La sede dell’Opec a Vienna, il 29 novembre 2016.
  • 01 Dic 2016 16.44

Cosa prevede l’accordo sui tagli alla produzione globale di petrolio

01 dicembre 2016 16:44

Dopo l’intesa preliminare raggiunta a settembre ad Algeri, il 30 novembre i rappresentanti dell’Organizzazione dei paesi produttori di petrolio (Opec) hanno negoziato un accordo per limitare la produzione globale di petrolio a partire dal 1 gennaio 2017. È la prima volta in otto anni che l’Opec riesce a stipulare un’intesa per far risalire il prezzo del petrolio, che è sceso drasticamente dalla metà del 2014 e ha danneggiato gravemente le economie di paesi che dipendono strettamente dalle esportazioni di greggio, come l’Arabia Saudita e il Venezuela.

Alla notizia dell’accordo le quotazioni del greggio Brent sono salite del 10 per cento, raggiungendo i 51,94 dollari al barile, e quelle del greggio statunitense del 9 per cento, fino a 49,53 dollari al barile. Nel giugno del 2014 il petrolio costava 115 dollari al barile, mentre nel gennaio di quest’anno ha toccato i livelli più basi scendendo sotto i trenta dollari. Se l’accordo sarà rispettato, si prevede che il barile di greggio tornerà a costare più di sessanta dollari.

Il tetto alla produzione
Se i paesi dell’Opec manterranno gli impegni presi ieri a Vienna, da gennaio la produzione mondiale di greggio calerà di 1,2 milioni di barili al giorno, attestandosi a 32,5 milioni di barili al giorno, contro la media dei 33,64 milioni estratti quotidianamente a ottobre. Superando le sue divergenze con l’Iran, l’Arabia Saudita ha accettato di tagliare 500mila dei 10,5 milioni barili che estrae abitualmente (una riduzione del 4,5 per cento).

Allo stesso tempo ha permesso a Teheran di aumentare lievemente la sua produzione, che si sta lentamente riprendendo dopo la fine delle sanzioni occidentali e sta tornando ai livelli precedenti al 2012. Come l’Iran, anche la Libia e la Nigeria saranno esentate dai tagli per le loro difficoltà economiche. Nella riunione si è deciso inoltre che l’Indonesia lascerà nuovamente l’Opec, dov’era recentemente rientrata, perché è diventata un importatore netto di petrolio.

Mohammed bin Saleh al Sada, il presidente dell’Opec, ha annunciato che anche i paesi produttori che non fanno parte dell’organizzazione collaboreranno allo sforzo, tagliando 600mila barili al giorno. Al Sada ha aggiunto che la Russia è pronta a tagliare 300mila barili dei più di 10 milioni che estrae quotidianamente. Tuttavia Mosca non ha confermato.

Misure necessarie per l’Arabia Saudita
Secondo il Financial Times, Riyadh e i suoi alleati del golfo Persico, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar, sopporteranno il peso maggiore dei tagli. Ma questi governi contano su un rapido aumento del prezzo del greggio, che andrà a pareggiare le perdite in termini di vendite. I sacrifici per Iran e Iraq, invece, saranno minori.

In ogni caso l’Arabia Saudita, primo esportatore mondiale di petrolio, aveva urgentemente bisogno di fare qualcosa per raddrizzare la sua situazione finanziaria. Nel 2015 il suo deficit aveva raggiunto i 98 miliardi di dollari, il 14 per cento del pil. Il governo di Riyadh era stato costretto a ridurre gli stipendi dei funzionari pubblici per la prima volta nella storia del regno e aveva annunciato un piano per diversificare l’economia.

Secondo la Bbc, ci è voluto molto tempo per raggiungere l’accordo perché l’Arabia Saudita sperava, con i prezzi bassi, di infliggere un danno all’industria statunitense di estrazione del petrolio di scisto. Ma la strategia di Riyadh non ha funzionato: nel 2016 l’industria estrattiva negli Stati Uniti ha registrato un calo nel 2016, ma è comunque cresciuta rispetto al 2014.

La speranza del Venezuela
Altri paesi come il Venezuela e l’Angola, nonostante le difficoltà economiche, hanno acconsentito a fare la loro parte, anche se in passato non hanno sempre rispettato gli impegni presi. Il successo dell’accordo dipende infatti dalla volontà dei singoli stati di rispettare i tetti di produzione.

A Caracas le autorità si sono rallegrate per l’intesa, che dovrebbe ridare un “giusto prezzo” al petrolio. Negli ultimi mesi il Venezuela, la cui economia dipende in gran parte dalle esportazioni di greggio, ha pagato a caro prezzo la svalutazione dell’oro nero: una grave crisi economica ha colpito duramente molti settori (pubblica amministrazione, energia, sanità) e alimentato un forte malcontento popolare verso il governo di Nicolás Maduro.

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