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Il Regno Unito decide se restare nell’Unione europea


Il premier britannico David Cameron con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker a Bruxelles, il 16 febbraio 2016.
  • 17 Feb 2016 15.21

Le richieste di Londra per evitare la sua uscita dall’Unione europea

17 febbraio 2016 15:21

Il 18 e 19 febbraio, il primo ministro britannico David Cameron incontrerà a Bruxelles i suoi colleghi europei nel corso di un vertice di cruciale importanza.

Cameron spera di raggiungere un accordo che accolga le sue richieste di riforme dell’Unione europea in quattro ambiti specifici: potenziamento della competitività europea e promozione degli accordi di libero scambio; esclusione del Regno Unito dall’impegno di andare verso “un’unione sempre più stretta”; garanzia che i paesi dell’eurozona non operino in modo sfavorevole rispetto a quelli che non aderiscono alla moneta comune come il Regno Unito; e – punto più controverso – limitare l’accesso ai servizi del welfare per i lavoratori immigrati comunitari che vivono in territorio britannico.

Se sarà raggiunto l’accordo, Cameron potrebbe annunciare che il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea si terrà entro quattro mesi, probabilmente il 23 giugno.

Gli euroscettici affermano che l’economia britannica diventerà più florida senza i vincoli di Bruxelles

Secondo Cameron l’accordo farà cambiare i rapporti tra il Regno Unito e l’Unione europea, sarà giuridicamente vincolante, e il processo delle riforme sarà permanente. Di conseguenza, sostiene il premier britannico, per il Regno Unito è più vantaggioso rimanere nell’Unione europea, anche dal punto di vista della sicurezza nazionale.

Aggiustamenti irrilevanti

I suoi oppositori euroscettici (tra cui molti esponenti dei Tory, il suo stesso partito) liquidano le riforme proposte da Cameron come aggiustamenti irrilevanti incapaci di concretizzare sia il sostanziale mutamento nel rapporto tra Regno Unito e Ue promesso dal primo ministro sia la radicale revisione dei termini di adesione britannica all’Ue che Cameron sosteneva di poter ottenere.

Il fronte euroscettico sostiene inoltre che, senza i vincoli della burocrazia europea, l’economia britannica sarebbe più florida, e sottolinea come la sicurezza nazionale non sia materia di competenza comunitaria, bensì della Nato e degli accordi bilaterali tra le intelligencedei singoli paesi.

Tuttavia, quando comincerà la campagna referendaria, la discussione sull’effettiva importanza delle riforme auspicate da Cameron svanirà rapidamente.

Il dibattito si sposterà piuttosto su una domanda cruciale: al Regno Unito converrebbe uscire dall’Unione europea oppure no? La risposta è complessa, perché nessuno sa quale tipo di rapporto potrebbero intrattenere Londra e Bruxelles se si concretizzasse la Brexit.

Secondo gli euroscettici, il Regno Unito continuerebbe a commerciare liberamente nel mercato unico europeo, che ne assorbe quasi la metà delle esportazioni, ma senza doversi più attenere al rispetto delle norme comunitarie, al finanziamento del bilancio europeo o all’accettazione della libera circolazione delle persone. Chi vuole rimanere nell’Ue, al contrario, sostiene che nulla di tutto ciò sarebbe possibile, e fa notare che Norvegia e Svizzera (due paesi che non appartengono all’Unione europea ma che tuttavia hanno accesso al suo mercato unico) devono comunque rispettare tutte le norme comunitarie, contribuire al finanziamento del bilancio europeo e consentire la libera circolazione delle persone, con l’unica differenza di non avere alcun diritto di voto a Bruxelles.

L’impazienza di Cameron

Alla fine, com’è successo con altri referendum, anche su questo peserà inevitabilmente il timore del cambiamento. L’incertezza sul tipo di accordo che il Regno Unito potrebbe ottenere dopo l’uscita dall’Ue – e il fatto che gli elettori indecisi tendono a scegliere lo statu quo – potrebbero favorire il fronte filoeuropeo.

Gli europeisti avvertono che, se Londra decidesse di abbandonare Bruxelles, l’Ue non tratterebbe generosamente il Regno Unito, mentre la Scozia potrebbe usare la Brexit come scusa per organizzare (e vincere) un nuovo referendum indipendentista. Gli euroscettici, d’altra parte, ottengono consensi grazie a un crescente sentimento antimmigrazione, alla sensazione che l’economia europea sia ancora in crisi e a mezzi d’informazione aspramente euroscettici. Secondo gli ultimi sondaggi, lo scarto tra favorevoli e contrari all’uscita del Regno Unito dall’Ue si starebbe riducendo, e ciò potrebbe spiegare perché Cameron è tanto impaziente di lasciarsi il referendum alle spalle.

(Traduzione di Alberto Frigo)

Questo articolo di J.P è stato pubblicato dal settimanale britannico The Economist.

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