Il museo d’arte contemporanea di Bolzano. (Alessandro Digaetano, Luzphoto)
reportage
Bolzano e barbarie
Il museo d’arte contemporanea di Bolzano.
  • 20 Feb 2016 10.54

Bolzano e barbarie

20 febbraio 2016 10:54

È l’11 luglio del 1928. Mario Bassi scende dal treno, attraversa la stazione e si incammina verso il centro della città. Poi, dopo una ventina di passi appena, si ferma e si gira. Alza lo sguardo verso l’imponente fronte dell’edificio ferroviario, inaugurato da poche settimane. La luminosità del cielo gli ferisce gli occhi: calca il cappello per proteggerli. Poi, attento, passa in rassegna le otto colonne e il severo architrave dalle linee austere. Parlano una lingua che conosce, la stessa lingua di pietra che è venuto fin qui a celebrare. A tradurre in parole. Già: tradurre colonne di pietra in colonne di giornale, così si potrebbe descrivere ciò che è venuto a fare a Bolzano. Oggi e domani, due giorni per raccontare ai lettori del quotidiano La Stampa come pietre e parole portino l’italianità, e dunque la civiltà, in questa barbara provincia.

Pietre e parole, certo, ma non si trascuri il piombo! Indispensabile per stampare i giornali, irrinunciabile per espandere la civiltà! Bassi lo sa: nel 1911 il direttore l’ha inviato al seguito delle truppe italiane che occupano la Libia, ed è proprio laggiù che ha conquistato la sua prima medaglia al valore. Ma ecco: riprende il cammino. Ora riconosco, pur mimetizzato nell’andatura borghese, il passo di marcia.

Purtroppo non vedo, non so immaginare, come sia il viale della stazione che percorre: le foto d’epoca sono tutte concentrate sulle nuove colonne dell’edificio. Certo: ai margini delle cartoline ci sono fronde d’albero e sagome ombrose, ma sono solo un vezzo del fotografo e non aiutano a capire quanto sia rimasto del Bahnhofspark di prima della guerra. Proprio come i rendering, oggi, non danno conto di quanto (poco) pubblico e fruibile sarà questo stesso parco dopo la realizzazione del progetto che divide la città, il Kaufhaus Bozen.

Ma – e torniamo al 1928 – di qualcosa sono certo: attorno alla stazione non ci sono spacci di pietanze estranee alla cucina nazionale (oggi diremmo “chioschi di kebab”), né assembramenti di forestieri che disturbino la quiete (oggi “extracomunitari che litigano e schiamazzano”). Non c’è il cosiddetto degrado, insomma: regna il “decoro”. Nel giorno di luglio in cui passeggia Bassi, poi, anche il più innocuo degli etilisti è al sicuro in cella e le prostitute non si allontanano dal bordello: è la vigilia dell’arrivo del re. “La città”, racconta il cronista, “si va vestendo nel prepararsi alla solenne sagra […]; e i drappi delle bandiere ai balconi ed alle finestre ed i labari in vetta a sottili antenne; e gli ondanti festoni lungo le facciate delle case ed attraverso le vie, sono mossi da un fiato di brezza, appena di tanto che possano piegarsi e lentamente sventolare”.

È la brezza di montagne che gli sono care: durante la grande guerra era ufficiale degli alpini; in seguito fu imbarcato in navi, aerei e sottomarini; poi, dopo l’armistizio, spia in Dalmazia e quindi, fino a poche settimane fa, a scrivere e combattere in Cirenaica e Tripolitania per la riconquista della Libia. E adesso è qui ad aspettare il re, per registrare e narrare l’inaugurazione del Monumento alla Vittoria, perno e pungolo dell’italianizzazione di Bolzano, summa dei discorsi di pietra che affermano e ricordano chi siano i padroni della città e dell’Italia intera. Scrive:

Sul fastigio della fronte del tempio la Vittoria alata, scolpita dal Dazzi, tende l’arco verso il confine delle Alpi e sotto è la scritta: ‘Hic patriae fines siste signa. Hinc ceteros excoluimus lingua, legibus, artibus’ [Qui abbiamo posto il confine della patria. Da qui educammo gli altri nella lingua, le leggi, le arti]. Forse meglio che ‘Ceteros’ [altri] avremmo voluto leggere ‘Barbaros’, che sarebbe stato tanto più latino, anzi più romano. Ma si è voluto essere cortesi, con quelli di là. Anche questa cortesia italiana è antica e nuova.

Quelli di là, “i barbari”, sono gli austriaci, naturalmente. E per logica conseguenza barbari sono anche quelli rimasti di qua dal confine, i cittadini italiani di lingua tedesca. Il primo atto di cortesia fascista nei loro confronti risale al 1921, quando un pacifico corteo in costume tirolese è assalito da centinaia di squadristi a bastonate, colpi di arma da fuoco e bombe a mano. È la Bozner Blutsonntag, la domenica di sangue di Bolzano. Cortesia del regime anche la cancellazione dell’insegnamento del tedesco nelle scuole (1923) e, dal 1925, il divieto dell’insegnamento privato.

Da allora i docenti delle scuole clandestine, le Katakombenschulen, sono multati, incarcerati e mandati al confino. Ma Bassi, e il fascismo che volle il monumento, hanno in mente anche altri barbari: gli abitanti delle colonie. A loro la civiltà e la cortesia italiana hanno portato bombardamenti, esecuzioni sommarie, deportazioni di massa; poco dopo quel 1928 porteranno altre, smisurate, violenze.
Scrive Mattia Salvia su Vice:

Emblematico è il caso di Cufra, città considerata da Graziani il ‘centro di raccolta di tutto il fuoriuscitismo libico’, che venne bombardata a tappeto e, una volta presa, saccheggiata per tre giorni tra violenze di ogni tipo. Le atrocità documentate […] parlano di stupri, decapitazioni, evirazioni, donne incinte squartate, bambini gettati in calderoni pieni di acqua bollente, anziani a cui venivano cavati gli occhi e strappate le unghie […]. Anche armi chimiche come il fosgene e l’iprite, vietate dalla Società delle Nazioni nel 1925, continuarono a essere utilizzate dall’Italia in Libia fino al 1931.

Ci sono i barbari, oggi? E chi sono i barbari, oggi? Sono, come sempre, quelli ridotti a barbaro dallo sguardo di chi pretende di essere più civilizzato di loro. Barbari sono, per esempio, quelli nei cui confronti tolleriamo trattamenti che non tollereremmo tra civilizzati, ma senza avere coscienza di quanto quei comportamenti siano discriminatori.

Il monumento alla Vittoria a Bolzano.

Se torniamo sui nostri passi, fino in stazione, l’esempio trova applicazione in ciò che segue. Dalla primavera del 2015 alcuni passeggeri dei treni diretti a Monaco vengono fatti scendere a Bolzano. Non si tratta di viaggiatori privi di biglietto o di etilisti molesti che strattonano il capotreno: sono, semplicemente, persone che hanno l’aspetto del migrante. A selezionarli sono le pattuglie “trilaterali” di agenti italiani, austriaci e tedeschi. A fondamento del loro agire c’è – deve necessariamente esserci – un ordine dei superiori. Viene da chiedersi come possa essere stato formulato precisamente questo ordine: “Controllate i neri”? “Le facce mediorientali”? “Quelli vestiti da profugo”? Non è una questione così banale, tanto che un dirigente del sindacato di polizia Siulp prova a domandarlo ai superiori: “Questa selezione che basi ha?”. Ma poi si risponde da solo: “Basta entrare in una stazione: la cernita è fatta sulla base del colore”.

Si tratta di profilazione razziale (racial profiling), e ha luogo quando le forze dell’ordine controllano una persona non in base al suo comportamento ma in base al colore della sua pelle o ai suoi tratti somatici. La commissione del Consiglio d’Europa contro razzismo e intolleranza (Ecri) raccomanda ai paesi membri di definirla chiaramente in modo da identificarne i limiti tollerabili (minimi, e legati a strettissime urgenze come il fermare un sospetto in fuga) e vietarla in ogni altro caso. Italia, Austria e Germania, che fanno parte da più di mezzo secolo del Consiglio d’Europa, praticano quindi il racial profiling, ma ciò non è neppure oggetto di dibattito politico.

Probabilmente questa indifferenza ha radici in quanto detto sopra: perché si tratta di un trattamento discriminatorio esercitato su qualcuno che non si ritiene dotato dello stesso livello di civiltà, e dunque su qualcuno di almeno un po’ più barbaro. E dopo la profilazione razziale cosa succede? Lo racconta Diana, volontaria del gruppo informale Binario1:

Nei periodi più intensi del 2015 i migranti che arrivavano qui erano cento e più al giorno. Venivano fatti scendere la mattina dal treno da Roma o alla sera da quello da Verona della Deutsche Bahn. A volte naturalmente venivano fatte scendere anche persone con i documenti in regola; e comunque tutti rimanevano senza il biglietto, che è a prenotazione. Non ricevevano spiegazioni e probabilmente proprio per questo abbiamo sentito il bisogno di esserci: per aiutare i migranti a interpretare una situazione altrimenti indecifrabile. Gli abbiamo spiegato – nelle lingue che conosciamo – dove si trovavano (c’era chi pensava o sperava di essere già in Germania) e che cosa stava accadendo. Che il controllo di polizia consisteva in una foto e nell’ingiunzione a presentarsi in questura entro 48 ore (come era scritto, in italiano, sul foglio che gli consegnavano), pena una multa. È lì, in questura, che gli avrebbero preso le famose impronte digitali, quelle che costringono il migrante a chiedere asilo nel paese che le ha registrate. Mi chiedi se qualcuno ci andava? No, non credo: dopo il controllo tutti ripartivano, al più tardi con il treno delle 21.30 per Innsbruck. Ma noi non entravamo in questa dinamica: quella di presentarsi o meno è una scelta che ognuno di loro faceva sotto la propria responsabilità. Noi spiegavamo dove si trovavano, cosa c’era scritto sul foglio e dov’era la (sola) doccia a disposizione. I migranti potevano bere e mangiare qualcosa e chi aveva bisogno di vestiti ne riceveva: tanti cittadini ne hanno portati, e in generale la risposta dei bolzanini è stata generosa. Poi la provincia ha incaricato l’associazione Volontarius di dare assistenza ai migranti in stazione, ma noi siamo rimasti: un punto di vista non istituzionale deve restare.

C’è chi vede un happy ending in questa storia: in fondo i migranti riescono a passare; nella burocrazia delle frontiere c’è un lato di inefficienza che lascia spazio all’umanità, eccetera. Mi pare ottimismo fuori luogo: è precisamente quella pratica di selezione e trattenimento forzato che rende pensabile, possibile ed eventualmente praticabile ciò che sta maturando in questo 2016 in Austria, ovvero la chiusura delle frontiere. Il “poco male” è qui, come spesso accade, solo allenamento al peggio. Prima di salutare Diana le chiedo da che paese venissero i migranti: “Soprattutto da Etiopia ed Eritrea”, risponde. Penso: è dove Mario Bassi, nel 1936, conquisterà due medaglie al valore. Di che valore si tratti, poi, abbiamo già detto.

Spostiamoci di pochi metri, fino ai giardini della stazione. Luogo di ritrovo di altri barbari, questo modesto parco pubblico è al centro di ogni discorso antidegrado, qui a Bolzano. Discorso e anzi ideologia, quella del decoro, che tutto è tranne che spontanea. Sincere sono le paure che ne costituiscono l’innesco, questo sì. Paure e sofferenze della parte più fragile della classe media. Legate alla crisi economica, alla perdita dei diritti sociali, alla precarizzazione di ogni ambito dell’esistenza. Paure che avvelenano, paure che devono essere gettate fuori di sé; ed è in questo fuori ostile, complesso, così difficile da decodificare, che risplende la figura del barbaro.

Contro di lui i bravi cittadini (che sono disperati, ma non possono ammetterlo a se stessi) ritrovano uno scopo che non pensavano più di avere; contro di lui crescono i proclami e i punti esclamativi: Basta! Finiamola!! Riprendiamoci il quartiere/la città/la nazione!!! Quando i punti esclamativi riempiono intere pagine di Facebook; quando nel calderone la temperatura è alta e vi ribollono insieme, mescolandosi, paure reali e ridicole manie d’ordine, mani sapienti ne traggono strumenti di consenso politico. Scrive Tamar Pitch in Contro il decoro (Laterza 2013):

Talvolta i sindaci [con le ordinanze ‘antidegrado’] rispondono a domande dei cittadini perbene, ma spesso le anticipano, contribuendo così all’indistinzione tra illegalità e disturbo, tra criminalità e disagio, tra reati e inciviltà […] e finendo per confinare nella categoria dei permale poveri, mendicanti, senza casa, lavavetri, prostitute/i, ragazzi e ragazze in cerca di svago, immigrati/e, e naturalmente rom e sinti.

Ecco: l’indistinzione tra illegalità e disturbo, tra criminalità e disagio, è davvero il tratto tipico del discorso dei politici sul degrado, anche a Bolzano. Lo ritroviamo negli interventi di due ex consiglieri comunali. Prima Vitantonio Gambetti, indipendente di destra: “Bolzano è decaduta. Non è più quella di un tempo. Ormai da mesi non passa giorno che non si legga di tutto (aggressione in chiesa ad un parroco, sulle scale ai danni di una impiegata, nelle piazze ecc.) e così si passa dalle violenze, ai furti, dalle rapine, ai vandalismi alle truffe”. Poi lo stesso articolo dell’Alto Adige prosegue: “Il consigliere del Psi Claudio Della Ratta spiega che i cittadini ‘normali’, quelli che lavorano e pagano le tasse, quelli che vorrebbero vivere una vita ‘normale’ hanno il diritto di riappropriarsi del parco della stazione, ora utilizzato esclusivamente come dimora diurna di tanti disperati. Che urlano e bevono senza soluzione di continuità (ottimo biglietto da visita per i turisti che arrivano in treno). Analogamente piazza Magnago (sede di palazzi provinciali) vede ormai la fissa presenza di extracomunitari che litigano e schiamazzano”.

Il parco del Talvera a Bolzano.

Litigare e schiamazzare, urlare e bere “senza soluzione di continuità” (quindi bere urlando? Urlare senza smettere di bere? Come si può farlo senza farsi andare la birra di traverso?), e appresso le truffe e i vandalismi; mele, pere e la somma arbitraria tra quello che accade nel parco della stazione e quello che accade in Bolzano tutta, magari anche in provincia; le violenze e i furti (cioè i reati veri) seguiti dalla “dimora diurna” dei “disperati” (e qui il crimine qual è? La disperazione, o il suo manifestarsi diurno e dunque alla luce del sole?).

Le prediche dei politici antidegrado si somigliano tutte, e la ragione sembra impotente a smontarle. Perché “un cartello irto di punti esclamativi, messo insieme in due minuti e viralizzato su Facebook in mezz’ora, sarà sempre più potente di ogni spiegazione” (Wu Ming 1, Cent’anni a Nordest, Rizzoli 2015). A nulla serve ricordare che le truffe più devastanti per la classe media si presentano con il vestito buono di prodotti finanziari e con clausole stampate in piccolo; che le violenze peggiori avvengono tra le mura di casa e che i ladri con un minimo di professionalità non passano la giornata sulla panchina. Né serve far notare che litigare e schiamazzare è una caratteristica che altri considerano tipicamente italiana, mentre qui è attribuita agli “extracomunitari”.

Paolo, un signore esuberante che incontro poco lontano dai giardini, mi dice: “Ma che degrado, il verde non si degrada! Non c’è niente che si debba fare: al limite, in qualche punto critico, basterebbe un poliziotto ogni tanto!”; oppure, Michael: “Quello che la gente chiama degrado, perché l’ha sentito chiamare così dai media, in realtà è disagio sociale”. Hanno ragione entrambi, ma mentre li ascolto so già che “fare niente” sul degrado e “affrontare il disagio sociale” è esattamente ciò che gli amministratori non possono e non vogliono permettersi. Così, pur di “fare qualcosa”, combattono il degrado occultando e reprimendo il disagio sociale, con un’irresponsabilità che solo gli storici del futuro sapranno cogliere nelle sue proporzioni.

Il salvatore di turno

Agli interessi di bottega elettorale si accompagnano, da subito, gli interessi economici di chi propone soluzioni da cui in seguito trarrà profitto. Anche qui la spontaneità dei cittadini è pari a zero: sono i politici dell’antidegrado a portare in spalla il salvatore di turno – in questo caso il milionario austriaco René Benko con il suo progetto Kaufhaus Bozen. “Meglio Benko che il degrado attuale”, scrive Marco Timperio, candidato del Partito democratico alle elezioni comunali di maggio 2015. In realtà il comparativo è solo retorico: Timperio è un vero entusiasta del progetto, e il suo articolo è un peana alla trasformazione urbanistica in funzione antidegrado.

La zona della stazione è descritta come uno scenario di guerra (“edifici semi abbandonati […], accoltellamenti, aggressioni e liti furibonde fra i disperati”) – in modo così drammatico e convincente che, ripensando a tutte le volte che ci sono passato, arrivando e ripartendo con il treno, mi stupisco di essere sempre tornato incolume a Bologna. Poi mi viene in mente che gli antidegrado di Bologna fanno gli stessi discorsi sulla mia città e quindi realizzo di essere, evidentemente, un miracolato.

“Tutto comincia con il progetto presentato al comune dalla Khb srl del gruppo Signa, come previsto dal procedimento per la formazione di un piano di riqualificazione urbanistica. È il novembre 2013”, scrive Bolzano Domani, house organ della Kaufhaus Bozen (Khb), società del gruppo di Benko. In verità tutto comincia prima, nel luglio dello stesso anno, quando la provincia autonoma approva un articolo di modifica della legge urbanistica (il 55, da subito chiamato lex Benko), con il quale i comuni perdono l’esclusiva sulla programmazione urbanistica. Osserva Luigi Scolari sul Corriere dell’Alto Adige dell’11 maggio 2014:

Ora è il privato che individua la zona da riqualificare e sottopone al comune il suo progetto. Consentendo ingerenze del privato sulla pianificazione pubblica, [l’articolo 55] permette a chi detiene le capacità per finanziare una trasformazione urbana di assumere un potere di contrattazione tale da mettere in difficoltà il governo cittadino.

I politici, gli amministratori, si sottraggono quindi al compito che dà loro il nome (l’amministrazione della polis), e si ritagliano un residuale ruolo di “garanti” dell’interesse pubblico. Ma che garanzia ci può essere di fronte a chi ha i soldi di comprarsi pezzi di città e sa di poter decidere che cosa farne? E quale classe politica sarà in grado di farla valere, quella garanzia, dopo aver entusiasticamente liberato dalla bottiglia gli animal spirits del capitale?

È più facile il contrario, cioè che siano gli animal spirits a infilare in bottiglia la classe politica. Ma vediamolo, questo progetto che “ha come obiettivo primario la rinascita dell’intero centro cittadino” ed è quindi molto più di quello di un centro commerciale, come ci avverte un altro numero del bollettino aziendale:

Gli imprenditori della SIGNA di Innsbruck, capeggiati dal fondatore René Benko, hanno illustrato […] il progetto che non si limita alla costruzione di un centro commerciale, ma ha come obiettivo primario la rinascita dell’intero centro cittadino. Il progetto SIGNA prevede uno shopping center, un albergo, abitazioni e uffici, ampi spazi showroom […] la creazione di tantissime aree verdi, anche sui tetti degli edifici […] il centro commerciale offrirà lavoro sicuro a un migliaio di persone tra negozi, albergo, ristoranti, bar e altre attività dell’indotto […]. Il progetto si pone come obiettivo anche l’alleggerimento del traffico in centro.

Per ognuno dei punti elencati è possibile riconoscere una realtà di segno opposto, transustanziata in modo quasi magico dal potere del denaro e della persuasione di Benko. La superficie commerciale del Kaufhaus, 35mila metri quadrati, raddoppierà quella oggi esistente in tutto il centro di Bolzano. Quindi ai posti di lavoro creati andranno sottratti quelli distrutti altrove: secondo una ricerca del 2010 della Cgia di Mestre, “a ogni occupato […] nei centri commerciali, si sono persi sei posti di lavoro tra i piccoli negozianti”. La risistemazione della viabilità, mi spiega Luigi Scolari, architetto impegnato nel gruppo Città nostra/unsere Stadt, non riduce affatto il traffico di superficie nel quartiere, ma lo concentra su una sola arteria. Gli chiedo poi del verde, e mi dice che “tutto il lato Kaufhaus del parco della stazione diventerà una sua pertinenza, e almeno in parte sarà lastricato”.

Un documento del comitato Quasicentrum parla di “perdita di un bene comune irriproducibile” e mostra (a pagina 37) cartine assai più chiare dei rendering di Signa. Già, i rendering. La loro fallace aritmetica del più verde (sui tetti) in cambio del meno verde del parco della stazione non cambia il risultato: il parco è sottratto all’uso pubblico ed è quindi, per così dire, riqualificato proprio in virtù della sua scomparsa.

Per gli appartamenti (di lusso) previsti dal progetto, la materia su cui opera la transustanziazione benkiana è il condominio di via Garibaldi 20. La storia di questo stabile meriterebbe un romanzo verista: gli inquilini erano in buona parte immigrati che per dividere l’affitto affollavano gli appartamenti. Qui, proprio perché si parte da una vera situazione di disagio, la descrizione del degrado raggiunge toni parossistici. Nel 2011 nel palazzo si trovano “spazzatura, cibo scaduto, cimici, scarafaggi, e bombole del gas a rischio esplosione” e cinque persone vengono denunciate perché hanno cercato, con qualche tramezzo, di guadagnare un po’ di privacy negli appartamenti condivisi. Saranno chiamati a rispondere “di costruzione abusiva e non rispetto delle norme sull’edilizia”. Poi, nel 2012, 150 (centocinquanta!) carabinieri “con l’ausilio di nuclei cinofili, un elicottero, i Nas con la collaborazione dell’Ufficio igiene dell’Asl” compiono una retata, il cui esito è la scoperta di “situazioni di degrado igienico all’interno di alcuni appartamenti” e l’arresto di tre stranieri “perché trovati in possesso di determinati quantitativi di hashish”.

Vista la sproporzione tra mezzi impiegati e risultati, mi domando se chi si compiace di tali operazioni di polizia non abbia mai accumulato spazzatura o lasciato ammuffire del cibo in frigorifero, fumato una canna, trovato uno scarafaggio sotto il lavello o avuto amici che vivono al limite del “degrado igienico”. E se sia in grado di valutare, il bravo cittadino antidegrado, quanto rigide con i poveri ed elastiche con i potenti siano le normative edilizie.

No, non voglio minimizzare la realtà del disagio abitativo, né le sue conseguenze indirette sui condòmini. Ma per questa realtà esiste (dovrebbe esistere) un governo cittadino capace di trovare soluzioni: alloggi per le persone in sovrannumero, locazioni a prezzo calmierato, soluzioni pratiche al problema del gas eccetera. Invece alla denuncia e agli articoli di giornale non seguono risposte ma l’appello a Benko. E Benko non si fa pregare, capace com’è di trasformare tutto in oro (abbattendo e ricostruendo, se possibile, ma anche solo ristrutturando radicalmente). Così sottoscrive preliminari per comprare tutto a condizione che siano sfrattati gli inquilini – “non riusciamo a trovare niente, nessuno ci affitta. Finiremo sul fiume”–; l’amministratore stacca il riscaldamento (due ottantenni si ammalano) e gli irriducibili che non vogliono vendere ricevono la visita del sindaco Spagnolli (Pd). Che si fa mostrare la casa e poi, mestamente, ricorda: “Se voi non vendete, qui salta tutto…”. Seguono, da parte dello stesso sindaco, vaghe, e ipso facto smentite, minacce di esproprio.

Un complesso di edilizia popolare a Bolzano.

L’ambizione smisurata del progetto, la consegna al privato delle scelte urbanistiche, le demolizioni di fabbricati funzionali e importanti (l’autostazione, la sede della provincia da poco ristrutturata) ci avvertono che sta avvenendo qualcosa di rilevante e non occasionale. Siamo spettatori dell’affermarsi nella città di quella che Marx ha chiamato sussunzione reale, fase storica in cui il capitale non si accontenta più di spremere il massimo del profitto da un processo produttivo preesistente (o, nel nostro caso, da una città storicamente determinata), ma pretende di ricrearla a propria immagine e somiglianza, modellandola plasticamente con abbattimenti e riedificazioni.

Sotto questo profilo anche le campagne antidegrado si illuminano diversamente: i marginali, quelli che litigano e schiamazzano sulle panchine, disturbano la messa a valore della città. Quale azienda metterebbe in mostra nel flagship store gli scarti produttivi? Gli scarti devono sparire oppure, meglio ancora, essere riciclati altrove: nell’assistenza sociale privatizzata, nella carità defiscalizzata delle fondazioni e così via.

Naturalmente questa sussunzione è un work in progress, su cui il residuo di rappresentatività sociale e politica delle istituzioni agisce come un freno. Il 23 luglio 2015 il consiglio comunale delibera sul progetto Benko. A voto segreto, come forma di “tutela rispetto al rischio di cause legali”. Questa paura delle richieste di danni ha a che vedere con la questione: è possibile rimettere gli animal spirits del capitale nella bottiglia? È possibile decidere in libertà di fronte a operatori economici di tali dimensioni?

In effetti è forse proprio per la segretezza dell’urna che i due principali partiti, Südtiroler Volkspartei e Partito democratico, votano scompostamente e il progetto viene bocciato (per un solo voto). La politica si riprende il governo della città, quindi? Tutt’altro: quel voto non doveva andare così, e per la maggioranza consiliare comincia una stagione di scontri che conduce, a fine settembre, alle teatrali dimissioni del sindaco Spagnolli. Ma nella scena finale e mentre già cala il sipario, Spagnolli riprende in mano il progetto Benko, suggerisce modifiche marginali e lo riposiziona sulla casella “Via” del Monopoli bolzanino, dandogli una seconda chance.

“Ritenta, sarai più fortunato!”, dice il bigliettino trovato da Benko nel cioccolatino Bozen: se il voto non dà il risultato sperato si ripete. Noto che anche in questa, ultima, decisione del sindaco sembra pesare la paura dei risarcimenti e il rischio “di essere chiamato a risponderne individualmente”, come scrive lui stesso. “Die ich rief, die Geister / werd ich nun nicht los”: è lo spavento dell’apprendista stregone di Goethe. Gli spiriti che ha richiamato, gli animal spirits del capitale, non mollano la città e i suoi vertici. E, in effetti, gli avvocati di Benko si appellano al Tar: “Il voto in consiglio non vale”. Se il tribunale amministrativo gli darà ragione chiederanno – è il caso di dirlo? – “ingenti danni” al comune.

Il solo luogo sicuro per la classe politica bolzanina sembra essere la bottiglia, lasciata ormai libera dagli spiriti. Così ci si infila e chiede che sia chiuso il tappo. L’imbottigliamento è perfezionato il 2 novembre, quando il presidente Mattarella nomina Michele Penta commissario straordinario del comune. Penta riassume in sé le funzioni di sindaco, giunta e consiglio comunale, e intende governare fino alle elezioni di maggio senza “impegnare la città su decisioni politiche”. Proposito che naturalmente ha dell’incredibile: l’amministrazione della città è in sé politica, come già detto.

Come se non ci fosse mai stato un voto del consiglio comunale, Penta indice un referendum sul progetto Benko. Un referendum? Direi piuttosto una macchina tritatutto: vi si inserisce una montagna di partecipazione (nessun quorum da raggiungere, votano pendolari e sedicenni, si sceglie il seggio che si preferisce e poi si miscela per ben cinque giorni di durata) e ne sortisce, a voler esser generosi, un topolino. Se infatti l’esito del referendum sarà un sì, allora il Kaufhaus andrà avanti; se invece sarà un no… il progetto sarà riesaminato dal prossimo consiglio comunale. E quindi, anche nel remoto caso di consultazione contraria, Benko riceverà un cioccolatino con il solito biglietto: “Ritenta! Sarai più fortunato!”.

Intanto, tra partiti chiusi in bottiglia e tecnici che negano di fare politica, Casapound potrà approfittare della campagna referendaria per amplificare il suo sostegno a Benko in funzione antidegrado; poi, a posteriori, i politici sottovetro si preoccuperanno per l’ascesa dell’estrema destra e saranno schierati in prima fila nelle fiaccolate antifasciste. Ma questo dopo, quando sarà tardi: per l’oggi c’è un’irresponsabilità di cui, l’ho già detto?, solo gli storici del futuro sapranno tracciare i confini.

Il solo a non avere paura è René Benko. Classe 1977, secondo la leggenda lascia la scuola a 17 anni e comincia a guadagnare ristrutturando e rivendendo polverose soffitte della sua città, Innsbruck. Attualmente è al ventinovesimo posto della classifica dei milionari austriaci. Signa è la holding di cui detiene il 65 per cento; le controllate sono Signa real estate (immobili per sei miliardi di euro) e Signa retail per il settore commerciale (20mila addetti). Nel comitato consultivo (advisory board) della Signa siedono un ex premier socialdemocratico oggi lobbista e una ex presidente del Partito della libertà austriaco (Fpö), per la precisione quella Susanne Riess che successe a Jörg Haider alla guida del partito della destra populista austriaca.

Oggi l’Fpö partecipa alla convention dei sovranisti a Milano (quella con Salvini e Le Pen), dove si auspica la chiusura delle frontiere e la cacciata di chi “non si adegua alle nostre regole e tradizioni” (per le regole esiste un diritto penale, ma le tradizioni sono forse obbligatorie? Gli europei che non dovessero rispettarle, poi, saranno anche loro cacciati?). E dove Salvini accusa: “Questa non è l’Europa, è un centro commerciale” (ma in consiglio comunale a Bolzano tanto la Lega nord quanto Casapound votano a favore del centro commerciale di Benko).

E, a proposito: nel 2014 Signa compra la catena tedesca Karstadt e il KaDeWe, grande magazzino del lusso a Berlino, vetrina dell’opulenza occidentale ai tempi del muro. L’anno successivo rivende il KaDeWe a La Rinascente, marchio italiano di proprietà tailandese (cos’è questa italianità che vive oggi il suo revival, se non un brand?). Ma l’Italia di Benko non finisce qui: a Bolzano possiede ormai così tanti immobili da poter condizionare all’infinito le scelte politiche della città; nella circoscrizione di Gries, con 17 milioni, trasforma la cantina vinicola in case – anzi, in “ville urbane” come pretende l’architetto – e in una cantina nuova. A Gardone Riviera costruisce ville per miliardari; la sovrintendenza ai beni paesaggistici di Brescia prova a opporsi, ma il Tar dà ragione a Signa. Come fosse una Bolzano in miniatura, la vita politica del piccolo comune del lago di Garda ruota attorno alla volontà edificatoria di Benko: “Non ci dormo la notte”, dice il sindaco.

Anche i guai giudiziari di Benko hanno a che fare con l’Italia. Nel 2009 il tycoon avrebbe incaricato il suo commercialista di risolvere positivamente un contenzioso con il fisco italiano; a tal fine sarebbero stati promessi 150mila euro all’ex premier croato Sanader perché mettesse a disposizione i suoi contatti in Italia – contatti che arrivavano fino all’allora primo ministro Berlusconi (che non è stato in alcun modo coinvolto nell’inchiesta). Questa la ricostruzione dell’accusa. La condanna a un anno di reclusione (con la condizionale), è confermata nell’agosto 2014 dalla corte suprema austriaca.

La condanna per questo “caso esemplare di corruzione” (così lo chiama la giudice Marion Zöllner) non frena la corsa di Benko, né il suo slancio verso l’Italia. Slancio che incontra, fatalmente, quello dei Farinetti verso i paesi di lingua tedesca. Nell’ottobre del 2015 Signa retail e Eataly avviano una joint venture che lega i loro destini per Germania, Austria e Svizzera tedesca. A novembre Benko è a Monaco di Baviera, all’inaugurazione del primo Eataly in terra germanica, insieme a Oscar Farinetti, “multimilionario torinese […] considerato amico del premier Matteo Renzi e del fondatore del movimento Slow Food, Carlo Petrini”, come sintetizza la Sueddeutsche Zeitung. Ma i nastri tricolore da tagliare insieme saranno molti più di quello. Compreso, prevedono entrambi, quello di Bolzano.

Così i monumenti all’italianità di Bolzano, presto, saranno due. Il primo, il Monumento alla Vittoria (Hic patriae fines siste signa. Hinc ceteros excoluimus lingua, legibus, artibus). Il secondo, in posizione topograficamente opposta rispetto al centro cittadino, l’Eataly del Kaufhaus, perla dell’ostrica benkiana e veicolo dell’italianità gastronomica e un po’ tamarra di Farinetti:

Riappropriamoci del tricolore che è un bene nazionale […] creiamo un marchio: la ‘Mela Tricolore’ […] concentriamo tutti gli investimenti per comunicare al mondo che basta cercare la ‘Mela Tricolore’ […] esporre il marchio del Piatto e delle Posate Tricolori […] esporre il marchio del Letto Tricolore ed essere presenti sulla guida online Italia Vera […].

E dell’italianità da export del suo amico Renzi:

Nel mondo c’è una grande attenzione verso l’Italia, c’è voglia di Italia. Voglia di visitare l’Italia, voglia di mangiare italiano, voglia di vestire italiano.

Tutto bene, dunque? L’italianità si è fatta morbida, flessuosa, seducente? Non aspira più alla crudele educazione dei barbari? Tutt’altro: ogni narrazione nazionale, anche la più apparentemente innocua, ha bisogno dei suoi barbari. E di barbari di questa nuova italianità ne abbiamo incontrato un buon campionario, a Bolzano.

Barbara la città, se intesa come luogo di convivenza (anche conflittuale) degli opposti, e quindi destinata a essere sostituita da una nuova città che tutto mette a reddito, spietatamente. Barbara la (pur blanda) democrazia rappresentativa, sostituita de facto dalla tecnica amministrativa e dagli uffici legali. Barbari, come da tradizione, i migranti: scacciati dai luoghi di ritrovo, sfrattati dalle case, fatti colpevoli della propria povertà; e di conseguenza barbari tutti i marginali e i disperati. E quindi noi stessi, quando ci capita di essere disperati e marginali.

Barbare, infine, anche le nostre abitudini alimentari a buon mercato, se l’house organ Bolzano Domani inserisce i “chioschi di kebab” tra le “saracinesche abbassate” e i “palazzi dalle facciate cadenti” nel suo rosario di luoghi del degrado. La civiltà ricomincia dunque scacciando degrado e kebab e sostituendolo con il costoso “cibo etnico” italiano di Eataly; la civiltà, questa orribile civiltà, ricomincia proprio dove gli animal spirits del capitale abbracciano questo nazionalismo dal volto sorridente. Anzi, dalla “cortesia antica e nuova”.

Mario Bassi muore nel 1945 indossando la divisa della Repubblica Sociale Italiana. I suoi articoli e il suo necrologio sono disponibili nell’archivio online del quotidiano La Stampa. Le informazioni sull’edificio ferroviario sono tratte da L’architettura per una Bolzano italiana 1922-1942, di Oswald Zoeggeler e Lamberto Ippolito (Tappeiner), 1992. Un riepilogo (di Flavio Pintarelli) sulla storia e il presente del monumento alla Vittoria si trova su Giap.

Un grazie sentitissimo a @s3rpe e a Marco, guide e amici.

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