L’allestimento dell’installazione Paris de l’avenir, per la conferenza sul clima a Parigi, il 26 novembre 2015. (Eric Gaillard, Reuters/Contrasto)

La conferenza di Parigi è un’occasione da non perdere

L’allestimento dell’installazione Paris de l’avenir, per la conferenza sul clima a Parigi, il 26 novembre 2015. (Eric Gaillard, Reuters/Contrasto)
28 novembre 2015 10:52

Dopo anni di tentativi sterili, ci sono buone possibilità che la conferenza di Parigi sul cambiamento climatico segni una svolta. “I mediatori hanno preparato una bozza di accordo attuabile, che sarà probabilmente approvata” scrivono su Nature i professori David Victor e James Leape. Il mondo degli affari e i gruppi ambientalisti sono coinvolti come mai prima, governi e finanza stanno raccogliendo i fondi per aiutare i paesi più poveri, persino i leader religiosi hanno parlato dei pericoli del cambiamento climatico.

A conferenza finita, però, dovrà cominciare l’effettivo processo di “decarbonizzazione”, cioè la riduzione delle emissioni di carbonio nella produzione di energia e crescita economica. Secondo Victor e Leape, la conferenza avrà successo solo se gli accordi si tradurranno in azioni. Alla comunità scientifica i professori chiedono di coltivare la ricerca su aspetti che siano direttamente rilevanti per i politici, continuare a valutare le cause del cambiamento climatico e gli impatti.

Ha una posizione simile Hoesung Lee, il presidente dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), che su Science, a proposito della scienza del cambiamento climatico, scrive: “Sappiamo più che abbastanza per agire”. Lee promette che l’Ipcc cercherà di concentrarsi sulle soluzioni, coinvolgendo gli esperti dei paesi in via di sviluppo, pur continuando ad affinare la comprensione dei meccanismi del cambiamento climatico. Il coinvolgimento della comunità scientifica nei paesi in via di sviluppo sembra un punto fondamentale. “Abbiamo bisogno di informazioni migliori sull’impatto del cambiamento climatico e sulle soluzioni nei paesi in via di sviluppo”, scrive Lee, “è per questo motivo che auspico la formazione e l’assistenza di scienziati nei paesi in via di sviluppo, che hanno un’esperienza di prima mano nelle loro regioni”.

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