potrebbe dividersi a causa dell’azione dei ribelli tuareg a nord e dei diversi gruppi jihadisti che si contendono il territorio. E poi per la regione, perché il Gsim è affiliato al gruppo Stato islamico (Is), organizzazione che coltiva ambizioni regionali. Il Niger e il Burkina Faso, che insieme al Mali fanno parte dell’Alleanza degli stati del Sahel, subirebbero gli effetti di un’eventuale presa di Bamako. Per non parlare dei paesi della costa, già minacciati dalle incursioni jihadiste.

Questa situazione catastrofica è l’epilogo di più di un decennio di fallimenti, un periodo cominciato nel 2014 dopo l’intervento della Francia per salvare Bamako dai jihadisti. La controffensiva francese aveva permesso al governo di riconquistare il nord, ma il seguito non è stato all’altezza di quel successo, suscitando una frustrazione crescente che ha causato colpi di stato militari e la partenza dei francesi, sostituiti dai russi. Ora la situazione sta degenerando. A farne le spese sono i maliani.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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