• 17 Giu 2015 15.41

Nessuno combatte le allucinazioni degli omofobi

Chiara Lalli
17 giugno 2015 15:41
Il Roma Pride, il 13 giugno 2015.

Alla fine di maggio ricevo un invito a una conferenza stampa prevista per il 4 giugno per presentare, e cito testualmente,

un progetto relativo al Portale di documentazione Lgbt, uno strumento che permetterà una maggiore condivisione di tutta la documentazione scientifica sulle complesse tematiche Lgbt. L’iniziativa, organizzata dal Dipartimento per le pari opportunità della presidenza del consiglio dei Ministri – Unar, Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali e dal comune di Torino si inserisce nell’ambito della Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere 2013-2015 che costituisce il punto di riferimento del lavoro svolto dal Dipartimento per le pari opportunità e che definisce in modo molto semplice e schematico le misure specifiche da mettere in campo per promuovere la parità di trattamento e dare un forte impulso a quel processo di cambiamento culturale così fortemente auspicato, ma ancora non pienamente raggiunto. Il portale che sarà presto online, è inserito come misura all’interno dell’asse comunicazione della strategia nazionale Lgbt, e oltre a rafforzare l’azione di diffusione e implementazione delle buone prassi, intercetterà e raggiungerà in modo capillare i bisogni di tutti coloro che sono interessati alla tematica Lgbt offrendo a essi una risposta adeguata, grazie alla documentazione scientifica raccolta e organizzata in maniera semplice e puntuale”.

Penso: “Peccato, non posso andarci”. Poi mi consolo leggendo che “presto” sarà tutto online. I vantaggi della tecnologia! Ma perché presto e non subito? E perché a più di dieci giorni dalla conferenza nulla è online? Perché si fa una conferenza per presentare un portale senza portale e cosa significa “che sarà presto online”? Presto quando? I materiali ci sono, quindi qual è la ragione di questo ritardo?

Proviamo a capirlo.

Il 9 giugno scrivo all’Unar e a RE.A.DY, Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni antidiscriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere (che ha collaborato alla realizzazione del portale), chiedendo quando sarà online il materiale.

Mi risponde l’Unar: “Per alcuni dettagli tecnici ancora non si sa quando sarà messo online il portale. Si è in attesa di specifiche autorizzazioni. Speriamo al più presto”.

A parte la speranza, non ne so più di prima.

Cercando in rete notizie al riguardo, trovo i commenti di alcune associazioni sugli impegni presi l’anno passato dalla ministra dell’istruzione, dell’università e della ricerca Stefania Giannini: “Abbiamo appreso con sconcerto che tutte le azioni originariamente previste in quest’ambito sono state cancellate su richiesta e iniziativa del ministero dell’istruzione. In particolare i momenti di formazione dei dirigenti scolastici sui temi del bullismo omofobico e transfobico verrebbero eliminati in favore di non meglio precisati interventi contro tutte le discriminazioni che devono essere ancora persino immaginati”.

Sulla giornata “disastrosa” c’è anche un comunicato stampa delle associazioni Lgbt convocate a Roma lo stesso pomeriggio della conferenza stampa: “Delle 17 misure previste dall’Asse educazione e istruzione in sostanza è stata attuata concretamente e parzialmente una sola (il corso di formazione per le figure apicali tenutosi il 26 e 27 novembre 2014, dove tra 41 partecipanti vi era un solo direttore di un ufficio scolastico regionale), tutto il resto è rimasto sulla carta”.

Il corteo del Roma Pride, il 13 giugno 2015.

Andrea Maccarrone, presidente del Circolo Mario Mieli, mi racconta che alcune associazioni erano state convocate nel 2013 per far parte del piano di strategia triennale Lgbt, azione prevista dal governo e in collaborazione con il Consiglio d’Europa. Il piano prevedeva quattro assi di intervento: scuola, sicurezza e carceri, lavoro, comunicazione e mezzi d’informazione. Il portale Lgbt faceva parte di questo progetto (si veda Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere 2013 – 2015).

Sulla scuola è sempre stato molto difficile e ci sono state molte proteste, come quelle di Manif pour Tous [un’associazione che si oppone all’uguaglianza dei diritti ed è promotrice del Family day del prossimo 20 giugno]. L’11 luglio 2014 siamo stati convocati dalla ministra Giannini. Davanti alle principali associazioni si era impegnata personalmente a far ripartire la formazione e le azioni previste dall’autunno successivo. In autunno si sono svolti altri due incontri con i funzionari del ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (Miur). Nell’ultimo, le associazioni sono state escluse perché, non essendo enti formatori, non avevano titolo. In parte sono poi rientrate in nome di alcune ‘buone pratiche’ che potevano essere recuperate. Poi tutto si è fermato. Nel pomeriggio del 4 giugno ci è stato comunicato che il ministero ha deciso di cambiare strategia. Non c’era nessun rappresentate ufficiale del Miur, ma l’Unar e RE.A.DY ci hanno detto che non ci sarebbe stato un piano specifico sull’omofobia e sulla transfobia, ma sul bullismo e sulla discriminazione in generale. Tutto questo senza precisare né i tempi né le modalità. Sembra che, per evitare attacchi frontali sull’omofobia, si voglia nasconderla in un generico piano contro tutte le discriminazioni. D’altra parte, ci è stato detto, gli omofobi hanno raccolto 180mila firme, e mica sono poche! Peccato che la tutela delle minoranze non dovrebbe essere stabilita in base al numero di firme raccolte contro la tutela stessa”.

In effetti basterebbero poche analogie per cogliere l’insensatezza di una simile giustificazione. Se arrivano le proteste dei mariti che picchiano le mogli? Quante firme servono per cominciare a pensare che forse la violenza domestica non è poi così sbagliata? O se si fosse dato retta alle proteste degli schiavisti? O di chi non voleva autorizzare l’accesso delle donne al voto e a certi lavori?

E così via con tutti gli esempi che ci vengono in mente rispetto ai tentativi, riusciti o falliti, di garantire a tutti gli stessi diritti e la stessa protezione (che a volte passa inevitabilmente per un’apparente maggiore protezione quando parliamo, appunto, di minoranze oggetto di violenza specifica).

La maggioranza non ha sempre ragione

Non si ripeterà mai abbastanza che alcune questioni non dovrebbero essere messe ai voti come si fa riguardo al colore con cui ripitturare la facciata del palazzo in cui vivete.

L’ultimo commento è apparso pochi giorni fa su Slate e paragona la questione del matrimonio egualitario con il divieto di quello interrazziale negli Stati Uniti ( il 12 giugno è stato il 48º anniversario della sentenza Loving v. Virginia che ha cancellato di fatto la discriminazione d’accesso al matrimonio). Ma potremmo ripescare anche il commento sul referendum in Irlanda o molti altri.

Il concetto tuttavia è facile: la maggioranza è un meccanismo che può andar bene – o può essere la soluzione meno insoddisfacente – su alcuni argomenti, ma non sui diritti civili e sulla giustizia. Perché se la maggioranza votasse a favore del ripristino della schiavitù, la farebbe forse diventare moralmente ammissibile? E dovremmo renderla di nuovo legale?

Non solo. “Secondo il progetto iniziale”, aggiunge Maccarrone, “il portale Lgbt doveva essere aggiornato da una redazione. I contenuti iniziali ci sono, ma sarebbero comunque fermi perché i contratti della redazione sono scaduti proprio il giorno della conferenza stampa. Quindi se anche sarà messo online, sarà un sito nato morto. La voce ‘aggiornamento del sito’, secondo l’Unar, andrà in un nuovo e futuro bando. Da ora ad allora, nella migliore delle ipotesi, ci sarà un sito fatto di contenuti non aggiornati. Mi sembra una scelta perfetta: abbiamo fatto il portale, ma non lo mettiamo online così non diamo troppo fastidio…”.

Che cosa è successo? E che cos’ha da dire il ministero? Scrivo alla caposegreteria del Miur, Elena Actis, chiedendo se ha qualche commento da fare. A oggi nessuna risposta.

Intanto il 12 giugno il Miur emette un comunicato: Scuola, Giannini: “Stanziati 93,2 mln per l’autonomia e il potenziamento dell’offerta formativa, il 66 per cento in più rispetto al 2014”. Andando a guardare i finanziamenti si possono leggere i destinatari e inferire le gerarchie: “5,2 milioni per la promozione dell’educazione alimentare, con particolare riferimento ai progetti legati ad @Expo2015Milano; 3 milioni per la promozione dalla cultura del Made in Italy; 1 milione per un piano nazionale contro bullismo e cyber-bullismo; centomila euro per i laboratori tecnologici e scientifici”.

Non saprei che cosa possa essere la cultura Made in Italy, ma deve essere più importante del piano nazionale verso un generico bullismo e cyber-bullismo (speriamo non ispirato al glossario dei comportamenti devianti a cura del ministero della giustizia, secondo il quale il sexting è una condotta deviante e bannare è un comportamento a rischio) e dei laboratori tecnologici e scientifici.

Una ragazza al Roma Pride, il 13 giugno 2015.

Non sembra necessario spiegare perché è importante che ci sia un asse scolastico. Ma se non fosse evidente possiamo ripescare le dichiarazioni del direttore dell’Unar. A metà maggio, riferendosi al ddl omofobia (un altro oggetto misterioso finito nel limbo politico, ma che sarebbe una creatura bizzarra in un sistema giuridico che mantiene una discriminazione su matrimonio, adozioni e famiglia), aveva sottolineato che non basta la normativa ma serve un cambiamento culturale.

E come si fa? La scuola sembra essere proprio un interlocutore privilegiato, ed è per questo che alcune delle liti più furiose si svolgono lì. Dall’ideologia del gender all’educazione sessuale, la scuola è oggetto di interesse maniacale da parte degli ultraconservatori.

Il lavoro Lgbt e la discriminazione

Per tornare ai contenuti del progetto che rimane sospeso in una speranzosa attesa da Nessuno scrive al colonnello, ci sono questioni importanti e ancora più sotterranee dei matrimoni o delle adozioni, che pure versano in condizioni pessime.

Come, per esempio, cosa accade sul lavoro e com’è messo il welfare per i cittadini invisibili o visibili solo a metà. Rispetto al lavoro, Tiziana Vettor (docente di diritto del lavoro all’università di Milano Bicocca) ci ricorda che lo specifico strumento normativo solleva molte domande.

La tutela delle persone omosessuali è stata introdotta con un decreto legislativo nel 2003, con il quale il legislatore ha attuato la direttiva europea 78 del 2000 per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, da intendersi come “assenza di qualsiasi discriminazione diretta o indiretta a causa della religione, delle convinzioni personali, degli handicap, dell’età o dell’orientamento sessuale”.

Per effetto dell’attuazione della direttiva europea, modificata in seguito a una procedura di infrazione della Commissione europea contro l’Italia, allo statuto dei lavoratori sono stati aggiunti un esplicito divieto di discriminazione (diretta o indiretta) basata sull’orientamento sessuale e la nullità del licenziamento discriminatorio.

Nel dominio della discriminazione rientrano sia le molestie sia tutte quelle circostanze dirette a creare un clima intimidatorio e ostile. Ci sono molti aspetti tecnici, ovviamente, ma il senso e l’intenzione sono chiari: introdurre l’orientamento sessuale tra le possibili condizioni di debolezza del lavoratore e prevedere degli strumenti di difesa e protezione.

Fin qui tutto bene, ma l’applicazione è pressoché inesistente. Lo specifico strumento normativo previsto a tutela delle persone omosessuali, sottolinea Vettor, ha avuto infatti una scarsa applicazione in sede giudiziale, tanto che risulta reperibile un’unica pronuncia resa dal giudice del lavoro di Bergamo, poi confermata in sede d’appello dalla corte di Brescia.

Era il caso di un noto avvocato che aveva dichiarato nel corso di un programma alla radio di non voler assumere nel proprio studio avvocati, collaboratori o lavoratori omosessuali.

Perché ci sono così poche cause? I luoghi di lavoro sono più tolleranti e pluralisti del resto della società e del parlamento (ricordiamo che in assenza di una vera parità il sistema giuridico è intrinsecamente discriminatorio)? Dichiarare il proprio orientamento sessuale significa rischiare? Denunciare una discriminazione è troppo pericoloso? Oppure in un luogo dove dovrebbe valere la competenza, l’orientamento sessuale passa in secondo piano?

Non sono io che discrimino, sei tu che non meriti l’uguaglianza

I ritardi, le mancate inaugurazioni online, i dettagli “tecnici” (o politici?), l’assenza di leggi che garantiscano l’uguaglianza sembrano essere tutti segni di una pigrizia istituzionale ingiustificabile. A questo bisogna aggiungere le ipotesi di approssimazione: si fa una conferenza e non si è pronti per mettere online quello che viene presentato o c’è qualche altro ostacolo “tecnico”. E sull’asse scuola? Anche lì c’è una dimenticanza oppure una scarsa volontà di resistere alle proteste ultraconservatrici?

E ancora: c’è qualcosa da fare? Forse scrivere all’Unar (unar@unar.it) per chiedere che sia messo online il Portale di documentazione Lgbt (magari mettendo in cc la consigliera del presidente del consiglio dei ministri in materia di pari opportunità, Giovanna Martelli) e al ministero (caposegreteria.ministro@istruzione.it) per chiedere le ragioni del presunto cambiamento di programma o un piano dettagliato su omofobia e transfobia.

Se la lentezza, la procrastinazione e le presunte violazioni delle promesse sono dovute alle proteste ultraconservatrici (il 20 giugno si svolgerà il secondo Family day, in difesa della famiglia “naturale” che nessuno sa cos’è e soprattutto nessuno vuole attaccare) forse è anche il caso di protestare contro chi lamenta pericoli inesistenti – primo tra tutti, la temibile ideologia del gender – e combatte con tutte le forze contro l’uguaglianza e i tentativi di eliminare o ridurre razzismo, omofobia, transfobia e le altre forme di violenza e ignoranza (questa è una lettura istruttiva: “Mi sono sentita come un’ebrea ad un’adunanza nazista degli anni ’20”).

E forse è anche il caso di conoscere il dubbio uso di storie personali e di foto nel video che promuove la manifestazione del 20 giugno alla voce “Difendiamo i nostri figli. Stop gender nelle scuole”.

Leelah Alcorn era una diciassettenne transgender che si è uccisa nel 2014. Come scriveva qualche giorno fa Sergio Lo Giudice, “è una violazione intollerabile della sua memoria che le sue immagini vengano utilizzate per promuovere paura e disprezzo verso altri ragazzi e ragazze. Voi ‘difensori dei vostri figli’, ricordate che Leelah era una di loro, uccisa dalla sfortuna di essere capitata in una delle vostre famiglie”.

Il Family day si svolgerà perché ci sono alcuni che vogliono difendersi dai fantasmi degli attacchi contro le famiglie, quelle vere e tradizionali, in un’ottica claustrofobica e presuntuosissima. Se fosse tutto qui – ognuno “si difende” da quello che vuole, anche dalla propria ombra – ci sarebbe da sorridere e scrollare le spalle. Ma il Family day è solo un frammento in uno scenario abbastanza spaventoso. Il vicariato, nel frattempo, invita i professori di religione ad accorrere in piazza, mentre il comune di Civitanova Marche dà il patrocinio a iniziative discutibili e allucinatorie.

Non mancano solo le leggi, ci sono troppi spazi occupati da individui che non ammetterebbero mai di essere discriminatori e che non vedono o non vogliono vedere che le loro paure sono infondate. Ma in fondo hanno ragione, non sono mica loro a essere razzisti, sono quegli altri che sono negri.

pubblicità

Da non perdere

L’Italia ha un nuovo ruolo dopo la Brexit
Nicolas Winding Refn racconta una scena del film The neon demon
L’agenda della settimana

In primo piano