Una manifestazione contro il razzismo a Fermo, il 13 luglio 2016. (Patrizia Cortellessa, Pacific Press/LightRocket/Getty Images)
Una manifestazione contro il razzismo a Fermo, il 13 luglio 2016.
  • 18 Mar 2017 10.40

Viaggio nella zona grigia che ha portato all’omicidio di Fermo

18 marzo 2017 10:40

Prima puntata di una serie di reportage sul razzismo visto dalla provincia italiana.

Da viale XX settembre, il lungo stradone che costeggia il centro storico di Fermo, è possibile scorgere uno dei panorami più belli dell’Italia centrale. Le colline verdi delle Marche, non dissimili da quelle disegnate in centinaia di tavole da Tullio Pericoli, digradano verso il mare vicino di Porto San Giorgio. Visto dal viale, il paesaggio circostante è un insieme di curve e linee razionali, modellato nel tempo, un perfetto equilibrio tra la natura e la mano dell’uomo, non ancora deturpato come in tanti altri luoghi della penisola.

Proprio qui, nel punto preciso in cui si apre un piccolo belvedere con tre panchine, il pomeriggio del 5 luglio del 2016 un ultrà della Fermana, Amedeo Mancini, ha sferrato il pugno che ha ucciso un profugo nigeriano di 36 anni, Emmanuel Chidi Nnamdi.

Dopo che per mesi gli avvocati dell’ultrà, assieme a un ampio fronte sorretto da una parte dei mezzi d’informazione locali e nazionali, hanno sostenuto la tesi della legittima difesa, il 18 gennaio scorso Amedeo Mancini – accusato di omicidio preterintenzionale – ha accettato di patteggiare la pena di 4 anni davanti alla giudice per le indagini preliminari (gip) di Fermo, Maria Grazia Leopardi.

La ricostruzione dei fatti
Così, con un’ammissione di responsabilità, sembra concludersi un processo mediatico che per mesi si è alimentato a dismisura sulle pagine dei giornali, nelle dichiarazioni dei politici, tra i bar e i salotti di Fermo, senza che il processo giudiziario vero e proprio sia mai cominciato. Al momento è possibile leggere solo il dispositivo della sentenza; le motivazioni devono essere ancora depositate. Tuttavia, per capire come si è arrivati al patteggiamento, e i modi in cui questo è stato interpretato in città, occorre ritornare a quel pomeriggio afoso del 5 luglio. E provare a raccontare che cosa è realmente accaduto.

Amedeo Mancini prende a insultarla: la chiama ripetutamente ‘scimmia africana’

Quel pomeriggio, Amedeo Mancini è seduto su una panchina del belvedere assieme a un amico, in attesa dell’autobus che ferma lì accanto. Proprio in quel momento passano Emmanuel Chidi Nnamdi e la sua compagna, Chiniery. I due nigeriani, scappati dalle violenze di Boko haram che ha distrutto parte della loro famiglia, sono ospiti del seminario insieme ad altri profughi.

Stanno andando in centro per comprare una crema, con loro c’è un altro nigeriano. I due uomini procedono a passo spedito, mentre Chiniery si ferma a bere un sorso d’acqua alla fontana vicina al belvedere. Ed è allora che Amedeo Mancini prende a insultarla. La chiama ripetutamente “scimmia africana”.

Emmanuel non capisce l’insulto, ma Chiniery sì, conosce qualche parola d’italiano, e afferra il senso di quelle parole. Le traduce a Emmanuel che si dirige verso Amedeo Mancini, che si alza di scatto dalla panchina e tra i due scoppia una colluttazione.

A questo punto le ricostruzioni dei testimoni divergono. Secondo alcuni, Emmanuel impugna un paletto segnaletico e con questo percuote Mancini. Ma dalle analisi condotte successivamente sul paletto non risulta traccia di Emmanuel, mentre ci sono sicuramente le impronte digitali di Mancini. Questo allora potrebbe confermare la tesi di Chiniery, a rileggere la ricostruzione che ha offerto nella primissima testimonianza rilasciata: è stato l’ultrà a colpire il suo compagno con il paletto. Ma non ci sono altre testimonianze a riguardo, e dall’esame autoptico il colpo mortale è più assimilabile a un pugno sferrato consapevolmente, che non all’impatto con un oggetto come un palo.

Tranne un testimone, nessun altro sostiene di aver visto partire il pugno. Neanche i vigili, che in quel momento volgono lo sguardo altrove

Fatto sta che dopo pochi minuti la colluttazione finisce, anche grazie al sopraggiungere di due vigili urbani. Emmanuel e Chiniery riprendono la loro strada, decidono di allontanarsi, ma per Mancini i conti non sono ancora chiusi. Non se la tiene, quella risposta al suo insulto. E allora raggiunge Emmanuel e gli sferra un pugno in pieno volto. Mancini tira di boxe, a casa è solito allenarsi con un sacco, pare sia stato anche un pugile amatoriale. Insomma sa come sferrare un pugno per fare male, e lo fa.

Tranne un testimone, nessun altro sostiene di aver visto partire il pugno. Neanche i vigili, che in quel momento (stranamente, stando alle loro dichiarazioni) volgono lo sguardo altrove. Ad ammettere di averlo sferrato, però, è proprio Amedeo Mancini. È lui a dire a voce abbastanza alta, tanto da essere sentito da almeno uno dei testimoni: “Come lo so pijato bene, lo so allungato”.

Emmanuel cade a terra privo di sensi. A sera entra in coma irreversibile, l’indomani pomeriggio muore. Dall’esame autoptico è evidente che il pugno sferrato a freddo abbia provocato innumerevoli lesioni nella parte posteriore del cervello.

La morte di Emmanuel Chidi Nnamdi scuote una tranquilla città di provincia come Fermo e finisce sulle prime pagine dei giornali. Ai funerali in duomo, il 9 luglio, partecipano la presidente della camera Laura Boldrini, la ministra Maria Elena Boschi, le autorità regionali, il sindaco della città Paolo Calcinaro.

Un ragazzo e una vittima
Don Vinicio Albanesi, fondatore della Comunità di Capodarco di Fermo, una vita dedicata ai diversamente abili e alle marginalità sociali, e punto di riferimento di una parte della comunità fermana, interviene alla fine della cerimonia funebre. Nel gennaio precedente aveva unito Emmanuel e Chiniery in una “promessa di matrimonio”, dal momento che i due profughi non possedevano tutti i documenti necessari per celebrare delle nozze vere e proprie. Emmanuel, tra l’altro, fervente cattolico, frequentava gli incontri dei focolarini.

Alla fine del funerale, proprio rivolgendosi a chi intende inquadrare quanto accaduto come una semplice zuffa di paese finita male, don Vinicio parla di “atto violento e gratuitamente razzista”. Poi aggiunge: “Qualcuno mi dice: ‘Vinicio, media, abbassa i toni’. No, io i toni non li abbasso. Perché io non ce l’ho con quest’uomo… Amedeo è un ragazzo come tanti. Anche lui è una vittima. Se invece di spingerlo alla sua impulsività qualcuno lo avesse aiutato a crescere, a diventare responsabile, a essere un cittadino felice… le cose sarebbero andate diversamente”.

Ma come si forma la voce del paese che prende corpo e sgorga anche sulle pagine dei giornali?

Don Vinicio non media, e per questo diventa oggetto di una campagna virulenta. Sono le sue parole, non l’evento in sé, a screditare l’immagine di una Fermo civile. Ed è qui, proprio in questo preciso momento, che il racconto pubblico del caso Emmanuel comincia a ricoprire, come un fiume limaccioso che esonda, la morte di Emmanuel.

La voce del paese ridistribuisce immediatamente le responsabilità di quanto accaduto: “La colpa è del prete”, ribadiscono in molti, “è lui a dipingere Fermo come una città razzista”. Difficile opporsi al fiume in piena. Non solo la voce del paese conferma la tesi della “zuffa finita male”: per di più, sostenuta dalle dichiarazioni dello stesso Amedeo Mancini e dei suo legali, prende corpo la tesi della legittima difesa.

Il funerale di Emmanuel Chidi Nnamdi a Fermo, il 10 luglio 2016.

Mancini sarebbe stato aggredito e – impaurito – ha reagito. Emmanuel lo avrebbe minacciato con dei colpi di karate. Brandiva il paletto come una spada. La donna era una furia. Nei mesi successivi, spunta una presunta informativa della polizia – poi sciolta come neve al sole durate l’iter preprocessuale – secondo cui Emmanuel era addirittura affiliato alla mafia nigeriana. Ma come si forma la voce del paese che prende corpo e sgorga anche sulle pagine dei giornali?

La zona grigia del paese
Mentre fuma una sigaretta dopo l’altra, Peppino Buondonno, esponente storico della sinistra fermana ed ex candidato sindaco, mi dice che attraverso il caso Emmanuel è possibile leggere in filigrana la città marchigiana. “Amedeo Mancini era un ultrà della Fermana, vicino al gruppo più radicale della curva, chiamato Il Nucleo”. Come spesso capita nelle curve italiane, nei gruppi ultrà confluisce tutto e il contrario di tutto, tuttavia una parte del Nucleo ha solidi legami con Casa Pound, che ha aperto una sede nel centro della città.

“Sono stati loro a fare gli striscioni di sostegno ad Amedeo, a chiedere la sua liberazione dal carcere, a sostenere la tesi della legittima difesa contro una aggressione subita a freddo. Il punto da capire però è che questa zona grigia è stata tollerata, fino a trovare più di un punto di contatto, dalla Fermo che non urla, la Fermo dei professionisti, dei notabili, la Fermo secondo cui i panni sporchi si lavano sempre e comunque in famiglia. In un contesto simile, chi alza i toni viene immediatamente additato come un traditore. Del resto, è capitato anche a noi, quando all’indomani della morte di Emmanuel, abbiano costituito il Comitato 5 luglio, perché non si dimenticasse, non si minimizzasse”.

Abbassare i toni. A modo suo, prova a farlo anche il fratello di Amedeo Mancini. “Lui ama scherzare così”, dice. “Quando vede un negro, gli lancia le noccioline, gioca a fare il verso dell’orango… È successo anche l’altro giorno. È stata solo una ragazzata”.

Alla Cassa di Risparmio di Fermo, gli ultrà della Fermana aprono “un conto solidale destinato ad accogliere i contributi di quanti volessero offrire un sostegno alle necessità di Amedeo”, dal momento che “la lunga e complessa attività processuale ha già comportato, e certo comporterà in futuro, spese legali e tecniche che già ora Amedeo non riesce a sostenere in autonomia”. Alla fine raccoglieranno meno di tremila euro.

Il patteggiamento appare come il risultato di una compravendita a un suq

Dopo che il gip ha accettato la richiesta di patteggiamento, don Vinicio Albanesi ha scritto in un comunicato stampa: “Il patteggiamento mette fine a una vicenda che ha portato a una morte inutile e violenta. Fin dall’inizio ho voluto tenere alto il concetto del rispetto della persona. Ed Emmanuel era un uomo che non aveva fatto niente di male, non aveva nulla ed era fuggito da una terra crudele. È un patteggiamento che accetto, al di là dei contorcimenti giuridici tra aggravanti e attenuanti”.

Eppure, per usare le stesse parole dette da don Vinicio quando lo incontro nel suo studio al piano terra della comunità di Capodarco, una stanza sommersa da libri, carte e icone mariane appese alle pareti, è impossibile non pensare dall’esterno che “il patteggiamento appare come il risultato di una compravendita a un suq”.

Leggendo tra le righe il dispositivo, esso appare come la lineare, meditata, certosina giustapposizione di pesi e contrappesi. Un intreccio che merita di essere analizzato nel dettaglio. Alla fine, Amedeo Mancini è condannato per omicidio preterintenzionale, con l’aggravante razziale. Cade la legittima difesa. Non si tratta affatto di un omicidio colposo e permane, per giunta, l’aggravante dell’odio razziale. Tuttavia, tale motivazione pesa di meno delle attenuanti contemplate nel dispositivo.

Sul luogo dell’omicidio a Fermo, il 7 Luglio 2016.

La principale attenuante è nella “provocazione” di Emmanuel. Su questo punto la sentenza sembra far propria la tesi della “colpa del nero”, benché sul corpo di Mancini non siano stati riscontrati segni significativi di colluttazione (non ha avuto neanche un giorno di prognosi), né sul paletto siano state trovate le impronte di Emmanuel. Detta in altri termini, e anticipando le motivazioni: la “provocazione del nero” consisterebbe semplicemente nell’essersi diretto verso Amedeo Mancini allorché si è fatto tradurre il senso dell’espressione “scimmia africana”.

Ma le attenuanti non finiscono qui. Nel dispositivo cadono anche i futili motivi e la recidiva, benché Mancini abbia ricevuto in passato ben quattro Daspo (cioè gli sia stato impedito per ben quattro volte di andare allo stadio, dopo che aveva partecipato a scontri violenti a fine partita) e, per giunta, sia stato più volte denunciato per resistenza a un pubblico ufficiale.

Il dibattito assente
Risultato dei pesi e contrappesi: quattro anni ai domiciliari, con la possibilità di uscire otto ore al giorno per andare a lavorare. Mancini lavora in campagna. Coltiva la terra e alleva vacche. Mentre viene pronunciata la sentenza– dicono i presenti – non degna di un solo sguardo Chiniery, seduta in aula a pochi metri di distanza.

Anche se la tesi della legittima difesa è caduta con l’ammissione di responsabilità da parte dello stesso Mancini, la sentenza di patteggiamento – in città e altrove – è letta in due modi del tutto speculari.

“È vero”, mi dice ancora Peppino Buondonno, “il patteggiamento sancisce l’omicidio preterintenzionale. Ma chi legge la sentenza, può anche dedurre che se ammazzi un nero ti becchi al massimo quattro anni ai domiciliari e puoi anche andare tranquillamente a lavorare. Non ce l’ho con Amedeo. Ce l’ho con chi pensa che il patteggiamento sia stato una pacificazione, un modo di chiudere in fretta la faccenda e andare avanti, senza accettare il dibattimento. Il dibattimento avrebbe forse potuto tenere alto il dibattito. Così invece si è accettato ancora una volta il silenzio”.

Più o meno così la pensa anche Angelo Ferracuti, scrittore fermano che alla sua città ha dedicato almeno un paio di libri, tra i tanti scritti negli ultimi anni.

Pochi giorni dopo la morte di Emmanuel, Ferracuti scrisse per il manifesto un articolo in cui smontava l’ipotesi del caso isolato e provava a guardare dentro il cuore nero di una delle province più belle e armoniose d’Italia:

Cresce un’intolleranza che è iniziata qui con il pestaggio di due profughi somali, operai calzaturieri, davanti a un bar nell’indifferenza di molti, l’uccisione di due ragazzi kosovari ad opera di un mio conterraneo proprietario di 17 fucili, che poi si è suicidato in carcere, la piccola strategia della tensione orchestrata da gruppi di estrema destra contro le parrocchie (quattro attentati in pochi mesi) ree di ospitare profughi politici, e adesso l’omicidio di Emmanuel, un uomo già toccato da una storia dolorosissima come quelle di molte persone che scappano da conflitti bellici, guerre civili, persecuzioni. In meno di due anni Fermo, nel cuore antico e mite della provincia italiana, ha prodotto queste brutalità, segno che la violenza del mondo globalizzato ormai non ha più limiti e confini, nessuno può più ritenersi al riparo.

Angelo mi conferma che posizioni come quelle del Comitato 5 luglio, il comitato costituito insieme a Buondonno e a un centinaio di altre persone, sono nettamente minoritarie in città. È come se un’intera comunità avesse rifiutato all’unisono di essere trasformata in una nuova Cogne – mi dice – dopo che per anni ha contribuito, come tutti del resto, come ogni città, paese, famiglia, ceto sociale ad alimentare i cortocircuiti mediatici “alla Cogne”. “Ma quando ti ritrovi sulle pagine dei giornali la reazione immediata è quella solita, compatta della provincia: scomparire al più presto, abbassare i toni, spazzare la polvere sotto al tappeto. Così, il motivo per cui eri finito sul giornale presto non se lo ricorda più nessuno”.

La chiusura del fermano ha duecento anni
Vado a trovare don Vinicio Albanesi alla comunità di Capodarco non solo per parlare del patteggiamento, ma anche delle strane bombe contro le chiese. “Il 16 luglio 2016, proprio 11 giorni dopo la morte di Emmanuel”, mi dice, “vengono scoperti e arrestati i due ‘bombaroli’ che tra febbraio e maggio avevano posto degli ordigni rudimentali prima in due abitazioni di parroci, poi nella mia parrocchia e un quarto ordigno in un’altra chiesa”. Le prime tre bombe esplodono. Per fortuna non feriscono nessuno, ma creano il panico. La quarta fortunatamente non si aziona. I quattro preti coinvolti sono tutti impegnati nell’accoglienza degli stranieri.

“Gli autori”, continua don Vinicio, “erano due giovani della frazione di Capodarco di Fermo, dove risiede la comunità, sono persone che conosciamo”. Si sono difesi dicendo che erano ubriachi, non hanno offerto nessuna motivazione reale al loro gesto. Hanno semplicemente promesso di non farlo più, che si è trattato solo di una “ragazzata”, solo un po’ di polvere da sparo.

Anche in questo caso, la tesi della “ragazzata” finisce per prendere piede. Viene meno, invece, e ne parlo con don Vinicio, quella della “zona grigia”: i due delle bombe in fondo frequentavano i medesimi ambienti di Amedeo Mancini, erano parte dello stesso mondo… In provincia, laddove non esistono fermi muri di separazione, tutto è un vaso comunicante, tutto è osmosi; pertanto ogni volta che la zona grigia viene coccolata, blandita, per nulla bonificata, la polvere non rimane affatto sotto il tappeto. Rischia di spargersi ovunque.

Quando chiedo a don Vinicio perché sia accaduto, perché sia accaduto anche dopo la morte di Emmanuel, lui mi dà una risposta decisa: “Questa popolazione è la stessa da duecento anni. Non ha avuto nessuno scambio con l’esterno, per esterno intendo 15-20 chilometri di distanza. Non si è modificata più di tanto nel corso del tempo: le famiglie sono quelle, i ruoli sono quelli, i centri di potere sono quelli”.

Io li conosco, continua don Vinicio. “Quando sono arrivate le badanti, sono state accolte perché servivano alle famiglie, perché risolvevano un problema reale. Quando sono arrivati i cinesi, sono stati accolti perché vendevano i detersivi a 50 centesimi, e quindi conveniva a tutti… Ma quando arrivano i profughi, no, non vedono alcuno scambio possibile. E allora la comunità si chiude in sé. Poi c’è un altro fatto, difficile da ammettere per alcuni: il nero, l’uomo nero, li manda fuori di testa”.

Per molti, non solo per un ultrà come Amedeo Mancini, costituiscono un’alterità non integrabile. E non importa che Emmanuel fosse un cattolico osservante, che fosse scappato dalla furia di Boko haram, che non potesse tornare a casa sua, perché non c’era più una “casa sua” dove tornare.

Gli Amedeo di domani
Chiniery, la compagna di Emmanuel, vive ora in un centro d’accoglienza in Abruzzo, lontana da Fermo. Nel patteggiamento ha comunque ottenuto un piccolo risarcimento per far trasferire la salma di Emmanuel in Nigeria, e seppellirla lì.

Nel centro di accoglienza straordinaria (Cas) di Fermo attualmente sono ospitati 140 profughi. Altri 120, invece, sono sistemati nel progetto Sprar in alcuni centri del fermano: vivono in appartamento, sono seguiti dagli operatori, partecipano alle lezioni di italiano. I rapporti con i condomini dei palazzi in cui abitano sono buoni. Alessandro Fulimeni, che cura il progetto, mi dice che presto sperimenteranno anche l’accoglienza diretta in famiglia. Intanto hanno lanciato l’iniziativa “Indovina chi viene a cena?”. Ogni giovedì, un operatore accompagna uno dei ragazzi ospitati a casa di una famiglia della città. Si cena insieme, si chiacchiera, si ascolta il racconto del grande viaggio verso l’Europa. “Il numero di richieste da parte delle famiglie della zona ci ha sorpreso”, ammette Alessandro. “Impiegheremo mesi per smaltirle tutte.”

Dopo il Comitato 5 luglio, in città è nato anche il Comitato Noisette, proprio come il caffè macchiato. È composto da ragazzi e ragazze di alcune scuole superiori della città. Hanno disegnato anche un logo: due mani escono da una tazza di caffè e si stringono tra loro. Sono giovanissimi. Al Comitato Noisette aderiscono diverse decine di persone, e in una città in cui “abbassare i toni” è diventato un mantra condiviso da molti, loro hanno fatto esattamente il contrario. Si riuniscono ogni settimana nella sede dell’Anpi e hanno lanciato una serie di iniziative di riflessione.

Quando ho chiesto a Nicoletta, una di loro, cosa li ha spinti a fare tutto questo, mi ha detto: “Ci siamo costituiti in comitato dopo la morte di Emmanuel, ma quella vicenda è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Quando siamo andati alla manifestazione per Emmanuel ci siamo accorti che c’erano pochissimi fermani. È allora che abbiamo deciso di fare qualcosa, ma in realtà ci pensavamo da tempo”.

Il Comitato si è costituito ufficialmente solo dopo l’estate. Come racconta Eleonora, “nei mesi successivi abbiamo conosciuto delle ragazze straniere, con le quali abbiamo conversato e provato a parlare in italiano. Allora ho capito che proprio la lingua è un fattore decisivo. Ho cercato di insegnargli alcune parole chiave e ho ascoltato i loro racconti, la loro storia: questo mi ha aperto gli occhi, mi ha fatto conoscere un mondo che non conoscevo”.

Da allora hanno fatto molti incontri. Ho partecipato anch’io a un incontro organizzato da Noisette, e mi sono fermato ad ascoltare il gruppo che suonava dopo il dibattito. Mi ha stupito che ci fosse tanta gente, di più generazioni, e molti dei ragazzi ospitati nello Sprar. Alcuni risiedono nei paesi vicini: la sera hanno dovuto prendere il treno per tornare a casa, ma sono venuti ugualmente all’incontro.

L’omicidio di Emmanuel Chidi Nnamdi, avvenuto a pochi metri dal belvedere di viale XX settembre, continua a essere una pietra di paragone del racconto che la città fa di se stessa. C’è chi dice che l’importante ora è “andare avanti”, evitando screzi e scossoni, e chi invece comincia a organizzare una grande manifestazione per il prossimo 5 luglio. Come mi dice ancora Peppino Buondonno, “il problema non è Amedeo, ma gli Amedeo di domani. Quelli che possono tranquillamente rifare una cosa del genere, magari anche con maggiore premeditazione, perché tanto è una ragazzata”.

Questo reportage è il primo di una serie a più voci dedicata al razzismo visto dalla provincia. Nei prossimi mesi torneremo nelle città in cui nel 2016 ci sono stati casi di cronaca che hanno coinvolto immigrati e hanno conquistato le prime pagine nazionali e cercheremo di analizzare qual è il contesto in cui questi eventi si sono verificati. La prossima puntata sarà online l’8 aprile.

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