Lavoratori stagionali a Brindisi, il 3 aprile 2014.
  • 08 Feb 2016 14.01

La guerra silenziosa contro i braccianti nel sud Italia 

08 febbraio 2016 14:01

Talla Seck era un uomo senegalese di 56 anni. È morto il 3 febbraio in una tendopoli vicino ad Andria, ucciso dalle esalazioni di monossido di carbonio provenienti dalla sua stufa a carbone improvvisata. Lavorava a giornata nella raccolta delle olive e viveva in quella baraccopoli.

Mohammed Abdullah era un uomo sudanese di 47 anni. È stato colto da un malore ed è morto il 20 luglio scorso mentre raccoglieva pomodori in un campo tra Nardò e Avetrana, in Salento.

Paola Clemente era una donna italiana di 49 anni. È morta il 13 luglio mentre svolgeva il lavoro di acinellatura dell’uva, ossia l’eliminazione manuale di piccoli acini dai grappoli d’uva, nelle campagne di Andria. Viveva a San Giorgio Jonico, ogni mattina si alzava alle due e percorreva 150 chilometri per guadagnare trenta euro al giorno.

Arcangelo De Marco aveva 42 anni ed era originario di San Giorgio Jonico, come Clemente. Come lei ha avuto un malore mentre lavorava all’acinellatura dell’uva nelle campagne di Metaponto, il 5 agosto scorso, ed è finito in coma. Poco più di un mese dopo, è deceduto all’ospedale San Carlo di Potenza.

Zakaria Ben Hassine era un tunisino di 52 anni. È morto nei campi di Polignano a mare il 4 agosto scorso. Era assunto con regolare contratto.

I morti nei campi sono le vittime di un sistema di sfruttamento noto a tutti, basato su pratiche paramafiose

Questi sono i morti dell’ultimo anno nelle campagne del sud Italia. Non sono fatalità, ma vittime di una guerra silenziosa che si combatte contro i braccianti, pagati salari miseri, spesso a cottimo, e costretti a vivere – soprattutto se stranieri – in ghetti malsani privi di tutto. Dalla Puglia alla Basilicata, dalla Calabria alla Sicilia, sono centinaia gli insediamenti di fortuna in cui abitano stagionalmente i lavoratori agricoli: masserie abbandonate e in rovina, tendopoli costruite con legna e cartone, ex fabbriche in disuso. Il più noto di questi, il cosiddetto “Gran ghetto” di Rignano Garganico, arriva a ospitare all’apice della raccolta di pomodori in estate, fino a mille persone.

I morti nei campi sono le vittime di un sistema di sfruttamento noto a tutti, che si basa su pratiche paramafiose come il caporalato e prospera grazie a controlli inesistenti da parte delle autorità competenti. Secondo le stime pubblicate in un rapporto su agro-mafie e caporalato pubblicato dalla Flai-Cgil nel 2014, “ogni anno quattrocentomila lavoratori trovano un impiego nei campi tramite i caporali e di questi centomila presentano forme di grave assoggettamento dovuto a condizioni abitative e ambientali paraschiavistiche. I lavoratori impiegati dai caporali percepiscono un salario di 25-30 euro al giorno, una paga del cinquanta per cento inferiore a quella stabilita dai contratti nazionali”.

Il processo Sabr

Nel 2011 è stato introdotto nella legislazione italiana il reato di caporalato. A Lecce è in corso il “processo Sabr” (dal nome di uno degli imputati), in cui alcuni caporali e imprenditori agricoli sono accusati di aver sfruttato i braccianti stranieri con l’imputazione pesantissima di “riduzione in schiavitù”. Ma il senso d’impunità resiste, i controlli sono minimi, le pratiche proseguono come se nulla fosse: l’azienda che impiegava senza contratto il sudanese Mohammed Abdullah è di proprietà della moglie di un imprenditore imputato nel processo Sabr.

E allora è forse necessario stabilire, parallelamente a un’attività di vigilanza reale sul territorio, anche forme di controllo più stretto a valle, a cui far partecipare le aziende della grande distribuzione. Fare pressione su queste ditte, obbligandole per legge a indicare da dove vengono le arance che vendono, dove sono stati raccolti i pomodori e l’uva che espongono sui loro scaffali. Perché se saranno costrette a indicarlo, saranno meno propense ad approvvigionarsi in aree sospette di usare pratiche come il caporalato.

Privati di un mercato di sbocco, gli imprenditori agricoli avranno più difficoltà ad avvalersi di manodopera sottopagata e ipersfruttata. Si eviteranno così altre morti e, soprattutto, si abbozzerà una forma di regolamentazione di un comparto – quello agricolo – pesantemente segnato dall’illegalità.

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