NUOVE NOTIZIE

Notizie
NUOVE NOTIZIE

Il bibliopatologo risponde

Una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it


  • 11 Gen 2017 16.32

A mischiare libri e vino l’indigestione è assicurata

Guido Vitiello
11 gennaio 2017 16:32

Caro bibliopatologo,
che vino abbinerebbe alla lettura dell’Odissea? Un fragrante bicchiere di Retsina o un Porto stagionato? Domanda oziosa, penserà lei. Certamente sì! Ma a volte riflessioni oziose possono avere risvolti interessanti. Immagini di trovarsi in un’enoteca letteraria dove un sommelier bibliofilo, un po’ cerimonioso, le decanti le virtù di un certo vino e le consigli a quali opere letterarie accompagnarlo. Le etichette sulle bottiglie sarebbero decisamente più interessanti se oltre alle solite indicazioni riportassero consigli di lettura. Le critiche letterarie sarebbero inserite nelle rubriche di cucina, e avrebbero molta più diffusione. E mi viene da pensare, dal momento che grandi opere sono state scritte in stato di ebbrezza, che leggerle in condizioni analoghe potrebbe portare a coglierne aspetti finora inesplorati.

–Prosit

Caro Prosit,
il tuo pseudonimo mi ricorda uno dei quiz a risposte multiple contenuti in Come farsi una cultura mostruosa, libro pubblicato nel 1972 da Bompiani e firmato da Paolo Villaggio (ma molti indizi convergenti puntano all’eminenza grigia di Umberto Eco, acquattato nella penombra redazionale). Si trattava di indovinare la definizione corretta della parola “Proust”, e tra le opzioni c’erano queste:

– Curiosa interiezione usata dai contadini della Vandea durante i pasti prima di vuotare un buon bicchier di vino o quando uno dei commensali starnutisce ripetutamente… “Proust!”.
– Celebre scrittore francese sofferente di asma.

Ecco, questo è il massimo grado di commistione tra vino e letteratura che sono in grado di tollerare. Forse già sai che inorridisco all’idea di abbinare libri e spezie, e non vedo perché dovrei essere più indulgente con le letture ubriache. Quando mi arriva notizia di rassegne enoletterarie, reading con degustazione incorporata, festival che abbinano vini locali e scrittori locali, mi assale un dispetto così vivo e bellicoso che, per un attimo di annebbiamento, mi vien voglia di imbracciare il mitra. Ma poi torno sobrio e mi ricordo che non ho i contatti giusti per procurarmi delle armi, che sono fuori del giro – l’unico trafficante che mi viene in mente è Arthur Rimbaud. Così mi dedico a dissezionare le ragioni della mia allergia.

Dietro a un’insofferenza un po’ scorbutica per tutte le forme di mondanità letteraria – che puoi tranquillamente mettere in conto alla mia orsaggine o al mio snobismo, se credi – c’è anche una ragione più profonda. La retorica enoletteraria si fonda infatti sull’elogio della sinestesia, la figura più cara, fin dai tempi della scuola, a quelli che hanno una vita sensoriale inaridita o spenta (qualcosa di simile vale per la “pornomania” degli asessuati). Chi abbia i cinque sensi ben desti e comunicanti tra loro non ha bisogno di bere vino mielato leggendo il Simposio o di scolarsi litri di birra mentre qualcuno declama pagine di Bukowski, perché la sinestesia è il modo naturale in cui percepisce il mondo.

Leggere in stato di ebbrezza opere scritte in stato di ebbrezza? Neppure questo mi convince. Non nego che bere o drogarsi possa far bene agli scrittori, e nei giorni lontani della mia tesi di laurea sulla psichedelia californiana (ebbene sì) mi imbattei in un libro, Il testo drogato di Alberto Castoldi, che era diligentemente organizzato per tipologie di stupefacenti – oppio, hashish, morfina, etere, cocaina, mescalina, fino all’lsd. Ma quel che (a volte, non sempre) giova agli scrittori, raramente giova ai lettori. In una celebre intervista Marshall McLuhan disse che l’lsd era il Finnegans Wake dei pigri. Rispetto alle illuminazioni e alle percezioni che si possono sperimentare leggendo Joyce, un allucinogeno da laboratorio gli pareva misera cosa.

Se proprio dovessi trarne una regola da sommelier letterario, direi così: sono buoni quei libri che, pur leggendoli da sobri, sono in grado di suscitare per via letteraria ebbrezze, euforie, visioni, giracapi, svenimenti, alterazioni della coscienza di ogni sorta. Al contrario, i libri che si possono apprezzare solo da sbronzi mi fanno pensare al sesso occasionale con una persona incontrata in un locale buio: la sera, dopo il decimo bicchiere, ti sembra bellissima; la mattina dopo ti svegli e pensi di avere sul cuscino accanto a te la testa di cavallo del Padrino.

pubblicità

Da non perdere

La nuova copertina di Internazionale
Perché le ong che salvano vite nel Mediterraneo sono sotto attacco
Storia del concentrato di pomodoro prodotto in Cina

In primo piano