La locandina del film 87 ore – Gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni, di Costanza Quatriglio.

Morte di un povero cristo anarchico

La locandina del film 87 ore – Gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni, di Costanza Quatriglio.
06 novembre 2015 12:50

L’ultimo giorno da uomo libero Franco Mastrogiovanni lo trascorre in fuga dai vigili urbani, dai carabinieri, dalla guardia costiera e forse dai fantasmi del suo passato.

È la mattina del 31 luglio 2009 e il “maestro più alto del mondo”, com’è affettuosamente soprannominato per via del suo metro e novanta dagli studenti delle scuole elementari di Pollica, nel Cilento, è un uomo braccato. Su di lui pende una richiesta di trattamento sanitario obbligatorio (tso). Per lui sarebbe il terzo tso nel giro di pochi anni (il primo era stato nel 2002, il secondo nel 2005), e a firmarlo è un personaggio che di lì a un anno salirà tristemente agli onori delle cronache: il sindaco-pescatore Angelo Vassallo, ucciso per motivi ancora oggi misteriosi. Aveva denunciato trafficanti di droga locali? Si era opposto alle mire dei clan camorristici sull’ampliamento del porto di Acciaroli?

Dopo svariate crisi depressive, due processi con relative carcerazioni dai quali era uscito scagionato e risarcito e una fedina penale intonsa ma con impresso il marchio indelebile e tardomaccartista di “noto anarchico”, Franco Mastrogiovanni aveva probabilmente giudicato che quando è troppo è troppo e si era buttato in mare cantando Addio Lugano bella. O forse intuiva che stavolta non ne sarebbe uscito vivo.

Il film mostra quanto banale possa essere l’orrore ancora oggi in Italia

È una storia incredibile, quella di Franco Mastrogiovanni, che va raccontata nella sua interezza per provare a comprendere quello che accade negli ultimi cinque giorni della sua esistenza, quelli sui quali si concentra il documentario di Costanza Quatriglio 87 ore (con il soggetto, tra gli altri, di Luigi Manconi e il supporto dell’associazione A buon diritto), che sarà proiettato in anteprima venerdì 6 novembre durante la rassegna Arcipelago al Teatro Palladium di Roma, e trasmesso su Rai3 il 28 dicembre.

Costruito sulle immagini delle telecamere interne dell’ospedale, nel corridoio e nelle due stanzette nelle quali sarà segregato, lasciando fuori campo le voci di testimoni e parenti e intervallando lunghi e pesanti silenzi alle musiche firmate 99 Posse, il film mostra quanto banale possa essere l’orrore ancora oggi in Italia e come questo possa contrastare con l’ambiente circostante e contemporaneamente accompagnarsi a esso. Una metafora inquietante del Mezzogiorno d’Italia in cui le bellezze naturali fanno troppo spesso a pugni con gli scempi provocati dagli esseri umani.

Il trailer del film 87 ore – Gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni di Costanza Quatriglio.


Varrà la pena incrociare le immagini shock del film con le 183 pagine di motivazione della sentenza di primo grado che ha visto condannati sei medici, nonostante l’assenza del reato di tortura nel nostro codice penale, e assolti dodici infermieri, giudicati non responsabili perché “hanno obbedito a un ordine”. Ma prima, per provare a spiegare i comportamenti di Mastrogiovanni e comprendere i motivi che lo inducevano a credere che sarebbe stato ammazzato, è bene ricostruire l’intera vicenda con tutte le sue connessioni.

Bisogna riavvolgere il nastro fino a un’altra terribile sera, quella del 7 luglio 1972 quando nel centro di Salerno viene accoltellato a morte il segretario del Fuan (l’organizzazione giovanile del Movimento sociale italiano, Msi) Carlo Falvella, e al misterioso incidente avvenuto nella notte tra il 26 e il 27 settembre del 1970 sull’autostrada A1 Roma-Napoli, all’altezza di Ferentino, nel quale perdono la vita quattro anarchici calabresi e la compagna tedesca di uno di questi.

Un uomo in fuga

Il destino di Franco Mastrogiovanni si compie la mattina del 31 luglio 2009, quando abbandona la sua auto davanti alla spiaggia di San Mauro Cilento e si butta in mare. In quel momento è un uomo in fuga e non si capisce bene per quale motivo.

Chiamato a deporre davanti ai giudici, il tenente dei vigili urbani di Pollica, Angelo Lamanna, afferma di aver ricevuto alle 23.30 della sera precedente una telefonata dal sindaco Vassallo, che gli chiede di andare sull’isola pedonale di Acciaroli perché lì c’era una persona che stava creando problemi e bisognava fare un tso. Nella sua relazione scrive che Mastrogiovanni era alla guida di un’auto e aveva lo sguardo perso nel vuoto, sostiene di aver tentato di fermarlo ma senza successo, perché questi andava a forte velocità.

La versione del vigile urbano non appare particolarmente convincente. Gli amici e familiari di Mastrogiovanni, uniti in un comitato che chiede verità e giustizia sulla sua morte, si domandano: com’è possibile che un’auto guidata da un folle e lanciata lungo una strada affollata di gente non abbia provocato vittime né incidenti? Come ha potuto il vigile guardarlo negli occhi in piena notte e con la vettura in corsa? Perché non ha fatto la cosa che appare più ovvia: multarlo per eccesso di velocità?

Mastrogiovanni intona Addio Lugano bella non perché è pazzo ma per tutt’altro motivo: è un anarchico

In ogni modo, alle 8.30 della mattina dopo Lamanna racconta di aver visto di nuovo Mastrogiovanni: ha ancora lo sguardo assente e non si ferma all’alt. A questo punto, chiama i carabinieri e comincia un inseguimento per le strade dell’alto Cilento, sulla litoranea fino ad Agnone e poi a Montecorice, e ancora indietro fino a San Mauro Cilento, dove il fuggitivo abbandona la sua Fiat Punto bianca, si rifugia sulla spiaggia e si butta in mare urlando “non mi prenderete” e cantando “canzoni politiche”.
Intona Addio Lugano bella non perché è pazzo ma per tutt’altro motivo: è un anarchico.

Non ha un buon rapporto con le forze dell’ordine, ed è contraccambiato per questo, da quando nel 1999, denunciato per resistenza aggravata dopo una multa per divieto di sosta, aveva a sua volta accusato gli agenti di arresto illegale, lesioni personali, abuso di autorità e calunnia, sostenendo di essere stato portato in caserma e picchiato. I giudici gli daranno ragione: per questo episodio Mastrogiovanni sarà assolto e risarcito per ingiusta detenzione.

È un precedente di cui tener conto, se si vuole arrivare a capire perché un docente ancora precario a 58 anni, del quale non si registrano problemi con gli altri insegnanti, descritto da amici e familiari come un uomo buono e “riservato”, pronto a infervorarsi solo quando si discute di politica ma affatto squilibrato o violento, quel giorno d’estate viene inseguito, accerchiato come un pericoloso criminale e prelevato con la forza dalla spiaggia. E capire anche come sia stato possibile che per cinque giorni sia stato lasciato a dimenarsi su un lettino di contenzione, nel reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, senza che nessuno alzasse un dito per ascoltarlo, aiutarlo, liberarlo.

È salito sull’ambulanza, poi si è girato e ha detto: non mi fate portare a Vallo perché là mi ammazzano

Franco Mastrogiovanni rimane in acqua per un paio d’ore, circondato via terra da vigili e carabinieri, che gli sgonfiano pure le ruote dell’auto per evitare che possa scappare ancora, mentre la guardia costiera pattuglia il mare per evitare una fuga a nuoto e intima con un megafono ai bagnanti di allontanarsi. Chiamano un medico, che dalla spiaggia, a settanta metri di distanza dal paziente, ne certifica lo stato di agitazione prima che lui esca spontaneamente dall’acqua e si consegni ai carabinieri.

A dispetto dei certificati medici, appare assolutamente calmo, al punto che viene accompagnato al bar dalla processione di vigili e carabinieri, beve un caffè (bevanda sconsigliata agli esagitati) e un bicchiere d’acqua, poi va a farsi una doccia e si avvia verso l’ambulanza. “Macché agitato, era assolutamente tranquillo, ha fatto tutto da solo”, conferma la titolare del campeggio Costa del Cilento, Licia Musto. “È salito sull’ambulanza con le sue gambe, poi si è girato e, rivolto a me e a mio figlio, ha detto: non mi fate portare a Vallo perché là mi ammazzano”.

I fantasmi di Mastrogiovanni

Per quale motivo Mastrogiovanni abbia pronunciato quelle parole che oggi suonano profetiche rimane un mistero. Di sicuro conosce quel reparto e ne teme i metodi pre-basagliani: già nel 2002 e nel 2005 aveva ricevuto due trattamenti sanitari obbligatori, gli era sopravvissuto ma forse pensava di non poterne reggere un terzo. Mastrogiovanni aveva sofferto di depressione già in passato, e nessuno riuscirà mai a spiegare quanto abbia influito, sulla sua psiche e pure sul comportamento delle autorità nei suoi confronti, un’altra vicenda terribile: quella che lo vide coinvolto nella morte di Carlo Falvella, segretario del Fuan di Salerno. Accadde la sera del 7 luglio 1972.

Un’immagine del film 87 ore – Gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni di Costanza Quatriglio.

Mastrogiovanni era un giovane studente universitario e insieme a un altro fuorisede cilentano, il ventiseienne Giovanni Marini, imboccò via Velia, una stradina che dal centro storico di Salerno cala verso il lungomare. Entrambi frequentavano i movimenti studenteschi, il padre di Mastrogiovanni si era appena candidato, senza successo, alle elezioni politiche nelle liste del Manifesto che avevano come fiore all’occhiello il ballerino anarchico Pietro Valpreda, ingiustamente incarcerato per la strage di piazza Fontana a Milano. Furono accerchiati da un gruppo di neofascisti, probabilmente perché avevano invaso il loro territorio o perché avevano già avuto uno screzio qualche ora prima, o forse perché erano nel mirino per un’altra vicenda oscura che aveva coinvolto cinque loro compagni di Reggio Calabria.

Gli anarchici della Baracca erano convinti che ci fosse un piano per destabilizzare il sud Italia

Era accaduto un paio d’anni prima, la notte tra il 26 e il 27 settembre 1970. Quel giorno il calabrese Gianni Aricò, la giovane moglie tedesca Annalise Borth, soprannominata “Muki la rossa”, Angelo Casile, Franco Scordo e Luigi Lo Celso erano partiti alla volta della capitale per andare a contestare la visita del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, la seconda in due anni.

Volevano approfittare dell’occasione per andare a consegnare alla Federazione anarchica italiana un dossier sull’attentato avvenuto il 22 luglio 1970 a Gioia Tauro, quando una carica di tritolo aveva fatto saltare un tratto ferroviario causando il deragliamento di un treno, la morte di sei passeggeri e il ferimento di altri cinquantaquattro. L’episodio era stato liquidato come un “incidente”, ma i cinque “anarchici della Baracca” – com’erano soprannominati dall’edificio che avevano occupato a Reggio Calabria – erano convinti che si fosse trattato di un attentato neofascista, ennesimo frutto avvelenato della strategia della tensione.

“Il giorno prima di partire per Roma, Gianni mi disse: abbiamo scoperto delle cose che faranno tremare l’Italia”, racconta Tonino Perna, docente di sociologia economica all’università di Messina e attualmente assessore alla cultura nella giunta guidata da Renato Accorinti. Perna era il cugino di Aricò e avrebbe dovuto esserci pure lui, se non avesse dato buca all’ultimo momento, su quella Mini Morris gialla diretta a Roma che alle 23.58 si schiantò contro un autotreno sull’autostrada A1 all’altezza di Ferentino e – secondo chi ama le teorie dei complotti – a pochi metri in linea d’aria da una villa del “principe nero” Junio Valerio Borghese. Nell’impatto morirono tutti gli occupanti dell’auto. Annalise, che era incinta, venne trasportata in ospedale dove morì 21 giorni dopo, senza aver mai ripreso conoscenza.

La scena del delitto

All’ipotesi dell’incidente non crederà nessuno dei loro compagni, anche perché all’arrivo del sostituto procuratore di Frosinone il tir era fermo sulla normale corsia di marcia, con tutte le luci a posto e senza danni evidenti. Nel frattempo la scena del delitto era stata ripulita: non c’era più traccia del materiale che i cinque stavano portando a Roma e la polizia aveva sequestrato bloc notes e documenti personali, che non saranno mai più restituiti alle famiglie.

Cosa avevano scoperto di così scottante i giovani anarchici della Baracca? Secondo Perna, che non ha mai dubitato del fatto che si sia trattato di un omicidio plurimo mascherato da incidente, si trattava di fotografie che testimoniavano i legami tra esponenti di spicco dell’estrema destra italiana, i vertici della ‘ndrangheta e rappresentanti del regime greco dei colonnelli, scattate a margine della rivolta dei “boia chi molla” a Reggio Calabria. Gli anarchici della Baracca erano convinti che ci fosse un piano per destabilizzare il sud Italia in vista del poi abortito golpe Borghese e stavano raccogliendo indizi per avvalorare questa tesi.

Difendersi dai fascisti non è reato, compagno Marini sarai liberato, cantò il Canzoniere del Lazio

Nei giorni dell’agguato di via Velia, Marini e Mastrogiovanni stavano indagando sul misterioso incidente che aveva coinvolto i loro compagni. Erano partiti dall’unico indizio in loro possesso: l’identità del conducente del camion, un militante neofascista salernitano. Si trattava, ai loro occhi, di una coincidenza a dir poco sospetta, se non inquietante.

Non è chiaro se si aggiravano quella sera in via Velia perché in cerca di ulteriori indizi. Fatto sta che si trovarono accerchiati da un gruppo di giovani provenienti dalla sede dell’Msi, che è nella stessa strada. Erano gli stessi che qualche ora prima avevano avuto un diverbio con Marini e un suo amico diciassettenne, Gennaro Scariati. I due non risposero alle provocazioni, anzi Mastrogiovanni provò a discutere con loro, ma fu colpito da una coltellata a un gluteo e cadde semisvenuto. Marini reagì, tolse il coltello di mano agli aggressori e colpì a sua volta, uccidendo Carlo Falvella e ferendo all’inguine un secondo militante del Fuan, Giovanni Alfinito.

Fu una tragedia che entrambi pagheranno duramente. Marini finì in carcere e la campagna per la sua liberazione appassionò l’estrema sinistra italiana. “Difendersi dai fascisti non è reato, compagno Marini sarai liberato”, cantò il Canzoniere del Lazio. Anche Dario Fo, reduce dalla commedia Morte accidentale di un anarchico ispirata alla vicenda di Giuseppe Pinelli, l’anarchico volato da una finestra della questura di Milano, si schierò apertamente a favore della scarcerazione.

Il processo fu spostato per motivi di ordine pubblico da Salerno a Vallo della Lucania, e al termine Marini fu condannato a dodici anni di carcere per omicidio preterintenzionale aggravato e concorso in rissa. Saranno ridotti a nove e ne sconterà sette, durante i quali si riscoprirà poeta e vincerà il premio Viareggio “opera prima” con la raccolta di poesie E noi folli e giusti. Ma la vicenda di cui era stato protagonista peserà per sempre sulla sua vita, spingendolo all’autoesilio dal movimento anarchico e a un forte disagio psichico ed esistenziale. Scarcerato, sarà impiegato nella sede della comunità montana Vallo di Diano a Padula e poi licenziato per alcune intemperanze. Morirà, solitario e lontano da tutti, a Sacco, il suo paese d’origine nel Cilento, nel 2001.

Mastrogiovanni sarà accusato di rissa e si farà pure lui alcuni mesi di carcere prima di essere scagionato, ma la vicenda lo segnerà a lungo e forse può contribuire a spiegare la sua idiosincrasia nei confronti delle autorità, le ricorrenti crisi depressive e i timori di essere ucciso. Soprattutto, quanto ha pesato un passato così ingombrante nel comportamento degli agenti, ancora prima che dei medici e degli infermieri, trentasette anni dopo?

La “tofa” del Cilento

Lo stigma del “noto anarchico” che Mastrogiovanni si porta dietro e appare indelebile negli schedari di polizia e carabinieri stride con quello che si racconta di lui. Il “maestro più alto del mondo” è difeso a spada tratta dai suoi colleghi e pure dagli studenti. Tre ex alunni, Rosa Cortiglia, Giuseppina Di Filippo e Bartolomeo D’Alessandro, nel frattempo arrivati alle scuole medie, lo hanno ricordato con affetto sul giornalino della scuola Giovanni Patroni di Pollica.

Il giornalino ha un nome singolare: La tofa. È intitolato a uno strumento musicale, dal suono selvatico, che nel 1848 servì a chiamare i contadini del Cilento alla rivolta antiborbonica. Un oggetto pericoloso al punto che i Borbone furono costretti a proibirne l’utilizzo, punendo con 29 giorni di carcere e la massima ammenda chi fosse stato scoperto a suonarlo.

Lo storico meridionalista Leopoldo Cassese lo descrisse in questo modo:

La tofa è più eloquente e più trascinatrice di un discorso, pareva evocare col suo cupo suono, sprigionantesi dal cavo sonoro e profondo, le secolari ingiustizie, i torti inenarrabili, la miseria, i dolori e le sofferenze, ed armare di rabbia i petti e scuotere le zolle fumanti. Nel silenzio delle ore antelucane, la tofa faceva sentire spesso le sue note esasperanti, che nella primitiva semplicità della modulazione parevano ora gridi di rivolta ed ora singhiozzi strazianti: gridi di tutti gli oppressi che marciavano contro gli oppressori, uniti, compatti, con la serietà solenne di un popolo che sa quello che vuole e sa perché lotta. Le convalli cilentane trasmisero di balza in balza quel grido; e le genti adusate alla dura fatica contro le forze della natura, ed indurite da un lavoro senza gioia, lo raccolsero e scesero a valle a combattere la loro battaglia di redenzione, per conquistare il diritto alla terra.

Nell’articolo su La tofa, intitolato “Una morte ingiusta”, gli ex allievi di Mastrogiovanni scrivono:

Nell’agosto del 2009 è morto il nostro maestro. Lui era un gigante dalle mille risorse, un uomo buono e comprensibile. Lui non si limitava solo ad insegnarci la matematica, ma ci dava anche preziosi consigli sulle altre materie. Durante l’intervallo molto spesso amava leggere il dizionario. A noi questa abitudine sembrava un po’ strana, un giorno infatti un nostro compagno gli domandò perché aveva questa passione, e lui rispose che nella vita bisogna sempre istruirsi e imparare nuovi vocaboli. Un bell’aspetto del suo carattere era quello di essere sempre sorridente anche nei momenti magari più difficili. Purtroppo ancora oggi ragioni valide della sua morte non ci sono, ma una cosa è certa, il gigante buono di tutti i suoi alunni, è morto per i maltrattamenti subiti.

Gli ultimi giorni

Sono le 11.00 del 31 luglio 2009 quando l’ambulanza che trasporta Franco Mastrogiovanni parte alla volta dell’ospedale di Vallo della Lucania, dove questi ha appena supplicato di non essere trasportato “perché lì mi ammazzano”. Qualcuno non riesce a trattenere le lacrime, ma gli ordini vanno eseguiti e nessuno ha il coraggio di fermare la macchina repressiva che è stata messa in moto.

Un’immagine del film 87 ore – Gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni di Costanza Quatriglio.

Il sindaco di Pollica Angelo Vassallo, pur non avendo più competenza sulla vicenda perché il fermo è avvenuto in un altro comune, firma il trattamento sanitario obbligatorio facendosi leggere al telefono i certificati medici e senza neppure avvisare il suo collega di San Mauro Cilento. Eppure, non sarebbe bastato il fatto che Mastrogiovanni si è consegnato, ha persino bevuto un caffè e si è fatto una doccia senza dare in escandescenze per far decadere il tso? È una delle tante domande che si è posto il Comitato verità e giustizia, che si è costituito parte civile al processo insieme ai familiari e ha avuto un ruolo importante nel convincere quest’ultimi a dare battaglia.

Non è l’unico dubbio. Per esempio, al Comitato non sono convinti del movente: se si fosse trattato solo di una persona che aveva spinto un po’ troppo il piede sull’acceleratore, non sarebbe stato sufficiente multarlo, magari sospendergli la patente, e rimandarlo a casa? Ancora: perché, se Mastrogiovanni era considerato così pericoloso da meritare un ricovero coatto, è stato lasciato libero di scorrazzare per un’intera notte?

Gli ultimi giorni di vita di Mastrogiovanni sono un crescendo di insostenibile violenza

Avrebbero voluto chiederlo pure al sindaco Vassallo, se quest’ultimo non fosse rimasto vittima di un agguato tuttora insoluto un anno dopo, il 5 settembre del 2010, mentre rientrava nella sua abitazione a Pollica. “La sua testimonianza sarebbe stata utile, almeno avrebbe potuto spiegare i motivi di quel tso”, dicono al Comitato, tra i cui principali esponenti c’è l’ex presidente del Parco del Cilento Giuseppe Tarallo, legato a Vassallo da un’antica e comune passione ambientalista.

Cronaca di una morte annunciata

Gli ultimi giorni di vita di Mastrogiovanni sono un crescendo di insostenibile violenza, come si può vedere nel documentario di Costanza Quatriglio. È utile guardarlo tenendo presente le 183 pagine di motivazioni della sentenza di primo grado, che il 30 ottobre del 2012 ha condannato sei medici a pene tra i due e i quattro anni per falso ideologico in atto pubblico, sequestro di persona e morte in conseguenza di altro delitto.

All’arrivo in ospedale, alle 12.33 del 31 luglio, Franco Mastrogiovanni appare tranquillo. È scottato dal sole e lo vediamo passeggiare nei corridoi, a torso nudo, con il costume blu che aveva in spiaggia. Si intrattiene persino a parlare con un medico e gli stringe la mano, poi va a ritirare il vassoio con il pasto, se lo porta in camera, mangia tranquillamente e riposa, nella canicola estiva. L’incubo comincia quando gli infermieri arrivano per chiedergli l’esame delle urine. Al suo rifiuto, lo legano mani e piedi. Solo allora il paziente comincia a dimenarsi e a urlare.“Le immagini certificano che fu proprio la contenzione a far nascere e crescere in Mastrogiovanni il senso di disperazione e paura che lo portarono a più riprese a tentare di liberarsi dalle cinghie con cui era bloccato”, scrive la presidente del tribunale Elisabetta Garzo.

Nelle sue parole pare riecheggiare il monito di qualche ora prima, sulla spiaggia: “Non portatemi all’ospedale di Vallo perché lì mi ammazzano”. Mastrogiovanni implora invano l’intervento del primario, il dottor Michele Di Genio. “Si rivolge a lui in uno degli ultimi disperati tentativi di sfuggire alla barbarie”, si legge nelle motivazioni della sentenza, che usa parole più dure delle condanne inflitte. Ma il medico, “nella piena consapevolezza che quanto sta osservando si fonda su un illecito, non fa nulla e permette che Mastrogiovanni rimanga nelle disumane condizioni in cui poi verrà trovato morto”.

Nessuno ha la facoltà di privare un’altra persona della libertà di movimento, neppure in un carcere

Le telecamere registrano un uomo che cerca di divincolarsi in ogni modo e che pian piano si consuma, sedato e alimentato solo da una flebo. Gli infermieri non avranno il coraggio di disobbedire, anzi applicheranno alla lettera le prescrizioni. In dodici saranno assolti perché hanno ritenuto di “obbedire a un ordine legittimo” e “non potevano prendere l’iniziativa” di sciogliere i lacci della contenzione, “tenuto conto della totale impreparazione scientifica, non avendo seguito corsi di aggiornamento”. Questa tesi sarà contestata nel processo di secondo grado, in corso alla corte d’appello di Salerno, dove il procuratore generale ha sostenuto, al contrario, che gli infermieri “non sono meri esecutori di ordini dei medici, ma professionisti autonomi che avevano il dovere di rendersi conto delle condizioni del paziente”.

Il problema, per Giuseppe Galzerano, storico editore anarchico cilentano nonché amico fraterno di Mastrogiovanni, è la contenzione: “Molti la ritengono un atto medico, ma non c’è nulla di più falso. I medici sono pagati per curare, non per legare, eppure spesso lo fanno. Ma nessuno ha la facoltà di privare un’altra persona della libertà di movimento, neppure in un carcere. Si tratta di un abuso gravissimo”.

È quello che è accaduto a Franco Mastrogiovanni, trentuno anni dopo l’approvazione della legge Basaglia che ha chiuso i manicomi e limitato drasticamente le misure coercitive e i trattamenti farmacologici invasivi. La motivazione della sentenza di primo grado gli dà ragione: definisce la contenzione “un’abitudine sconsiderata”. Ma a Vallo della Lucania, per ammissione degli stessi medici, è una pratica usuale. Mastrogiovanni, spiegano, viene legato perché rifiutava l’esame delle urine.

La stanza delle torture

Le riprese, fredde e impersonali come possono essere quelle non guidate da una mano umana, restituiscono l’idea di una stanza delle torture, né più né meno, dove ognuno fa la sua parte senza curarsi di quello che sta accadendo: sfilano infermieri che portano pasti che il paziente non può mangiare semplicemente perché è legato e che poi vanno a riprendere quattro ore dopo, donne delle pulizie che mantengono la stanza in ordine. In quattro giorni di ricovero, il paziente non sarà mai pulito o lavato. Lo lasciano a marcire.

Nelle motivazioni della sentenza si legge che Mastrogiovanni “fu contenuto per tutto il periodo del suo ricovero senza manifestare alcun sintomo di violenza verso se stesso, né nei confronti dei sanitari e degli altri ammalati, né di aggressività verbale. Inoltre rimase senza mangiare e bere e non fu mai liberato dalle fascette impiegate”, tranne una sola volta per pochissimi minuti, cosa che gli procurerà escoriazioni profonde due centimetri ai polsi e alle caviglie.

Per quattro giorni nessuno ha fatto nulla per rispondere alle sue richieste di aiuto o per alleviarne le sofferenze

La sera del 3 agosto la nipote Grazia Serra va a trovarlo in ospedale ma le viene impedito di entrare nel reparto e non viene neppure avvisata della contenzione. La sorella Caterina si rivolge al sindaco di Castelnuovo Cilento per avere qualche notizia e questi la rassicura: suo fratello sta bene. Ma passano solo poche ore e la mattina del 4 agosto è lo stesso sindaco ad avvisare Caterina che Franco Mastrogiovanni è morto. I familiari non riceveranno mai una telefonata dai medici e neppure le condoglianze dal San Luca di Vallo della Lucania.

Non ci sarà nemmeno una lettera di scuse per quello che è accaduto e per l’ultimo, pacchiano, errore: una telefonata dall’ospedale a casa del compagno di stanza di Mastrogiovanni, l’imbianchino Giuseppe Mangoletti, per dire ai familiari di “portare i panni”, un modo gergale per avvisare che il loro congiunto è morto.

Un dettaglio che rivela come a dare il colpo di grazia al “noto anarchico” possa essere stata una miscela di disinteresse e inefficienze, di incuria e totale indifferenza, persino di ottusa burocrazia. Per quattro giorni chiunque si è trovato ad avere a che fare con lui non ha fatto nulla per rispondere alle sue richieste di aiuto o per alleviarne le sofferenze, anzi è persino accaduto che qualcuno gli abbia gettato un asciugamano sulla faccia senza troppi complimenti. Le immagini delle telecamere fisse dell’ospedale restituiscono un’assenza di umanità che, al di là delle verità giudiziarie, fa poco onore a protagonisti e comprimari di questa triste vicenda.

Mastrogiovanni muore all’1.45 di notte del 4 agosto 2009, dopo 81 ore di agonia, ma la sua morte viene scoperta solo il mattino seguente. L’autopsia dirà che è morto per asfissia, causata da un edema polmonare provocato dalla contenzione, una pratica definita “illecita, impropria e antigiuridica”. “È morto come Cristo in croce”, dirà la sorella con una definizione più evocativa di qualsiasi immagine. A quel lettino, la sua croce, quel povero cristo anarchico è rimasto legato ancora sei ore dopo il decesso. In totale fanno 87.

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Pier Andrea Canei