L’educazione di Rey. (Exit Media)

L’educazione di Rey è uno sguardo buono su un’umanità difficile

L’educazione di Rey. (Exit Media)
04 aprile 2019 15:20

Piacevolissimo, avvincente e intenso malgrado la sua brevità e di grande delicatezza malgrado i gravi temi sociali trattati. L’educazione di Rey, dell’esordiente argentino Santiago Esteves, è un bel racconto di formazione, come suggerisce il titolo, colto da un’angolazione originale. Molto ben recensito dalla critica argentina ed europea, premiato in vari festival, tra cui a San Sebastián, il più importante festival spagnolo, giunge ora nelle sale italiane la scoperta di un nuovo talento della regia che dimostra la vivacità del cinema argentino.

Fin dalle inquadrature iniziali individuiamo quale sarà il tono del film, il suo stile. Soprattutto, si è subito dentro all’azione. Dei ragazzi giocano a pallone all’aperto nella periferia di Mendoza, città d’origine del regista situata ai piedi delle Ande, le cui montagne vediamo stagliarsi dietro all’impianto sportivo. Ed è messa in campo con altrettanta immediatezza la situazione di Reynaldo, adolescente messo fuori casa dalla madre per motivi imprecisati che si trova a chiedere ospitalità al fratello maggiore. Ma lui, che visibilmente vuole bene a Reynaldo, abita con un altro ragazzo, dall’atteggiamento dominante, che lavora per un pericoloso boss della malavita. E così Reynaldo, per poter avere un letto dove dormire, si trova a dover sottostare a nuove leggi – ferree – che lo portano a rendersi complice di un furto.


I titoli di testa scorrono per circa dieci minuti fino alla fuga notturna dei ragazzi dopo il furto, inseguiti dalla polizia. Le atmosfere, le luci e la colonna sonora ne sottolineano i momenti più forti con una regia e un montaggio dal ritmo incalzanti, anche se mai frenetici, anticipando il tono e lo stile dell’intero film. Uno stile visivo chiaramente a metà tra il thriller e il noir, d’altronde il cineasta ha espresso l’intenzione di lavorare sulla contaminazione dei generi. Ma non c’è un gioco sui codici. È piuttosto uno strumento espressivo, usato con intelligenza ed eleganza, per raccontare una condizione umana giovanile all’interno di una ben precisa cornice sociale.

Nella sua fuga Reynaldo finisce per nascondersi nella casa di una famiglia. Viene scoperto e dopo una qualche indecisione, malgrado l’iniziale ostilità della moglie e soprattutto del figlio, l’anziano proprietario decide di tenerlo con sé e di fargli ricostruire la serra da lui distrutta. È l’inizio di un rapporto umano costruito dal regista con sapienza, tramite una narrazione realistica. L’anziano uomo burbero, dal volto segnato dalla vita, sembra riprendersi da una mestizia profonda entrando in contatto con quel ragazzo (s)perduto. Cosciente che il cinema è un’arte visiva e narrativa incentrata sui volti, al contrario del teatro più incentrato sui corpi, Esteves costruisce il film sulla contrapposizione tra questi due volti. Tra il vissuto e chi deve ancora vivere quasi tutto, tra il forte e il delicato, tra il volto macerato e il volto pulito che sprigiona ribellione: in altre parole tra i segni della vita ormai ben visibili e chi sta appena cominciando ad averli. Sono due specchi, e chiaramente l’anziano uomo vede nel ragazzo un qualche riflesso di sé da giovane. In questa specularità, ben presto appare chiaro che dietro la sua rudezza è nascosto un forte desiderio di umanità, quasi prorompente.

Noir, thriller, poliziesco, western, intimismo e realismo sociale, il cineasta scivola tra i vari registri con estrema naturalezza

Il rapporto tra i due si farà più intenso quando l’uomo porterà il ragazzo con sé in vari incontri, dagli spazi aperti e desertici delle Ande al suo poligono di tiro. Ex guardia giurata, il vecchio insegnandogli a sparare cerca di fargli capire che non è uno scherzo. Proprio come certi personaggi dei vecchi film western, dove l’anziano pistolero fa da maestro al più giovane.

Ma si torna presto al noir, perché qui la malavita si confonde con la polizia, e a un certo momento lo stesso spettatore avrà quasi difficoltà a distinguere boss malavitosi e poliziotti, tale è la crudeltà di entrambi in quella che si rivela essere una sola associazione criminale. L’oscurità della malavita, quasi indistinguibile dalle istituzioni che dovrebbero reprimerla, è contrapposta alla luminosità degli spazi aperti e desertici argentini. Ben presto Reynaldo e suo fratello sono inseguiti da quest’oscurità dalla quale non sarà facile uscire. E il prezzo da pagare non sarà piccolo.

La pellicola è anche un bell’esempio di come si può fare ancora un film non troppo enfatico sull’adolescenza rubata – tema non poco trattato nella storia del cinema – , pur restando nella drammaturgia. Noir, thriller, poliziesco, western, intimismo e realismo sociale, il giovane cineasta scivola tra i vari registri con estrema naturalezza dando omogeneità al tutto. E tratta così di un tema grave, urgente, scottante nel suo paese devastato da decenni di diseguaglianze sociali. Quello del cosiddetto pibe chorro, il ragazzino delinquente, di cui in qualche modo il film cerca di rovesciare l’immagine spesso negativa costruita dai mezzi di comunicazione.

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Bellissima l’interazione che il regista riesce a creare tra il vecchio e il ragazzo. Germán de Silva (già visto in molti film, tra cui El estudiante di Santiago Mitre) e l’esordiente Matías Encinas, splendidamente diretti, offrono due interpretazioni che suggeriamo caldamente di scoprire nella versione originale. Qui tutto è giocato tra anziani e ragazzi. In mezzo non c’è nessuno o quasi, solo un landa desolata. I giovani uomini adulti sono corrotti oppure insensibili, come il figlio dell’anziano uomo che vorrebbe subito sbarazzarsi del ragazzo consegnandolo alla polizia. Vista la reazione del padre, per lui ottusa, si dilegua e non riappare più. I padri di oggi nel film sono in verità figure assenti, anche le madri che sembrano pure impaurite. Se i cattivi non se la passeranno affatto bene, anche per i buoni le cose non saranno uno scherzo in questa guerra che lascia la terra segnata come i volti. Una landa bruciata che non sarà facile rendere di nuovo fertile.

Tuttavia, la speranza sta anche nello sguardo sulle cose. Perché se il cinema è sguardo, ecco un piccolo, eccellente film dallo sguardo bello, che cerca e trova l’umanità all’interno di una condizione sociale troppo spesso disumana.

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