Fabienne Agliardi
Appetricchio
Fazi, 284 pagine, 18 euro

In questo periodo sono in una residenza per scrittori con alcuni autori e autrici, e qualche sera fa parlavamo d’intraducibilità e incomprensione dei testi, di come alcune parole misteriose possano aiutare a creare una relazione attiva con il lettore, di come in questa incrinatura la letteratura sparisca e crei qualcosa di più autentico, vicino. Be’, leggendo Appetricchio molte parole vi sfuggiranno, e non sempre sentirete la voglia di rincorrerle o di ritrovarle nel glossario petricchiese messo alla fine del libro: contribuiranno comunque a creare un senso di nostalgia per una lingua e per un tempo che non vi sono del tutto estranei, ma a cui non tornate da molto. Con una lingua popolare, vernacolare e quasi fiabesca, che ha la musicalità di una filastrocca, Agliardi porta e riporta i lettori all’eterna estate dei fratelli Bergamaschi – di nome e di fatto – Mapi e Lupo. Li si vede, pagina dopo pagina, appetricchiarsi per vent’anni a quel borgo a sud, “immaginifico escluso dalle mappe e fuori dalle rotte, diviso dal resto del mondo da un ponte malfermo e da un bosco di serpi”, abitato da personaggi che, oltre a portare quasi tutti il nome del santo locale, sembrano usciti dai margini della realtà. Quest’ultimo libro di Fabienne Agliardi è un’ode malinconica al tempo quando smette di tornare, che è poi il tempo dell’infanzia. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1528 di Internazionale, a pagina 75. Compra questo numero | Abbonati