L’allestimento della mostra La stanza di Filippo de Pisis. A sinistra: Cancello di palazzo Barberini a Roma, 1943. A destra: Brocca con fiori, 1936. (Luigi Vittorio Fossati Bellani/Fai)

La triste storia di una splendida collezione d’arte

L’allestimento della mostra La stanza di Filippo de Pisis. A sinistra: Cancello di palazzo Barberini a Roma, 1943. A destra: Brocca con fiori, 1936. (Luigi Vittorio Fossati Bellani/Fai)
20 luglio 2019 13:12

C’è un quadro che è il cardine ideale della piccola, preziosa mostra La stanza di Filippo de Pisis, allestita fino al 15 settembre a villa Necchi Campiglio, a Milano. È una veduta del cancello di palazzo Barberini a Roma dipinta da de Pisis nel 1943. Il punto di vista, un po’ sghembo, da cui il pittore raffigura la cancellata è la finestra di un palazzo patrizio di via Rasella di cui era ospite. Era palazzo Tittoni, la casa dell’amico e collezionista Luigi Vittorio Fossati Bellani che in una stanza piena di arredi e oggetti preziosi aveva ammassato una collezione di opere di artisti che gli erano cari: oltre a de Pisis c’erano Antony de Witt, Ottone Rosai e Alberto Savinio.

La stanza di Filippo de Pisis, curata da Paolo Campiglio e Roberto Dulio, ricostruisce la collezione romana di Fossati Bellani, dispersa dopo il 1961, alla morte del fratello Tullio che l’aveva custodita e fatta fotografare nel suo allestimento originale.

Rimettere insieme una collezione significa non solo ricostruire l’evoluzione del gusto di un collezionista ma anche scavare nella sua storia personale, nella sua visione del mondo, nelle sue ossessioni e nelle sue manie. Fossati Bellani proveniva da una ricca famiglia di industriali lombardi, studiò ingegneria in Germania ma non era troppo interessato a lavorare nelle imprese familiari.

Viveva di rendita a Roma dagli anni trenta e si occupava di arte e di letteratura, circondandosi di pittori e scrittori. Era un colto e ricco borghese che poteva permettersi di vivere tra oggetti che amava: una figura di generoso amatore ancora tardo ottocentesco in un mondo che stava drammaticamente cambiando.

La collezione di via Rasella, una specie di wunderkammer del novecento, parla di un gentiluomo interessato ai rapporti tra antico e moderno, affascinato dall’iconografia di san Sebastiano e dalla raccolta di oggetti bizzarri e affascinanti. Tra i lavori del pittore ferrarese nella collezione Fossati Bellani spiccano una serie di ritratti di bei ragazzi, tra cui un Globe trotter svedese del 1931 che nel segno rapido ricorda certi schizzi erotici di Jean Cocteau. Insieme a un plastico San Sebastiano del 1930 e a un Bacchino del 1928, languidamente disteso su una pelle di leopardo nella posizione classicamente sensuale dell’Olympia di Manet e delle odalische di Ingres, ci ricordano quei codici dell’omoerotismo estetizzante che formavano una sorta di linguaggio cifrato tra gli amatori dell’arte e i bei ragazzi in un’epoca in cui la parola gay significava solo “allegro” e l’omosessualità era rigorosamente vissuta di nascosto, dietro all’esile paravento dell’amore per la classicità e la bellezza.

Il bacchino, 1928. (Filippo de Pisis, Collezione Claudio Cervini)

La veduta del cancello di palazzo Barberini, con un’umanità lillipuziana affaccendata sotto i suoi telamoni, è un quadro di cui oggi possiamo apprezzare, nel contesto della vicenda di Fossati Bellani, la forza profetica.

Un’ambiguità storica
In seguito all’azione partigiana di via Rasella, il 23 marzo del 1944, Fossati Bellani si trovò coinvolto nel rastrellamento dei nazifascisti che portò all’eccidio delle Fosse Adreatine. Fu rilasciato presto, grazie anche al prestigio e al denaro della sua famiglia, ma rimase segnato da quell’episodio e morì qualche giorno dopo, il 3 aprile. I nazifascisti rastrellarono tutte le case di via Rasella, porta per porta, bottega per bottega, raccogliendo tutti i prigionieri proprio sotto la cancellata di piazza Barberini per poi smistarli: le donne al vicino hotel Italia e gli uomini al palazzo del Viminale, il ministero dell’interno e, dall’8 settembre, sede del comando tedesco.

Vittorio Fossati Bellani, una volta liberato, aveva ovviamente saputo dell’eccidio delle Fosse Ardeatine: aveva visto i suoi compagni di prigionia strattonati fuori dal sotterraneo in cui avevano passato la notte e, capendo il tedesco, sapeva che non sarebbero stati liberati e che andavano a morire.

È probabile però che, come la maggior parte degli italiani, si sia raccontato anche lui la storia della rappresaglia tedesca come risposta a un attentato ordito da pochi dissennati. A chi non era compiutamente e attivamente antifascista nella Roma di quegli anni sfuggiva l’idea che l’attentato di via Rasella fosse un’azione militare in un paese occupato e non un semplice atto terroristico, e anche che la crudele rappresaglia che seguì fosse a tutti gli effetti un crimine di guerra.

Fossati Bellani era un esponente di quella borghesia colta e raffinata che non poteva dirsi fascista ma neanche pienamente antifascista

Questo “peccato originale” nel raccontarci quella vicenda ce lo siamo portati dietro fino a oggi. L’unico giornale che diede la notizia delle Fosse Ardeatine fu l’Osservatore Romano che il 26 marzo del 1944 pubblicò il comunicato dei tedeschi corredandolo da un commento anonimo che metteva, cristianamente, sullo stesso piano i due atti: “Di fronte a simili fatti ogni animo onesto rimane profondamente addolorato in nome dell’umanità, e dei sentimenti cristiani. Trentadue vittime da una parte: trecentoventi persone sacrificate per i colpevoli sfuggiti all’arresto, dall’altra”.

Dietro la scelta di quell’espressione “i colpevoli sfuggiti all’arresto” c’è tutta l’ambiguità con cui l’Italia dell’immediato dopoguerra ha derubricato la guerra partigiana.

Isolamento aristocratico
Vittorio Fossati Bellani era un esponente di quella borghesia colta e raffinata che non poteva dirsi fascista ma neanche consapevolmente e pienamente antifascista: in un momento storico come quello, la figura da esteta, da dilettante del bello di Fossati Bellani, incappato per sventura in una delle pagine più buie della storia italiana, appare un po’ patetica e fuori dal tempo. È come se la storia lo avesse strappato a forza dal suo aristocratico isolamento. E sicuramente nell’acceso dibattito intellettuale e artistico del dopoguerra ci sarebbe stato poco ben poco spazio per una sensibilità come la sua.

Natura morta con pappagallo, 1942. (Filippo de Pisis, Collezione Marino P. De Biagi, Repubblica di San Marino )

La mostra che ricostruisce amorevolmente la sua collezione e la sua storia personale è stata allestita a villa Necchi quasi a rimarcare l’appartenenza del collezionista, suo malgrado, a quella borghesia lombarda elegante più che illuminata, e molto abile nel rappresentarsi moderna pur restando piuttosto conservatrice.

Villa Necchi, meravigliosamente progettata in chiave novecentista da Piero Portaluppi negli anni trenta e poi, al piano superiore, ridecorata da Aldo Buzzi in stile Luigi XV nel dopoguerra, racconta le idiosincrasie estetiche e di autorappresentazione dei suoi committenti e una piccola mostra come La stanza di Filippo de Pisis ha, tra gli altri meriti, quello di sottrarre la villa al racconto un po’ celebrativo e consolatorio di ovattata Versailles dell’imprenditoria lombarda illuminata.

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Un racconto un po’ superficiale nel suo voyeurismo del lusso ma purtroppo molto in sintonia con il “rinascimento” iperbrandizzato che sta vivendo Milano. Con la vicenda triste della collezione di Luigi Vittorio Fossati Bellani la storia irrompe nelle stanze di villa Necchi e, tra le bellissime tele di de Pisis, il giardino d’inverno e i campi da tennis, ci troviamo a riflettere su come ancora non siamo stati in grado, come paese, di metabolizzare e di raccontarci fino in fondo la storia dell’azione partigiana di via Rasella e dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

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