• 27 Feb 2015 10.43

I cowboy del nordest

27 febbraio 2015 10:43

Il destino puoi crearlo / proprio come piace a te
Non c’è legge né morale / qui siamo nel Far West
Ceto Medio, Cowboy del Nord-Est

1. Eroe dea patria

Nella sua tranquilla vita da benzinaio di Ponte di Nanto – frazione di un paese della bassa vicentina, Nanto, poco più di tremila anime nel profondissimo nordest – Graziano Stacchio, 65 anni, non avrebbe mai pensato di poter diventare un simbolo per centinaia di migliaia di persone in tutta Italia.

Ora è lì, come tutti i giorni, mentre pompa benzina nelle automobili che si fermano al suo distributore, parla con i compaesani e stringe le mani delle persone che vengono a ringraziarlo e a dargli sostegno.

Graziano Stacchio a Ponte di Nanto, febbraio 2015.

A osservare il flusso di clienti ci sono due carabinieri, che stazionano sullo spiazzo 24 ore su 24, con il giubbotto antiproiettile e i mitra spianati. Poco distante, attaccato sopra il guardrail che costeggia il fiume, c’è uno striscione con la scritta in caratteri verdi: “Stacchio eroe dea patria”.

Chi è al volante delle auto che battono incessantemente la strada provinciale 247 non può non vedere quello striscione, e molti guidatori strombazzano quando passano davanti alla stazione di rifornimento di Stacchio. Qualcuno, mentre aspetta che il semaforo dell’incrocio poco più avanti diventi verde, indica la struttura e la riprende con il cellulare, come se fosse un’attrazione, una specie di riedizione veneta del “fienile più fotografato d’America di Rumore bianco.

In queste ultime settimane, del resto, il distributore di Ponte di Nanto non è rimasto un semplice distributore, è diventato altro. È l’epicentro regionale e nazionale dell’interminabile “emergenza sicurezza”; è una trincea politica in cui gettarsi a capofitto per rastrellare consenso; è la scenografia che ha fatto da sfondo a ore e ore di dirette televisive.

Tutto comincia il tardo pomeriggio del 3 febbraio 2015. Una banda formata da cinque uomini (tutti con il volto coperto e armati di pistole e mitragliatori) scende da una Renault Laguna per rapinare la gioielleria Zancan in via Riviera, di fianco al distributore di Stacchio. All’interno del negozio c’è solo la commessa Jenny, che riesce a bloccare un rapinatore nella bussola d’ingresso e ad allertare Roberto Zancan, il titolare del negozio. Gli altri rapinatori, intanto, cominciano a sfondare la porta con delle mazze.

Avendo assistito alla scena, il benzinaio corre in casa a prendere il suo fucile Mauser e spara un colpo in aria per scoraggiare i ladri. Questi rispondono al fuoco e, nel conflitto che ne scaturisce, ad avere la peggio è un rapinatore, che viene ferito a una gamba. La sua fuga in auto si interrompe poco dopo: il colpo, che ha probabilmente reciso l’arteria femorale, è stato fatale.

L’identità del ladro si saprà solo nella notte: è Albano Cassol, 41 anni, italiano rom che viveva nel campo di Fontanelle (Treviso), sposato e con figli; una lunga lista di precedenti per furto, rapina e tentato omicidio.

Subito dopo il 3 febbraio, la procura di Vicenza apre un’indagine su Stacchio per eccesso colposo in legittima difesa – un “atto dovuto”, ma che scatena ogni tipo di reazione. Il benzinaio, nei giorni successivi alla sparatoria, racconta la sua versione: “Quando uno di loro è venuto verso di me con il mitra in mano ho mirato alle gambe per difendermi. Non volevo certo uccidere. Ho agito d’istinto, pensando alla povera commessa sola nella gioielleria, che poteva essere mia figlia”.

In un’intervista rilasciata al Gazzettino la settimana scorsa, il benzinaio ripete di aver agito “per difendermi, non avrei mai sparato per uccidere”, e parla delle ripercussioni personali: “Quando vado a letto devo prendere delle gocce di tranquillante. Il sistema nervoso comunque tiene”.

Quando mi avvicino per fargli qualche domanda, Stacchio ha la solita aria mite e dimessa con cui lo inquadrano ogni volta in tv. “Ho il porto d’armi da quando ho 16 anni, ma prima di quel fatto non avevo mai sparato a nessuno”, ribadisce il benzinaio. “Chi mi conosce sa che non sono un violento”.

Sul suo volto sono abbastanza evidenti i segni d’affaticamento per quello che è successo, le polemiche, la possibile richiesta di risarcimento della famiglia Cassol, e anche per l’esposizione mediatica, che è stata enorme.

Continuando a parlare, Stacchio mi rivela anche che ha ricevuto l’offerta di candidarsi alle elezioni regionali del Veneto (che si terranno il prossimo maggio) da un partito di cui preferisce non fare il nome, ma che non è troppo difficile da indovinare. Lui, però, ha rifiutato perché “non ho alcun indirizzo politico, non sono né di destra né di sinistra. Molti anni fa ho militato nella Democrazia cristiana e ne sono uscito con le ossa rotte”.

Ponte di Nanto, febbraio 2015.

Rimanendo comunque sul terreno della politica, il benzinaio sottolinea che “qualcosa deve cambiare, perché adesso viviamo in un far west al contrario. Non voglio che diventiamo come l’America, ma solo che venga data alle persone oneste la possibilità di difendersi a casa propria”. Quando gli chiedo se non sia straniante essere diventato un “simbolo”, Stacchio si stringe nelle spalle: “Non mi fa né caldo né freddo”.

In quell’esatto momento arrivano delle auto per fare rifornimento. Il benzinaio si congeda, quasi scusandosi, e nel farlo mi dice che l’affaire non è finito qui. “Se mi sentirò abbandonato, allora farò sentire la mia voce”.

2. Je suis Stacchio

A Ponte di Nanto e dintorni, tuttavia, nessuno ha intenzione di abbandonare Stacchio. In un negozio di ferramenta di Grisignano di Zocco (Vicenza), l’icona del benzinaio è affiancata a personaggi del calibro di Gandhi, Einstein, Mandela e Che Guevara. Facendo un giro nel suo piccolo paese, quasi tutti gli esercizi commerciali espongono sulle vetrine o al loro interno la maglietta “Io sto con Stacchio / Con chi difende il territorio”.

Ponte di Nanto, febbraio 2015.

Una di queste si può trovare nel negozio di attrezzatura da pesca di Demis Sinigaglia, a qualche metro di distanza dal distributore. Il titolare non ha alcun dubbio su chi sostenere: “Do pienamente ragione a Stacchio, che è un amico, su tutto quello che ha fatto e tutto quello che è successo”. Gli domando se nella zona sia cambiato qualcosa dal 3 febbraio: “Qui tutti hanno paura”, risponde Sinigaglia, “ogni movimento sospetto che vedono chiamano, fanno. Hanno paura di qualsiasi cosa. Certo, c’è anche un po’ di paranoia, ma logicamente è stata causata da questa cosa qui. C’era anche prima, ma adesso molto di più. Forse questo caso è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

Tra le persone in prima linea nella solidarietà al benzinaio c’è sicuramente Joe Formaggio – sindaco di Albettone, comune limitrofo di Nanto, rieletto nel 2014 con la lista civica di centrodestra Sviluppo berico – che è stato il primo a stampare le T-shirt pro-Stacchio e a lanciare la cosiddetta legge Stacchio. Dopo essere apparso più volte in televisione, una ragazza di Alessandria ha perfino aperto una pagina Facebook intitolata “Io sto con Joe Formaggio sindaco di Albettone”.

In passato i mezzi d’informazione locali l’hanno definito “sindaco-sceriffo” perché, in un’intervista al Giornale di Vicenza, aveva affermato di dormire “col fucile in camera da letto e i proiettili sul comodino”. Formaggio aveva fatto parlare di sé, sempre a livello locale, per aver affisso sulle bacheche pubbliche e nei bar della zona la “simbologia che i ladri utilizzerebbero per derubare le case” – il “codice” degli “zingari” che, come noto, è una delle bufale più gettonate di tutti i tempi.

Lo incontro la mattina presto nel suo ufficio municipale per farmi spiegare l’impatto che il caso Stacchio ha avuto sulla comunità del vicentino. “Quello che è successo è uno spartiacque non solo per questa zona, ma anche per tanti altri territori, soprattutto in Veneto”, risponde Formaggio. “Vede, i veneti sono polentoni: lavoriamo dalla mattina presto alla sera tardi, e nonostante lo stato dell’economia continuamo a testa bassa a tirare avanti il carretto. Le tasse le paghiamo tutte; però almeno lasciateci lavorare nelle nostre botteghe in santa pace, e tirateci via questi banditi dalle strade”.

Se non si prendono “contromisure” al più presto, continua il sindaco di Albettone, “non meravigliamoci se ci saranno altri casi Stacchio, perché la gente è esasperata. E il caso Stacchio è proprio un punto di rottura: o decidiamo di rimanere così, oppure rompiamo i coglioni finché qualcuno non mette a posto le cose”. In riferimento all’ondata di sdegno e supporto popolare per il benzinaio, Formaggio sostiene che “i cittadini hanno capito che non possiamo più nasconderci, non denunciare, subire furti e rapine. C’era bisogno di una reazione che partisse dal basso”.

Ponte di Nanto, febbraio 2015.

La reazione indubbiamente c’è stata – e si è trattato di qualcosa di inaudito, per dei piccoli paesi sonnacchiosi che si trovano nella provincia più remota dell’impero. Per sostenere le spese legali del benzinaio, la Confcommercio di Vicenza ha aperto un conto che finora ha raccolto più di 30mila euro; e l’aiuto economico è arrivato anche dalla Confcommercio di Bologna, dall’amministrazione di Falconara Marittima (Ancona) e da altri comuni italiani. Un artigiano di Paderno del Grappa ha addirittura fabbricato un orologio per Stacchio. Al livello più simbolico, invece, la Consap (Confederazione sindacale autonoma di polizia) ha fatto sapere di voler consegnare al benzinaio una medaglia al valor civile.

In paese, inoltre, migliaia di cittadini sono scesi in piazza la sera del 10 febbraio per una fiaccolata di solidarietà. La manifestazione – contrassegnata da cori da stadio (“Graziano uno-di-noi”), da bandiere con il leone di San Marco e da uno striscione piuttosto eloquente (“Un terrorista in meno / grazie STACCHIO”) – ha attraversato tutto il paese ed è arrivata fin sotto casa di Graziano Stacchio, commosso dal lungo applauso che gli hanno tributato i manifestanti.

A rimarcare l’eccezionalità del momento, il sindaco di Nanto, Ulisse Borotto ha dichiarato dal palco che “davanti a fatti come questo occorre citare l’insegnamento cristiano ‘Agisci come se avessi fede / e la fede ti sarà data’. Chiedo a Dio di darci la fede in questa giustizia”. A margine della fiaccolata, il sindaco di Montegaldella, Paolo Dainese, ha aggiunto: “Vogliamo unire le forze come un pugno, per combattere il crimine e agire nella legalità”.


Ancora: sabato 14 febbraio 2015, su iniziativa della Lega nord vicentina, il distributore è stato “assaltato” da centinaia di cittadini che hanno voluto mostrare il senso di comunità, facendo rifornimento alla pompa di Graziano Stacchio. Nel frattempo, un episodio ha ulteriormente compattato il movimento d’opinione a favore del benzinaio: la raffica di furti avvenuti nella notte tra l’11 e il 12 febbraio a Ponte di Nanto – un episodio che in paese (e non solo) è stato visto come una sorta di ritorsione-avvertimento da parte dei ladri.

Il movimento Je suis Stacchio, tuttavia, ha ampiamente valicato gli angusti confini del paese vicentino ed è esondato in tutta Italia. D’altronde, come ha chiosato Roberto Zancan – che aveva già subìto un’altra rapina compiuta con modalità simili a quella del 3 febbraio – “Graziano Stacchio non ha sparato da solo. Ha sparato tutta Ponte di Nanto. Ha sparato tutta Vicenza. Ha sparato tutto il Veneto. Ha sparato tutta l’Italia”.

Sui social media, infatti, il benzinaio è diventato a sua insaputa una versione in abiti civili dei due fucilieri – l’incarnazione della riscossa degli Italiani Veri contro le bande di predoni che scorrazzano impuniti nelle nostre città. A Stacchio sono state dedicate numerose pagine, tra cui svettano “Io Sto Con STACCHIO Il Benzinaio” (più di 70mila fan) e “IO STO CON Graziano Stacchio” (più di 23mila fan). Ma è sul Facebook ggentista che la transustanziazione da comune benzinaio a Padre della Patria ha raggiunto livelli imbarazzanti, tra commenti di esaltazione – “Dieci, cento, mille Stacchio” – video da due milioni di visualizzazioni, rabbia xenofoba e fotomontaggi di questo tipo.

Com’era ovvio, la politica si è buttata a peso morto sulla vicenda e ha trasformato il punto Eni in una Mecca del populismo. A Ponte di Nanto sono andati in pellegrinaggio praticamente tutti: da Alessandra Moretti, candidata del Partito democratico alle regionali, al Movimento 5 stelle, passando più o meno per tutto l’arco parlamentare. Alla pompa di benzina si è palesata perfino Giorgia Meloni, che ha voluto visitare di persona questi luoghi ameni da polenta-western per esprimere la sua vicinanza a Graziano Stacchio.

Com’era ancora più ovvio, il partito che più di ogni altro ha lanciato l’offerta pubblica di strumentalizzazione è la Lega nord, che da sempre trae la sua linfa vitale da avvenimenti del genere. Gli esponenti locali del partito, insieme a parlamentari (che hanno indossato a Montecitorio la maglietta ideata da Joe Formaggio) ed eurodeputati, si sono immediatamente schierati con Graziano Stacchio e i cittadini di Ponte di Nanto.

Per l’occasione, inoltre, è riapparso anche lo sieriffo ed ex sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini, che in un’intervista a Rete Veneta ha usato il suo consueto stile sobrio e pacato: “Stacchio ha assorbito i miei insegnamenti. Se [i delinquenti] entrano in casa mia, io li buco”. Infine, la mattina 16 febbraio è arrivato inesorabile il turno di Matteo Salvini. Il segretario leghista ha fatto visita a Ponte di Nanto portando con sé doni – due scatole di latte “degli allevatori lombardi che ho incontrato stamane” – e telecamere.

All’interno della Lega nord, comunque, il politico che sembra aver investito di più sulla vicenda è il presidente della regione Luca Zaia – del resto, le elezioni regionali in Veneto incombono e lo scontro interno con il sindaco di Verona Flavio Tosi sta per arrivare all’ultimo round.

Oltre a usare contorte metafore (“La triste collana nera si allunga di altre perle. E non è un gioiello, ma un carbone ardente sulla coscienza di chi da Roma sta tranquillo a guardare e depenalizzare”), Zaia ha approfittato del caso per portare all’attenzione nazionale la questione sicurezza in Veneto, arrivando anche a invocare i “Vespri veneti”, ossia l’impiego dell’esercito con funzioni di ordine pubblico. “A noi non danno fastidio le divise nelle nostre strade e nei nostri quartieri”, ha detto Zaia durante l’assemblea generale di Confindustria Padova. “Anzi, le aspettiamo”.

3. Il far west del nordest

Al di là della propaganda della Lega nord, il caso Stacchio non è un sasso lanciato in uno stagno – è solamente uno degli episodi più cruenti all’interno di un contesto in cui i cittadini veneti si sentono sempre più in balia del crimine.

Negli ultimi mesi, in Veneto, il tema della sicurezza è tornato prepotentemente in cima all’agenda politica e sociale. Per accorgersi di quanto la questione sia sentita basta sfogliare qualsiasi giornale locale, che gronda dalla prima all’ultima pagina di cronache di furti nelle abitazioni, assalti alle banche, tentativi di rapine nei negozi e titoli che utilizzano abbondantemente le locuzioni “notte di terrore a [inserire paesino di provincia]”, “mattinata di paura a [inserire paesino di provincia]” o “Far West a [inserire paesino di provincia]”.

I dati – che per un verso sottolineano che la delinquenza in generale è in calo – evidenziano come ci sia effettivamente stato un aumento nei casi di furto. Secondo la corte d’appello di Venezia, le notizie di reato giunte alle procure venete nel 2014 sui furti nelle abitazioni “sono quasi raddoppiate, passando da 3.136 a 5.883”. Anche le rapine sono salite: “Dai 1.723 fascicoli aperti nell’anno precedente si è passati a 2.272”. E un recente rapporto del Censis sembra confermare questa tendenza. Nell’arco di dieci anni, i furti in casa sono aumentati del 143,3 per cento a Padova, del 120,9 per cento a Venezia e del 103,4 per cento a Verona.

La mappa dei furti nella Marca trevigiana compilata dalla Tribuna di Treviso.

La percezione di insicurezza continua a montare incontrollata e s’ingrossa di provincia in provincia, di paese in paese, nonostante prefetti e forze dell’ordine abbiano ripetutamente invitato alla calma. Pochi giorni fa, per esempio, la prefetta di Padova, Patrizia Impresa, ha dichiarato al Gazzettino che nella bassa padovana “non ci sono particolari allarmi, e lo stesso indice di delittuosità è in flessione. Probabilmente il lieve rialzo dei furti in casa e nei negozi crea quella percezione soggetttiva che spaventa molto”.

Prima che l’attenzione si spostasse su Ponte di Nanto, in Veneto ci si era concentrati parecchio su quanto successo a Canizzano, un sobborgo di Treviso. È lì che la sera del 31 gennaio dei ladri sono stati cacciati dai residenti a colpi di chiavi inglesi e mestoli da cucina.

L’episodio spinge il Gazzettino a parlare di “modello Canizzano”, e gli abitanti cominciano a organizzare delle “ronde di pianerottolo”. “Vigileremo sul nostro quartiere ogni giorno, dalle ore 18 alle 24 e oltre, armati solo di pile elettriche e telefonini”, dicono i residenti del quartiere. “Siamo esasperati, ma allo stesso tempo persone pacifiche: vogliamo solo difendere le nostre case”.

Tuttavia, passa qualche giorno e l’iniziativa scivola nella farsa. Il 2 febbraio, sempre in via D’Arco, un dipendente che si occupa della lettura dei contatori dell’acqua viene scambiato per un ladro e la ronda finisce a “parolacce e spintoni, per fortuna senza conseguenze gravi”. Che le ronde siano pericolose per i cittadini lo sostiene addirittura Luca Zaia, che nel 2007 era un grande sostenitore delle “ronde padane”: “Sono preoccupato per il diffondersi della tendenza dei cittadini a organizzarsi per difendere i loro beni e la loro incolumità”.

A cavalcare l’onda arrivano pure gli estremisti di destra di Forza nuova, che organizzano le loro “passeggiate anti-criminalità” (leggi: ronde) prima a Canizzano e, successivamente, nel quartiere trevigiano di Santa Maria del Sile. “Il nostro è un servizio alla comunità”, dichiara il responsabile provinciale del partito “per avere una città più viva e sicura senza il bisogno che le famiglie siano costrette a barricarsi dentro casa”. Il vicesindaco di Treviso, Roberto Grigoletto, non è esattamente convinto dello spirito benevolo dei neofascisti: “L’obiettivo è quello di alzare il livello di tensione, prendendo a pretesto e alibi la sicurezza per perseguire in realtà scopi di carattere prettamente politico”.

Il 20 febbraio le “ronde di pianerottolo” vengono inaugurate anche a Padova, più precisamente nel quartiere Stanga. Il motivo è sempre lo stesso: “Troppi furti nelle case”. Lo scopo, spiegano i mezzi d’informazione locali, è quello di “passeggiare nei giardini, entrare negli androni e nei pianerottoli dalle 18 alle 20, ‘armati’ di telefono cellulare per avvisare le forze di polizia e di torcia per illuminare le persone sospette”.

La riemersione delle ronde – un argomento che sembrava definitivamente sepolto dopo il clamoroso fallimento delle “ronde padane”, istituzionalizzate nel 2009 dal decreto Maroni – procede in parallello alla coda lunga del caso Stacchio e di quello che gli gravita intorno.

Dal 14 al 16 febbraio a Vicenza si tiene l’Hit show, una fiera rivolta “al mondo della caccia, delle armi da difesa personale e del tiro sportivo”. Stando a un articolo di VicenzaToday sull’evento, la sensazione è che dopo la tentata rapina a Ponte di Nanto “sia cresciuto l’interesse nei confronti delle armi da difesa”. Una signora, interpellata dal sito, afferma che “quest’anno abbiamo subìto un furto e ho deciso di fare domanda per il porto d’armi. Poi non so se riuscirei a sparare, ma è per sentirsi sicuri”.

Giusto per la cronaca, e stando a quanto riportato nel 2012 dal Corriere del Veneto, in Veneto sono un migliaio “le licenze per armi da difesa personale concesse dalle prefetture, alle quali si aggiungono i fucili in dotazione ai 46mila cacciatori e le ‘rivoltelle’ a uso sportivo e professionale”. Si tratta, commentava l’articolo, di “un esercito di cittadini armati con il rischio che ogni tanto ci scappi il morto”.

Sempre a Vicenza, la scorsa settimana c’è stata parecchia tensione intorno al campo rom di viale Cricoli, che da diverso tempo aveva suscitato aspre polemiche poiché il comune si faceva carico delle bollette di acqua e luce. Il 19 febbraio la giunta comunale di centrosinistra – con una decisione, ha detto il sindaco Achille Variati, adottata “per garantire uguaglianza” – ha fatto staccare la corrente al campo, provocando le proteste di decine di sinti che si sono incatenati ai contatori dell’energia elettrica per bloccare (invano) l’operazione.

Il giorno prima, il comune di Nanto si era visto recapitare il conto (300 euro) per il trasporto della salma di Cassol all’obitorio di Vicenza. La notizia, postata sulla pagina Facebook “Io sto con STACCHIO il benzinaio”, ha raccolto commenti di questi tenore: “Darlo ai cani dopo il sezionamento”; “ma buttatelo nel secchio quella merda”; “in pasto ai cinghiali”; e infine, un’immagine in bianco e nero con Adolf Hitler e alcuni gerarchi nazisti sormontata dalla scritta “Dobbiamo tornare in Italia, hanno bisogno di noi”.

Il 18 febbraio, inoltre, alla parete di una palazzina del capoluogo berico è comparso un cartello che rende piuttosto bene il clima che si può respirare in Veneto in questi giorni.

4. Padroni a casa nostra

Occhio per occhio dente per dente, dice il vangelo di Gentilini.
Giancarlo Gentilini, 12 febbraio 2015

Il “boom di furti” (reale e/o percepito), la strumentalizzazione del benzinaio, l’amplificazione giornalistica e la “Stacchio-mania” sui social media non riescono a spiegare fino in fondo come un caso del genere abbia provocato una mobilitazione di queste dimensioni, con tanto di appropriazione di slogan coniati per la strage nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi.

I furti e le rapine avvengono dappertutto in Italia; e secondo i dati del ministero dell’interno, le città più colpite dal fenomeno si trovano nel nordovest del paese, non nel nordest. Tuttavia è proprio qui che la reazione è esplosa più fragorosamente, generando un impressionante apparato di autodifesa collettivo.

Il punto è che in Veneto i furti non sono un fatto che riguarda il singolo, oppure una mera statistica. Sono un fatto politico. Di più: sono un fatto profondamente emotivo.

Il saggista Gianfranco Bettin l’aveva spiegato in un libro uscito nel 2009, Gorgo. In fondo alla paura. In esso si ricostruiva l’efferato omicidio dei coniugi Pelliciardi, commesso nel 2007 a Gorgo al Monticano da una banda formata da un romeno e due albanesi, e si analizzavano le reazioni che aveva scatenato – per certi versi piuttosto simili a quelle della sparatoria a Ponte di Nanto.

Secondo Bettin, vicende come quella di Gorgo non sono catalogabili nella cronaca nera, ma vanno considerate come avvenimenti che “minacciano direttamente il cuore dello stile di vita delle comunità” del facoltoso nordest. È per questo che in Veneto, continua lo scrittore,

le rapine o i furti in casa sono vissuti spesso come violazioni dell’intimità prima ancora che della proprietà. Il senso di insicurezza che diffondono e, dopo gli episodi peggiori, il senso di paura che radicano sono perciò fortissimi e per tanti aspetti senza precedenti – o con precedenti che risalgono lontano nel tempo, smuovendo memorie antiche, di quando queste terre erano esposte a minacce e scorrerie, in quanto terre di confine, sospese tra diverse dimensioni della civiltà, nell’incerto farsi dei rapporti tra popoli, regni, imperi. Tra memoria ancestrale e percezione diretta, ustionante, il cortocircuito emotivo, privato e pubblico, è sconvolgente.

Questo “cortocircuito emotivo” è andato in scena anche in seguito alla tentata rapina alla gioielleria Zancan. A Ponte di Nanto, come a Gorgo, la “paura individuale” e la “preoccupazione sociale” si sono integrate alla perfezione, andando a costituire “la base emotiva e politica” di un “discorso pubblico in cui prevalgono le richieste d’ordine e le grida d’aiuto”.

Paradossalmente, però, queste richieste non sono mai venute dal reale protagonista di questa storia, Graziano Stacchio, che si è tenuto in una posizione abbastanza defilata.

Al contrario, sono venute da chi sta portando avanti una delle più ciniche e indecenti operazioni propagandistiche degli ultimi tempi, e che non ha esitato un solo istante a sfruttare a fini politici una persona che aveva esplicitamente chiesto di non essere strumentalizzata. Tra l’altro stiamo parlando di politici e partiti che negli ultimi vent’anni hanno governato a più riprese il paese, senza mai riuscire a risolvere l’annosa questione/emergenza sicurezza, spesso e volentieri gonfiata ad arte per fini elettorali.

In attesa che le telecamere abbandonino Ponte di Nanto (il 23 febbraio la trasmissione Quinta Colonna ha fatto la terza puntata sul caso) e la giustizia faccia il suo corso, l’impressione è che Graziano Stacchio sia già stato condannato dalla politica e da una parte della società ad assumere un ruolo che non può, e non deve essere, il suo – cioè quello di un Clint Eastwood del nordest che dispensa la sua legge del taglione e permette a una popolazione spaesata e impaurita di sentirsi ancora, e per sempre, padrone a casa propria.

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