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Amira Hass

È una giornalista israeliana. Vive a Ramallah, in Cisgiordania, scrive per il quotidiano Ha'aretz e ha una rubrica su Internazionale.

La reputazione di Hamas

  • 19 novembre 2012
  • 10.53

Nell’operazione Piombo fuso del 2008-2009 l’esercito israeliano prese di mira fin dal primo giorno dei luoghi affollati, come i commissariati di polizia vicino alle scuole. Questa volta, invece, i militari stanno chiaramente cercando di evitare che il numero delle vittime palestinesi civili diventi troppo alto.

Questa considerazione di certo non consola le famiglie delle persone che sono morte e che sono rimaste ferite finora. Né allontana la paura che il bilancio possa aggravarsi. Anche se Israele non ha mai voluto ammettere la sua responsabilità per la morte dei civili durante l’operazione Piombo fuso, ora preferisce ridurre gli spettacoli cruenti. Queste scene di violenza, che non furono mostrate dalla tv israeliana a quei tempi, fecero però il giro del mondo, scatenando proteste senza precedenti.

Se, da una parte, dopo l’operazione Piombo fuso Israele sembra aver imparato la lezione sul piano militare e su quello della comunicazione, dall’altra non ha imparato la lezione politica: è ancora convinto che uccidere i capi politici e militari di Hamas possa servire a sconfiggere l’organizzazione.

Hamas è un movimento di massa e un’organizzazione dotata di istituzioni, leggi e disciplina interna. Diversamente da Al Fatah, non dipende da una figura carismatica o dalla personalità di un leader forte. La sua azione politica e i suoi dibattiti interni continuano ad andare avanti, anche se i suoi dirigenti vengono uccisi da un missile o da una bomba israeliana. Se avessero voluto, i politici israeliani avrebbero potuto imparare questa lezione molto tempo fa. Avrebbero anche potuto rendersi conto che attaccare indiscriminatamente la popolazione palestinese serve solo a renderla più unita dietro un unico capo, e a mettere a tacere il dissenso.

Gli abitanti di Gaza hanno molte ragioni per lamentarsi di Hamas, che si merita la sua reputazione di autorità oppressiva. Ma perfino gli oppositori di Hamas sono convinti che Israele non sia solo una potenza occupante, ma anche un aggressore. Quando l’attacco sarà finito, Hamas sarà ancora lì, probabilmente più forte di prima. Hamas sta facendo di tutto per provare che sa amministrare il suo territorio meglio di quanto faccia Al Fatah in Cisgiordania e che può ostacolare l’occupazione israeliana ‏(un concetto vago, che a volte si riferisce all’intero paese e a volte ai territori occupati nel 1967).

Per raggiungere questo obiettivo Hamas non si è preoccupato di trasformare la Striscia di Gaza in un pseudostato, aggravando la distanza politica e sociale con la Cisgiordania. Ma per Hamas i legami con il mondo arabo e musulmano sono più importanti di un corridoio territoriale che porta a Ramallah.

Nell’operazione Piombo fuso del 2008-2009 l’esercito israeliano prese di mira fin dal primo giorno dei luoghi affollati, come i commissariati di polizia vicino alle scuole. Questa volta, invece, i militari stanno chiaramente cercando di evitare che il numero delle vittime palestinesi civili diventi troppo alto.

Questa considerazione di certo non consola le famiglie delle persone che sono morte e che sono rimaste ferite finora. Né allontana la paura che il bilancio possa aggravarsi. Anche se Israele non ha mai voluto ammettere la sua responsabilità per la morte dei civili durante l’operazione Piombo fuso, ora preferisce ridurre gli spettacoli cruenti. Queste scene di violenza, che non furono mostrate dalla tv israeliana a quei tempi, fecero però il giro del mondo, scatenando proteste senza precedenti.

Se, da una parte, dopo l’operazione Piombo fuso Israele sembra aver imparato la lezione sul piano militare e su quello della comunicazione, dall’altra non ha imparato la lezione politica: è ancora convinto che uccidere i capi politici e militari di Hamas possa servire a sconfiggere l’organizzazione.

Hamas è un movimento di massa e un’organizzazione dotata di istituzioni, leggi e disciplina interna. Diversamente da Al Fatah, non dipende da una figura carismatica o dalla personalità di un leader forte. La sua azione politica e i suoi dibattiti interni continuano ad andare avanti, anche se i suoi dirigenti vengono uccisi da un missile o da una bomba israeliana. Se avessero voluto, i politici israeliani avrebbero potuto imparare questa lezione molto tempo fa. Avrebbero anche potuto rendersi conto che attaccare indiscriminatamente la popolazione palestinese serve solo a renderla più unita dietro un unico capo, e a mettere a tacere il dissenso.

Gli abitanti di Gaza hanno molte ragioni per lamentarsi di Hamas, che si merita la sua reputazione di autorità oppressiva. Ma perfino gli oppositori di Hamas sono convinti che Israele non sia solo una potenza occupante, ma anche un aggressore. Quando l’attacco sarà finito, Hamas sarà ancora lì, probabilmente più forte di prima. Hamas sta facendo di tutto per provare che sa amministrare il suo territorio meglio di quanto faccia Al Fatah in Cisgiordania e che può ostacolare l’occupazione israeliana ‏(un concetto vago, che a volte si riferisce all’intero paese e a volte ai territori occupati nel 1967).

Per raggiungere questo obiettivo Hamas non si è preoccupato di trasformare la Striscia di Gaza in un pseudostato, aggravando la distanza politica e sociale con la Cisgiordania. Ma per Hamas i legami con il mondo arabo e musulmano sono più importanti di un corridoio territoriale che porta a Ramallah.

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