Spotlight.
  • 12 Mar 2016 13.09

Spotlight e la nostalgia del giornalismo

12 marzo 2016 13:09

Josh Singer ha scritto Spotlight con il regista Tom McCarthy e in un’intervista ha affermato: Non è una storia di smascheramento della chiesa cattolica, la nostra missione non era quella di far vacillare la fede della gente”. La missione era, infatti, quella di ridare vita alla fede in un’altra, laica religione. Cioè in quel giornale che, secondo il famoso aforisma di Hegel, ha sostituito “la preghiera del mattino per l’uomo moderno”.

In realtà il filosofo tedesco sostiene che tanto il giornale quanto la preghiera “danno la stessa sicurezza di sapere come vanno le cose”. Per la Città le due principali autorità spirituali sono la Chiesa e il Giornale: il film di McCarthy le mette a confronto, rappresentando in modo esplicito la crisi della prima e il trionfo della seconda. Ma sotto la superficie troviamo la consapevolezza che i successi del team Spotlight del Boston Globe sono collegati a condizioni che stanno per svanire. Anzi, all’epoca dei fatti raccontati dal film, la crisi materiale e spirituale del giornalismo è già cominciata, anche se non è ancora chiaramente percepita.

Spotlight, continua Singer, racconta con accuratezza gli abusi sessuali commessi da alcuni preti di Boston coperti dai costanti silenzi del cardinale Law, al fine di “mostrare il potere di un certo tipo di stampa, oggi in gran parte scomparso” e di “riaccendere l’interesse per il giornalismo preciso e responsabile, accountable journalism”. Perché questo tipo di informazione prodotta dai grandi quotidiani locali come il Boston Globe è importante e ha “un effetto duraturo sul pubblico”.

Non è il film sui preti pedofili di Boston, bensì sull’informazione che ha svelato quelle violenze

Anche il Watergate “era una storia locale divenuta nazionale”. Lo stesso problema della pedofilia nella chiesa è divenuto tema pressante negli Stati Uniti grazie all’interesse suscitato dal team Spotlight (letteralmente riflettore, e quindi luce della verità). Poi si è allargato a questione mondiale, infine riconosciuta dalla stessa istituzione ecclesiastica al più alto livello. Nei titoli di coda scorrono, ordinati in fitte colonne, i luoghi dove sono stati scoperti abusi sessuali e il film ha ricevuto in Italia molti apprezzamenti proprio da ambienti cattolici.

Spotlight non è quindi “il film sui preti pedofili di Boston”, bensì sull’informazione che ha svelato quelle violenze e insabbiamenti. Inoltre trasforma definitivamente i film sull’inchiesta giornalistica in un genere storico, anzi storico-mitologico, come il western e il peplum. Il titolo italiano, Il caso Spotlight, è inesatto nella sostanza ma involontariamente preciso nell’immaginario: il vero caso raccontato è quello su come si conduce una grande inchiesta giornalistica, su quanto sia difficile e rilevante.

Cosa resta del quarto potere

La pellicola mette in scena questo processo e rappresenta un mondo che è in gran parte scomparso. Thomas Sotinel conclude la sua recensione su Le Monde con questa perfetta e malinconica formula: “Oltre a un elogio, è un’elegia per quella che fu l’età dell’oro del giornalismo”. Proprio il quotidiano francese in queste settimane, con le rivelazioni sull’impegno francese in Libia, è però riuscito a mostrare al meglio il ruolo dell’informazione tradizionale.

Quando di un film sappiamo solo che è un western non possiamo dire se in esso ci saranno gli indiani e se saranno buoni o cattivi, ma possiamo essere sicuri che non gestiranno casinò: vivranno in un mondo di cavalli, diligenze e accampamenti, in un paesaggio lontano anche nelle idee e nei valori, dove i nativi americani sono appunto “indiani” e “pellerossa”.

Certo abbiamo numerosi racconti western trasportati nelle metropoli di oggi o perfino in un futuro postapocalittico (l’ultimo Mad Max deve non poco a Ombre rosse di John Ford) ma è precisamente la potenza mitica del modello originale a sostenere le forzature e autorizzare le derivazioni.

Allo stesso modo oggi, con Spotlight, cominciamo a comprendere che il film sull’inchiesta giornalistica potrà pure venire adattato ai tempi digitali (soprattutto per rappresentare le vicende di Assange, Manning, Snowden e dei loro futuri continuatori), la sua forma pura richiede però il mondo del passato. L’età dell’oro, dove tutto ruota intorno alla solidità e centralità dell’istituzione giornalistica, che si realizza in essenza e in emblema nella carta.

Spotlight è ambientato in gran parte nel 2001: i vestiti dei reporter e le facciate delle case sono molto simili a quelli di oggi e non molto lontani da quelli di Tutti gli uomini del presidente, il film del 1976 sul Watergate. Ma questa superficie familiare e conservatrice non può nascondere che dalla metà degli anni settanta, e pure dall’inizio di questo secolo, a oggi sono mutate radicalmente le condizioni del fare e fruire informazione.

Il mondo intero dell’informazione è fatto di carta: robusta e paziente

L’epilogo di Tutti gli uomini del presidente mostra Dustin Hoffman che batte a macchina al suo tavolo nella sede del Washington Post; e la prima rivoluzione digitale del giornalismo comincia giusto qualche anno dopo, con il computer che entra nelle redazioni più innovative e la preparazione di una “prima copia” elettronica del giornale.

La squadra di Spotlight nel 2001 sta già affrontando “la grande sfida del digitale” – per citare le parole che pure in Italia ogni nuovo direttore di quotidiano si trova con imbarazzata puntualità a ripetere da oltre un decennio, come se fosse la prima volta. I giornalisti del Boston Globe usano, naturalmente, il computer e non disdegnano le email, le banche dati del giornale sono in parte digitalizzate, e proprio in conclusione si cita il “world wide web” come veicolo di pubblicazione per contenuti aggiuntivi a quelli del cartaceo. Insomma l’avvenire digitale è già in corso, e sta provocando sconquassi, anche se non sono ancora ben compresi.

In una conversazione con Walter “Robby” Robertson, il giornalista a capo di Spotlight, il nuovo direttore Marty Baron annuncia tempi duri e tagli al personale anche a causa di quella internet dove sono migrati in gran parte gli annunci classified, fino ad allora importante entrata dei giornali. Vale la pena di ricordare che l’informazione professionale negli Stati Uniti non ha mai goduto di forme di finanziamento pubblico ampie e diversificate, caratteristica di molti stati europei, e la sua salute economica dipende in buona parte dalla pubblicità.

Le tecnologie e le reti digitali al Boston Globe di quindici anni fa sono già ben insediate ma il giornale è ancora fatto di carta. Giornale non significa solo il prodotto finale, il nuovo numero che arriva in edicola ogni mattina, anche se nella conclusione del film le rotative in azione e i camion che caricano le copie stampate mostrano, in un simbolo molto riconoscibile e amato, il potere del giornalismo e della verità che si propaga. Il mondo intero dell’informazione è fatto di carta: robusta e paziente.

Di carta sono i taccuini che costituiscono la base del lavoro dei reporter; in Spotlight mancano ovviamente smartphone con app per registrare e trascrivere la voce, anzi non ci sono neppure registratori a nastro. Gli archivi del Boston Globe si fondano su una quantità enorme di ritagli accuratamente catalogati. Cartacei sono pure i faldoni con gli importanti documenti ufficiali che i tenaci giornalisti dopo mille difficoltà riescono infine a visionare.

L’età dell’oro, o della carta

Non c’è spazio per indagini su motori di ricerca, tanto meno per passeggiate sui social network allora ancora in fase embrionale. Ed è con un cerchio di penna su un foglio che un avvocato conferma a Robertson un lungo elenco di nomi di preti pedofili e di coperture ecclesiastiche: il foglio è la stampa di una tabella elettronica ma questa a proprio volta deriva da un tenace e lento lavoro di righello.

I giornalisti di Spotlight hanno scorso – una riga alla volta, una colonna alla volta, una pagina alla volta – voluminosi tomi della diocesi di Boston alla ricerca di particolari denominazioni ufficiali, involontario segnale di preti coinvolti in abusi sessuali. Insomma perfino quel data journalism oggi fondato tutto su documenti elettronici in the cloud ed elaborazioni informatiche viene fatto con umilissimi strumenti analogici.

Tutto parte dalla carta e tutto ritorna alla carta. Scorrere per ore e giorni pagine con un righello alla ricerca di un certo testo pare un intollerabile spreco, a noi che in un attimo con un bottone scoviamo tutti i risultati dentro un file o una pagina web. La lentezza non rappresenta solo il limite negativo di una tecnologia arcaica: è anche pazienza, giudizio e determinazione. È una delle caratteristiche di un mondo dove alcuni giornalisti, pur impiegati da un’istituzione che ogni giorno deve produrre un nuovo numero, possono avere mesi o perfino anni per un’indagine complessa.

In quel mondo e in quel modo di produzione un grande giornale può addirittura ritardare la pubblicazione di un’inchiesta già forte fino a quando questa raggiunge il massimo impatto. Spotlight non fa quindi l’elogio del righello in sé e per sé, viene mostrato un processo che ha imperfezioni e costrizioni pesanti ma fa parte di un sistema che – il film sembra dire – offriva un agio e una profondità oggi molto difficilmente concesse al giornalismo. Perché i tempi sono sempre più compressi e veloci e soprattutto perché la “grande sfida del digitale” ha reso molto meno economicamente solidi i giornali tradizionali.

Con una profondità inusuale il film narra pure un’altra inchiesta, quella sul giornalismo stesso

Il tono elegiaco e la messa in scena classica di Spotlight invitano al rimpianto per la solidissima informazione tradizionale che quindici anni fa non vedeva ancora lucidamente quali sconvolgimenti la attendessero. Ma con una profondità inusuale (per il cinema americano) il film narra pure un’altra inchiesta, quella sul giornalismo stesso e la sua missione. Spotlight fa luce anche all’interno del Boston Globe, mostrando progressivamente che i dati fondamentali sugli abusi sessuali dei preti e l’efficace sistema di coperture erano già stati portati alla loro conoscenza. I pezzi avrebbero potuto essere evidenziati e connessi molto tempo prima.

Il film adotta un punto di vista maturo, né ingenuo né cinico, su quello che è spesso considerato il valore fondamentale del giornalismo: l’indipendenza. Questa non nasce dal nulla, non è magicamente concessa, ma deriva proprio dalla rilevanza dell’informazione professionale per la vita comune e quindi da una posizione di influenza. L’informazione è un potere che sta in un rapporto costante con gli altri e si inserisce in una fitta serie di relazioni.

Nel caso di un quotidiano locale come il Boston Globe queste sono immediatamente visibili nelle biografie degli stessi giornalisti, per esempio nella scuola cattolica e nelle partite di golf di Robertson. L’indipendenza è una possibilità continuamente e implicitamente contrattata, non certo un automatismo e una necessità. La struttura solida e la forza economica dell’informazione industriale consentono in principio il giornalismo più scomodo, quello che a Boston, città di buoni cattolici e buone relazioni, indaga sugli abusi sessuali commessi dai preti e sull’influentissimo cardinale Law. Consentono in principio questo giornalismo e al tempo stesso tendono a frenarlo nell’agire quotidiano.

Senza compromessi

Spotlight chiarisce che non vi è alcun corso obbligato delle cose a produrre la grande inchiesta. Anzi, perché questa si avvii, continui e arrivi al fondo ci devono essere continue forzature e strappi. A cominciare dal nuovo direttore, uno straniero, anzi “un uomo non sposato di fede ebraica che odia il baseball”, venuto da fuori a turbare i perfetti equilibri e la quieta armonia.

È infatti Marty Baron a spingere per un’inchiesta approfondita e poi a ritardarne la pubblicazione fino a quando questa è in grado di dimostrare non solo i singoli abusi ma l’intero sistema di protezioni. L’avvocato delle vittime Mitchell Garabedian, di origine armena, parlando di se stesso e di Baron spiega a un giornalista di Spotlight che per casi come questi “ci vuole un outsider”.

Ci vuole pure una squadra specializzata all’interno del giornale per fare ciò che agli altri giornalisti non è possibile o non è permesso, e all’interno di questa squadra ci vuole la speciale determinazione di non fermarsi alle verità parziali o di comodo. Ci vuole il coraggio di andare anche contro i propri interessi: a Robertson una sorta di consigliere di Law ricorda che Baron starà in città giusto per qualche anno, poi si sposterà in un altro giornale, e quindi gli chiede: “Ma tu dove andrai?”.

Ci vuole, infine, la pazienza di non pubblicare fino a quando l’indagine non è tanto robusta da reggere qualsiasi tentativo di ridimensionamento e nonostante il rischio di venir “bruciati” in uno scoop dal giornale concorrente. L’elenco potrebbe continuare, e mostrerebbe quanto sia arduo, anche per un grande giornale nell’età dell’oro del giornalismo, compiere la propria missione.

Questo riconoscimento dei compromessi e delle compromissioni è, come ho scritto, non troppo frequente nei film statunitensi sul giornalismo, sul mito del giornalismo. Possiamo invece affermare che costituisca un luogo comune per quelli italiani, dove il cronista onesto – o genericamente colui che vuole far conoscere la verità – è molto spesso bloccato dal “sistema”.

Almeno per la rappresentazione cinematografica la condizione italiana, anche nell’età dell’oro, è quella dell’informazione che viene fermata un attimo prima di andare in stampa. È Signore & signori di Pietro Germi (1966) dove al giornalista della testata locale che sta per fare i nomi di uno scandalo cittadino arrivano con perfetto tempismo le telefonate dei notabili, prete e direttore della testata compresi. L’articolo viene quindi tirato via dalla macchina da scrivere e buttato in un cestino: a conferma, solo negativa, dell’antico potere della carta stampata.

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