17 gennaio 2021 10:13

Continuiamo a leggere sui mezzi d’informazione che siamo all’inizio della fine della pandemia: anche se i numeri dei contagi crescono, milioni di persone sono già vaccinate e vediamo la luce in fondo al tunnel. Ce lo meritavamo, perché la cosa deprimente della pandemia era proprio che non sembrava esserci una via d’uscita. Ora la sensazione è che l’incubo finirà presto e torneremo alla nostra vita normale il prima possibile. Alcuni intellettuali evocano addirittura i versi della poesia Patmos di Friedrich Hölderlin: “Là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”, ritenendoli appropriati al momento. Ma qual è il nesso? La scienza ci ha salvato creando dei vaccini in tempi record?

La pandemia ci ha ricordato la nostra mortalità, facendoci capire che facciamo parte della natura e non siamo i suoi padroni? In realtà sarebbe molto più appropriato rovesciare i versi di Hölderlin: “Là dove cresce ciò che ci salva, ci sono anche pericoli”. Questi pericoli sono tanti, come dimostra l’avvertimento dell’Organizzazione mondiale della sanità, secondo cui la pandemia di covid-19 è grave ma non “sarà necessariamente la peggiore”, quindi ce ne sono altre all’orizzonte. E poi il riscaldamento globale, incendi e siccità stanno distruggendo l’ambiente; gli effetti economici della pandemia daranno nuova forza alle proteste sociali; il controllo digitale delle nostre vite andrà avanti; i disturbi mentali esploderanno. Dovremo imparare a conviverci. Per questo siamo nel momento più pericoloso: rilassarci ora sarebbe come addormentarsi al volante su una strada tortuosa. È arrivato il momento di scelte politiche radicali.

La scienza può salvarci. La giovane ambientalista Greta Thunberg ha ragione quando dice che dobbiamo avere fiducia, ma con spirito scientifico dovremmo anche ammettere due cose sottolineate dal filosofo tedesco Jürgen Habermas: non solo abbiamo imparato cose nuove, abbiamo anche scoperto quante cose non sappiamo, e siamo stati costretti ad agire senza conoscere gli effetti delle nostre azioni. Questo riguarda sia la pandemia in sé sia le sue conseguenze economiche, sociali e psicologiche. Non sappiamo cosa sta succedendo e sappiamo di non sapere tante cose. E il non sapere è di per sé un dato sociale, iscritto nel modo d’agire delle nostre istituzioni.

Fare la scelta giusta
A questo proposito dovremmo fare un ulteriore passo in avanti: non solo siamo sempre più consapevoli di cosa non sappiamo, ma sembra talvolta che la realtà stessa agisca come se avesse dimenticato le sue regole. Questa indeterminatezza lascia spazio ai nostri interventi: ma a condizione che ce ne assumiamo pienamente la responsabilità, cioè se rifiutiamo il determinismo nelle sue due principali versioni, naturalismo e divina provvidenza. Un teologo sloveno che difende l’apertura delle chiese nonostante le regole sulla quarantena ha risposto così a chi gli faceva notare che una scelta del genere avrebbe causato la morte di molte persone: “La missione della chiesa non è la salute ma la salvezza”. In pratica, migliaia di morti non contano, rispetto alla loro salvezza eterna. È quello che faceva madre Teresa a Calcutta. Possiamo immaginare facilmente la sua ipotetica strategia contro il covid-19: nessuna vaccinazione, niente respiratori, ma solo il sollievo spirituale per le ultime ore di vita. E possiamo anche immaginare cosa potrebbe succedere in futuro se la pandemia dovesse esplodere in maniera ancor più forte (attraverso nuove mutazioni del virus) e rendere inefficienti i vaccini: ci saranno perfino più morti e le autorità si rassegneranno a fornire cure ai moribondi, mentre la chiesa garantirà conversioni di massa.

La nostra scelta definitiva è riassunta al meglio dall’incipit di un testo scritto da Woody Allen nel 1979: “Più che in ogni altra epoca storica, l’umanità si trova a un bivio. Una strada porta alla disperazione e allo sconforto più assoluto. L’altra all’estinzione. Preghiamo il cielo che ci dia la saggezza di fare la scelta giusta”. La scelta corretta è farsi carico della nostra condizione: se passeremo da questo punto zero riusciremo a costruire una nuova società. Oggi più che mai l’egualitarismo è una necessità urgente: vaccini per tutti, copertura sanitaria universale, lotta senza sosta contro il riscaldamento globale.

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C’è un segno inatteso in questa direzione. Uğur Şahin, amministratore delegato dell’azienda farmaceutica Biontech, che ha avuto un ruolo chiave nel creare il vaccino migliore, ha detto: “La situazione non è buona: si sta creando un vuoto perché non sono stati approvati altri vaccini e noi dobbiamo riempire questo spazio con il nostro”. È un momento eccezionale, in cui un’azienda vuole che le sue concorrenti si rafforzino perché sa che solo così, insieme, potranno farcela.

Quindi una conclusione adatta è ricordare la frase che spesso si accompagna a quella sulla luce in fondo al tunnel: assicuriamoci che la luce che vediamo non sia quella di un altro treno in corsa verso di noi.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul numero 1391 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati