Il sanguinoso pantano siriano continua a sprofondare nell’ipocrisia, nella disinformazione, nella doppiezza politica e nel sangue. Il massacro in corso in questi giorni nella Ghuta, l’area a est di Damasco controllata dai ribelli, ha già portato alla morte di centinaia persone.
Il 20 febbraio l’Unicef ha espresso il suo sdegno per la strage di bambini nella Ghuta. Il comitato internazionale della Croce rossa ha affermato che le cose non possono andare avanti così, citando i raccapriccianti resoconti sulle decine di persone ferite o uccise ogni giorno nell’enclave, dove è impossibile sfuggire ai bombardamenti. Il ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian ha avvertito che il peggio deve ancora venire.
Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani il 19 febbraio è stato il giorno in cui nella Ghuta sono morte più persone dal 2015. Staffan de Mistura, l’inviato dell’Onu in Siria, che negli ultimi anni ha percorso infiniti chilometri per partecipare a conferenze e incontri in tutto il mondo, è arrivato alla conclusione che la sua missione è fallita e ha denunciato l’aumento delle violenze.
Nel nord della Siria è scoppiato un altro conflitto tra la Turchia e i curdi, che ora hanno ricevuto il sostegno del regime siriano. E la recente uccisione di decine di mercenari russi a Deir Ezzor ha reso più chiari a Mosca i pericoli della guerra. La comunità internazionale, le superpotenze e le Nazioni Unite devono chiedersi: cosa c’è da aspettarsi per il futuro della Siria? Che senso ha la missione dichiarata dell’Onu se non è in grado di affrontare una delle sfide più tragiche e brutali del ventunesimo secolo? Si può restare a guardare mentre la storia della Siria viene scritta con il sangue? ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1244 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati