Durante l’esproprio dell’area verde che sorge alle spalle della ex Snia Viscosa, all’interno del parco delle Energie, Roma, il 6 agosto 2014.
  • 18 Mar 2016 12.36

A Roma la svendita degli spazi pubblici è inarrestabile

Christian Raimo
18 marzo 2016 12:36

Ci sono due tipi di storie secondo Tolstoj: quelle in cui c’è qualcuno che parte per un viaggio e quelle in cui c’è un tizio che arriva in città. Se è vero che dal 2007 la popolazione mondiale urbanizzata ha superato per la prima volta nella storia quella che vive fuori dalle città e che nel 2014 quelli che vivevano in città erano il 54 per cento, contro il 46 per cento di quelli che vivevano fuori, vuol dire che saranno sempre di più le storie del secondo tipo, quelle che racconteranno di personaggi che si perdono tra i fiumi d’asfalto e le foreste di palazzi.

Il prossimo fine settimana a Roma si verificherà una strana coincidenza. All’auditorium è in programma il festival letterario Libricome, che avrà come tema proprio il racconto della città (incontri con Javier Cercas su Barcellona, Adam Gopnik su New York, Claudio Magris e Mauro Covacich su Trieste), mentre da piazza Vittorio sabato alle 16 partirà il primo corteo sulla città da più di un anno a questa parte con lo slogan #romanonsivende.

È probabile che la coincidenza sia dovuta semplicemente al fatto che Roma è diventata un deposito di metafore, precipitate dal mondo reale in quello immaginario e viceversa: il mondo di mezzo di Mafia capitale si mescola alla Suburra di Giancarlo de Cataldo e Carlo Bonini, la borghesia “imborgatata” del Contagio di Walter Siti si sovrappone a quella che cerca ragazzi da uccidere come nel delitto Varani.

Anche la retorica del degrado e del decoro vengono ribaltate dall’indolenza allucinatoria di film già diventati cult come Lo chiamavano Jeeg Robot o Non essere cattivo. E, intorno a tutto questo, si svolge la campagna elettorale imprevedibile e grottesca oltre ogni immaginazione; tra primarie fasulle, faide interne ai partiti, candidati ridicoli, dichiarazioni estemporanee.

Eppure questa città plastica, prismatica, imprendibile, continuamente trasfigurata, subisce ogni giorno anche una narrazione che sembra imprigionarla in una dimensione di irrimediabilità: una città ingovernabile che può essere soltanto commissariata, ripulita, purificata. Alla tutela ingombrante di Franco Gabrielli e Paolo Tronca, giusto qualche giorno fa si sono assommate le parole ferali del capo dell’autorità anticorruzione Raffaele Cantone: “la corruzione a Roma è il sistema”.

Dall’emergenza sicurezza all’emergenza caos

Manca solo Nerone. Sembra che tra chi vuole occuparsi di Roma sia in corso una gara a chi mostra più muscoli, facendo il poliziotto che garantisce l’ordine sociale, promettendo un repulisti generale di qualsiasi forma di politica emersa negli ultimi anni.

Anche gli slogan dei candidati sindaci sottolineano gli aspetti apocalittici, e hanno trasformato l’emergenza sicurezza – che era stato il fuoco fatuo della campagna elettorale con cui vinse Gianni Alemanno – addirittura in “emergenza caos”.

A questo si aggiunge, sempre nel vuoto amministrativo del commissariamento, un fiorire di disposizioni normative. A fine marzo, nel vuoto amministrativo del commissariamento è stato approvato il Dup, il documento di programmazione 2016-2018, che cerca di riempire l’enorme buco di bilancio dell’amministrazione attuale (anche strutturale) con tagli e privatizzazione dei servizi: nello stesso fuoco purificatore finiscono l’Atac e asili nido, nel tentativo disperato di fare cassa.

Dall’altra parte la stessa fame cieca di soldi è del resto quella che ha ispirato la delibera 140, approvata dalla giunta di Ignazio Marino. Si tratta di un documento che dovrebbe “definire le linee guida per una nuova gestione del patrimonio non disponibile in concessione”. Tradotto: far fruttare il patrimonio comunale.

La stupidità politica non potrebbe prosperare se non fosse nutrita anche da un contesto avvelenato

Le intenzioni – anche buone da un punto di vista amministrativo di colpire chi approfitta di un bene pubblico per scopi privati – sono di riprendersi e mettere a bando o fare pagare gli spazi che hanno una concessione dal comune da anni con un canone concordato o che sono morosi e che invece “attualmente vengono utilizzati per numerose finalità, anche di carattere commerciale o abitativo”. Di fatto si vanno a colpire indiscriminatamente un migliaio di realtà.

Tra queste ci sono esperienze storiche, come il Corto Circuito, Esc Atelier, la Torre, che allo stato attuale sono dunque sotto minaccia di sgombero. Chiunque abbia vissuto a Roma negli ultimi trent’anni capisce la stupidità politica che può animare un provvedimento di sgombero di questo genere di centri sociali.

In altre città si sono trovate per esempio delle formule nuove per conciliare le esigenze della città con quelle dell’amministrazione: Luigi De Magistris a Napoli addirittura ha elogiato il valore civile delle occupazioni e porta sempre come esempio virtuoso quello dell’Asilo Filangieri, a Bologna la passata giunta comunale ha approvato un regolamento per “la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani”.

A Roma queste strade non sono state percorse: l’interlocuzione tra il comune e Labsus – il laboratorio per la sussidiarietà che aveva stilato un possibile regolamento per i beni comuni sulla falsariga di quello bolognese – è stata prima ostacolata in tutti i modi (l’assessore alla cultura Flavia Barca, che ne era una fautrice, ha dovuto per esempio rassegnare le dimissioni a favore di Giovanna Marinelli) e poi interrotta con la caduta della giunta Marino.

Ma la stupidità politica non potrebbe prosperare se non fosse nutrita anche da un contesto avvelenato. È difficile enumerare tutti gli esempi che mostrano come questa politica di repressione stia impoverendo la città: il Teatro Valle dopo la fine dell’occupazione è ancora chiuso (solo recentemente Pierluigi Battista, storico nemico degli occupanti, ne chiedeva conto sul Corriere; e Fabrizio Grifasi, direttore della fondazione Romaeuropa, ne proponeva un bando pubblico di assegnazione); il Palladium – dopo aver ospitato stagioni bellissime di teatro di ricerca e di produzioni internazionali – vivacchia come sala per l’università Roma Tre con un programma risicato e di qualità discontinua; al Rialto e al Circolo degli artisti sono stati messi i sigilli qualche mese fa e ancora lì stanno; l’Angelo Mai è sotto minaccia di sgombero.

E poi ci sono teatri che hanno cambiato proprietà con metodi e finalità discutibili, cinema storici come l’Aquila o l’Alcazar, che chiudono, festival che non hanno soldi, un’estate romana che si avvicina con le sembianze di un tristissimo autunno.

Il lago dell’Ex Snia può essere un simbolo

Questa politica di repressione che si muove dissimulandosi attraverso slogan facili come legalità, sicurezza, razionalizzazione, è di fatto una forma di miope speculazione sulla città: la tendenza verso la quale non sembra possibile nessuna forma di contrasto è che Roma debba abdicare alla sua vocazione internazionale, accontentarsi di essere un luogo di cultura locale, di sagre di quartiere, e un enorme esercizio commerciale.

Se nel centro storico questo si traduce nell’apertura di centinaia di negozietti di souvenir e di ristorantacci per un turismo squalificato, nelle altre zone questo significa semplicemente la spoliazione dello spazio pubblico.

È sintomatico di quest’aspetto la vicenda del supermercato Lidl a Torpignattara. In una zona con una densità abitativa altissima, una quantità inutile di centri commerciali, un verde pubblico quasi inesistente, viene data la concessione alla multinazionale tedesca Lidl di aprire uno spazio addirittura su una zona con un vincolo archeologico. Si è giustamente scatenata la protesta degli abitanti. L’apertura è stata bloccata, ma poi la procura ha lasciato ai proprietari la facoltà di usare il supermercato.

Ma è molto chiaro che, indipendentemente dalla singola vicenda e dal suo esito, non è possibile che le amministrazioni non riconoscano il diritto alla città che i cittadini reclamano come un bene primario. Se si vuole un caso esemplare, si può prendere quello del lago dell’Ex Snia.

La storia del territorio dell’ex fabbrica è tutta da leggere, perché davvero rappresenta la storia delle lotte a Roma tra tentativi di speculazione a qualunque costo e la resistenza di chi cerca di preservare spazi per la cittadinanza. Il racconto dei vari progetti di cementificazione dell’area – uno per decennio a partire dagli anni settanta – e della protesta degli abitanti del quartiere mostra due idee diverse di cosa sia oggi una città, in cosa consista una cultura urbana che chiede partecipazione e immaginazione, ma anche e soprattutto capacità di gestione dal basso dei territori.

Nell’ultima pagina di questa storia di conflitto c’è la vicenda del recupero del lago cittadino e del giardino circostante, per farne un parco attrezzato. In una Roma di fatto senza piscine comunali, un lago liberato è una specie di meravigliosa presenza extraterrestre. Ma per far sì che questa apparizione non sia evanescente, esiste una mobilitazione che vorrebbe velocizzare i lavori di recupero: il 20 marzo sulle sponde del lago è prevista una festa di primavera con lo slogan “Apriamo il lago ora subito adesso”.

Al centro di una città immobile, in declino, disgustata dalla politica, l’idea che qualcuno possa arrivare da chissà dove e farsi un bagno è davvero una perfetta immagine per un nuovo inizio. Chissà cosa verrà fuori da questo battesimo.

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