08 novembre 2020 10:14

Alla fine è successo. Il dipartimento di giustizia degli Stati Uniti ha fatto la causa del secolo contro Google, accusando l’azienda di aver violato le leggi antitrust per proteggere la sua quota del 92 per cento nel mercato globale delle ricerche online. Tra le prove raccolte ci sono gli accordi stretti con la Apple e altre aziende tecnologiche per fare in modo che il motore di ricerca di Google fosse l’opzione predefinita su piattaforme e dispositivi. Google e la Apple sono accusate di essersi alleate per mantenere il contratto. La cosa mi sembra credibile, perché negli ultimi dieci anni ci sono stati esempi di un comportamento simile.

Nel 2011 una causa collettiva dei dipendenti ha messo in luce che nel 2007 l’allora amministratore delegato della Apple, Steve Jobs, aveva chiamato Google per lamentarsi di un loro responsabile delle risorse umane che stava cercando di assumere uno dei suoi ingegneri informatici. Si è scoperto che alcune aziende tecnologiche avevano stretto accordi per evitare di soffiarsi a vicenda i talenti migliori. Molti avvocati specializzati in antitrust mi hanno fatto notare che i “cartelli” sulle assunzioni sono un genere di cosa per la quale si può finire in carcere. Ma l’amministrazione Obama nel 2010 aveva raggiunto un accordo con le aziende senza chiedere multe. Goo-gle, la Apple e gli altri gruppi coinvolti nello scandalo, tra cui la Adobe e l’Intel, hanno patteggiato, accettando di pagare 415 milioni di dollari di danni a 64mila dipendenti.

Avete presente quella scena del Padrino in cui le cinque grandi famiglie mafiose si spartiscono le zone d’influenza? Mi ricorda il rapporto tra i giganti tecnologici statunitensi. Quando qualcuno dice che c’è poca concorrenza nel settore, i dirigenti rispondono che, in realtà, si stanno facendo concorrenza tra loro. Ma sia la causa del dipartimento di giustizia sia il rapporto diffuso questo mese dalla commissione giustizia della camera lasciano intendere che queste aziende si aiutano reciprocamente a mantenere posizioni dominanti nelle diverse aree. Lo sforzo di mutuo soccorso è costoso, ma ne vale la pena: Google ha sborsato un quinto dei profitti netti globali alla Apple per far sì che il suo motore di ricerca fosse quello predefinito sui dispositivi dell’azienda di Cupertino. Ma più la Apple si affida ai servizi di Google per fare profitti, più ne ha bisogno. Come ha scritto un dipendente della Apple a un suo collega di Google nel 2018: “Lavoriamo come se fossimo un’unica azienda”.

Abusi secolari
Questo sistema mi ricorda le alleanze industriali dell’inizio del novecento, con le quali i padroni del petrolio, dell’acciaio e delle ferrovie spesso proteggevano i propri interessi. Queste alleanze furono smantellate grazie allo Sherman act del 1890, una legge usata dal dipartimento della giustizia anche quando cercò di sanzionare la Microsoft per abuso di posizione dominante nel settore dei personal computer. Oggi sta sfruttando la stessa legge per evitare che Google stringa accordi di distribuzione con i concorrenti per favorire i propri prodotti nei risultati dei motori di ricerca e impedire ai siti che usano la sua piattaforma pubblicitaria AdSense di usare anche servizi della concorrenza.

Il consulente legale di Google Ken Walker e il presidente del consiglio d’amministrazione Eric Schmidt stanno elaborando il solito armamentario di frasi sul presunto danno che subirebbero i consumatori nel caso in cui Google fosse costretta a modificare i suoi metodi. “C’è differenza tra posizione dominante ed eccellenza”, ha detto Schmidt. Ma predominio ed eccellenza si alimentano a vicenda. Le dimensioni di Google creano barriere per la concorrenza. Un esempio è il cosiddetto web crawling, l’uso di software che indicizzano le pagine web più importanti. Google è stata la prima a farlo e il suo successo ha contribuito a consolidarne il potere. Oggi, per un qualsiasi fornitore di motori di ricerca che non sia la Microsoft, è troppo costoso competere su larga scala.

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Visto che troppi crawler possono mandare in tilt i siti, i proprietari li bloccano quasi tutti. Questo produce più traffico per Google e fa crescere la sua quota di mercato. Qual è la soluzione? Un’idea è cambiare le impostazioni predefinite per permettere una maggiore concorrenza, obbligando Google a scorporare i suoi sistemi operativi Android, creando dei crawler indipendenti o rendendo pubblici i dati alla base del successo dell’azienda di Mountain View. In sostanza, le aziende diventerebbero quello che sono diventate le ferrovie e le telecomunicazioni: delle infrastrutture regolamentate.

Nel 1998, quando studiavano a Stanford, i fondatori di Google fecero una raccomandazione simile. Scrissero che per risolvere i conflitti d’interessi sarebbe servito un “motore di ricerca competitivo e trasparente prodotto dall’università”. Sono d’accordo. Non si può eccellere – o non essere cattivi, per citare il motto originale di Google don’t be evil – senza essere imparziali.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul numero 1382 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati